La donna grassa, racconto di Paolo Polvani

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LA DONNA GRASSA

racconto di Paolo Polvani

                

Laura infila la giacca a vento azzurra sopra la maglietta bianca e i jeans. Nella borsa ci sono i biscotti, l’acqua minerale, il cellulare, i fazzolettini, pochi spiccioli, il biglietto è nella tasca posteriore, quella con la cerniera, quella con i biglietti da venti euro. Esce, parte sola, i suoi amici sono già lì. Alla stazione di Foggia ascolta la radio con l’auricolare.

   

Le prime luci dell’alba rivelano una piazza San Pietro avvolta in un’atmosfera di quiete: molti dei papaboys dormono nei sacchi a pelo accampati sotto il colonnato e chi è ancora sveglio continua a guardare quelle tre finestre al terzo piano. Lì dove è il corpo senza vita del Pontefice che prima di morire ha rivolto un pensiero proprio a loro, ai giovani.

   

Salgono tre suore anziane, con grandi sorrisi annunciano: andiamo a salutare il santo Padre, e hanno volti radiosi, occhiali, labbra adombrate da fitta peluria.Il corridoio le inghiotte, Laura si sente in buona compagnia. Oltre il finestrino i cespugli mossi da una leggera brezza, il paesaggio rigoglioso di primavera e di silenzio. I camion laggiù sembrano giocattoli. La quiete delle colline. La docilità dell’erba.

   

La piazza che ha ospitato sino a centomila persone, giunte lì per testimoniare il loro affetto al papa scomparso, si era pian piano svuotata al termine della preghiera celebrata dal sagrato della basilica. Ma non del tutto. L’invito a proseguire la preghiera mantenendo un atteggiamento di compostezza e di silenzio non è stato pienamente rispettato. Molti giovani in gruppi sparsi per tutta la piazza hanno continuato a cantare. Poco prima delle tre in piazza San Pietro c’erano a occhio diecimila persone. Gruppi di giovani raccolti in preghiera, con candele e immagini del pontefice.

   

Laura si lascia sfuggire un breve sorriso. Al termine di una galleria ha comprato un panino e un’aranciata da un venditore abusivo che ha la voce di uno speaker radiofonico. Il panino è asciutto, le regala una grande sete. Il controllore le ha fatto un sorriso paterno. Laura sa di portarsi dietro l’atmosfera di brava ragazza.

   

Verso le quattro alcun poliziotti sono andati da gruppi di giovani, ormai qualche centinaio di persone, chiedendo loro di non suonare più e di cantare a bassa voce. Qualcuno ha storto il naso. In una notte come questa, ha spiegato Nichi, uno dei papaboys, è assurdo che ci si dica di stare zitti. A Giovanni Paolo sarebbe piaciuto sentire i nostri canti. Il nostro modo di essergli vicino. Niente da fare, gli agenti sono stati inflessibili.

   

La stazione di Benevento è piena di carabinieri. Sono giovani allievi, Laura riconosce i lineamenti della sua gente, tutte facce meridionali. Scopre che le sta nascendo un leggero mal di testa, stanotte non ha dormito bene. Le succede quando c’è la sveglia, si agita, teme di non sentirla, dorme male e poi le viene il mal di testa. Accidenti! ha anche dimenticato le pillole. Le notizie della radio la rincuorano, le torna l’entusiasmo.

   

Resterò per tutta la notte. Il Papa l’avrebbe voluto, diceva uno dei papaboys. Sul selciato erano stese diverse bandiere, a testimonianza delle tante nazionalità presenti nella piazza. Ci hai cercato. Eccoci, recita un grande striscione bianco posato nel centro della piazza. Intorno un gruppo di giovani di Civitavecchia a cantare e pregare.

Il cellulare squilla più volte, ciao mamma, sono a Benevento, ciao mamma, sono a Caserta. La chiama Gabriella, la chiama Veronica, la chiama Ivan. Comincia a far caldo. Le suore si sono messe a cantare. Laura si addormenta. Si sveglia che il treno rallenta, fa il suo ingresso alla stazione Termini.

   

Roma si attrezza per garantire ospitalità a chiunque, e saranno tantissimi, voglia venire a pregare per il Pontefice. Due per il momento le strutture che la città sta allestendo. Istituiti collegamenti diretti di autobus alla volta di San Pietro con partenza da Termini, Ostiense, Boccia e Flaminio, con servizio continuo dalle 10 alle 22.

   

La stazione è una calca. Laura assiste all’avanzata di un esercito di boy scout in pantaloni corti, cappelloni e bandiere, avanzano cantando, la folla li rallenta, allora si mettono a marciare e cantano sventolando le bandiere. Assiste all’avanzare di suorine filippine con gli occhialini da sole e i rosari. Assiste all’assalto dei papaboys con gli stendardi, i gagliardetti legati al sacco a pelo, i fazzoletti gialli, anche loro cantano. Assiste ai cori dei polacchi, grandi bandiere bianche e rosse.

Un autobus al minuto alla stazione Termini, ma la coda è spaventosa. Dopo un’ora e mezzo di coda Laura riesce a montare su un autobus stracarico, grazie al braccio di una suora nera che la infila tra sé e la porta. A Laura non resta che guardare il soffitto, la pubblicità di medici specializzati nella cura di malattie veneree. L’autobus fila spedito, dopo venti minuti le porte si riaprono e la massa si precipita a terra. Laura si regge alla suora nera che l’aiuta a non rovinare sul marciapiede. E adesso dove si va? si va di qua, basta seguire quella marea euforica.

   

Roma si arrende di fronte all’onda anomala che l’attraversa e che non smette di montare. Cinque chilometri di coda avvolgono il Vaticano neanche fosse un sudario. I pellegrini arrivano da ogni parte d’Italia e del mondo.

   

Laura è in fila in mezzo a una torma colorata e vociante. Si sta stretti gli uni contro gli altri. Sventolano bandiere. Zaffate di odori forti. Grandi cartelli vengono agitati. Non sei morto, stai solo dormendo. Svegliati per favore. Papa sono qui. Lingue di vento torrido lambiscono la fiumana che si snoda per diversi chilometri. Laura tira fuori la minerale, ne svuota metà.

   

Svenimenti e malori, hanno spiegato i medici, sono dovuti spesso al fatto di star fermi su due piedi anziché di camminare.

   

Laura saltella da ferma, è passata un’ora e avverte una certa stanchezza. Un ragazzo avanti nella fila dispiega una fisarmonica e attacca bella ciao! Alcune voci rispondono. Si forma un coro enorme. Laura si aggrega, canta a squarciagola, si sente felice, la stanchezza scivola via. Il coro si propaga per alcune centinaia di metri, ma si frantuma contro un esercito di suore indiane che recita il rosario a voce alta. Il rosario sovrasta bella ciao! e la fisarmonica. Laura si unisce al rosario. Una grossa suora polacca le infila in mano una coroncina di plastica nera. Da nostra Papa!, le dice con un gran sorriso e peli biondi ispidi sul faccione chiazzato di rosso.

   

Vicoli troppo stretti per contenere una folla così numerosa. Aprite case e negozi ai pellegrini, è l’invito allarmato rivolto ai cittadini romani dal commissario straordinario Guido Bertolaso. La città non può sopportare l’arrivo di altri fedeli, ai quali chiediamo di non venire in Vaticano ma di recarsi nell’area di Tor Vergata. L’Arma ha provveduto a sistemare bagni chimici nei dintorni di piazza San Pietro, sarà anche garantita la distribuzione di bottiglie d’acqua a ciclo continuo e l’assistenza sanitaria.

   

Laura si alza sulle punte. Davanti ha una massa enorme e all’apparenza immobile, di bagni chimici neanche l’ombra. Intanto la sua acqua è finita. I militari che distribuiscono bottigliette ghiacciate sono davanti, a un centinaio di metri. Chissà quanti minuti ancora per percorrerli. La folla stringe, si accalca, rumoreggia, soprattutto canta, prega, canta ancora. Laura non è mai stata fervente, ma questa volta ha sentito che doveva partire. La strada è assolata. I più furbi hanno i cappellini, la gente tiene sulla testa i foglietti della preghiera per farsi ombra, lei approfitta dell’ombra di uno striscione, dell’ombra intermittente delle bandiere, a volte alza la borsa, il sole è feroce, il caldo torrido. La sete aumenta. Prova con quattro minuti sulla gamba destra, mentre la sinistra si riposa, si stiracchia, esegue piccoli movimenti di torsione del piede, quattro minuti sull’altra. Ma quattro sono troppi, dopo tre minuti cambia gamba. Finalmente qualcuno le passa l’acqua, poi chiacchiera con una vecchina che viene da Palermo, un ragazzone di Brescia le racconta un’inverosimile storia di tradimenti, un pensionato di Padova le parla dei suoi cani.

E’ in fila da otto ore e non ce la fa più. La stanchezza, il sole, deve fare la pipì, si trattiene ma sa che non potrà resistere a lungo. La spingono e più la spingono e più Laura sente che non ce la fa. Una ragazza con la divisa del servizio d’ordine è alle transenne. Spintona per raggiungerla. Senti mi scappa, fammi scavalcare, dove sono i bagni? Prendi quella stradina a destra, a duecento metri sulla destra. Si, poi ti faccio rientrare ma fai presto. Laura scavalca le transenne. Finalmente l’ombra, finalmente fuori dalla calca, un vicolo tranquillo, silenzio, che pace, i canti, i cori, le preghiere lentamente si assottigliano. Duecento metri, sarà di qua, per questo vicoletto. Che ombra, che fresco. Una signora grassa è affacciata alla finestra, le sorride. Che cerchi piccolina ? I bagni signora, sa dove li hanno messi ? No, non lo so, ma c’è il bagno di casa mia, sicuramente più pulito e fresco. Sali, al primo piano, ti apro il portoncino. La signora è gentile, Laura sente lo scatto della serratura, spinge il battente, L’accoglie una frescura intensa. Sale di corsa le scale. Entra in una piccola casa linda. Vieni piccolina, il bagno è di qua, fai pure con calma. Grazie signora grazie. Dopo la signora dice chissà da quante ore sei sotto il sole, sdraiati, riposati, ti do qualcosa da mangiare. Laura si schermisce, grazie, non voglio darle disturbo, mi aspettano, sono in fila, se perdo il posto chissà quanto ci vuole. Va bene, ma ti preparo una piccola insalata, poi torni alla tua fila. Laura mangia. La televisione dice che spetta ai cardinali celebrare i novendiali, cioè le esequie in suffragio dell’anima del papa defunto, che si protraggono per nove giorni. I funerali solenni avvengono tre giorni dopo la morte. Ma tu sei molto stanca piccolina, sdraiati qui, dieci minuti. Le fanno male le gambe, la schiena, mangiare qualcosa le ha fatto bene, ma è ancora stanca.

Si sdraia, la signora le slaccia le scarpe, le sfila i calzini, le massaggia delicatamente i piedi con una salvietta profumata. Laura si sente meglio, dieci minuti, pensa, e mi sarà passata la stanchezza, ringrazio e scappo. Gentilissima, è stata davvero gentile, che bel regalo, mi massaggia i piedi. Laura si appisola per qualche minuto. Sogna. Sogna cori canti preghiere. Stendardi agitati nel sole, bandiere, rosari.

Uno strano rumore la sveglia. Quando alza la testa vede la signora grassa accucciata in fondo al letto che le rosicchia un piede. Le ha già mangiato le dita, ora le sgranocchia il dorso, è molto veloce, presto arriverà alla caviglia. La donna grassa è diventata ancora più grassa. E’ accucciata, e ora il volto assume le sembianze di una grossa pantegana, gli occhietti furbi, i baffi lunghissimi che le fanno il solletico sulle gambe. La donna la guarda con uno sguardo tranquillo e continua imperterrita a rosicchiarla. Laura non avverte alcun dolore, non si sente neanche impaurita. Eppure al suo paese, dove le chiamano zoccole, i grossi ratti di fogna le incutono terrore.

Il cellulare squilla due, tre volte, ma è ancora troppo stanca per rispondere. Le sue ossa sotto i denti della donna grassa fanno uno scricchiolio piacevole, lo ascolta quasi rapita. La gamba sinistra è sparita sino al ginocchio. La pantegana diventa sempre più enorme, adesso occupa tutta la stanza, la sovrasta, avverte il pelo strusciarle sul corpo, è un pelo grigio, liscio, spesso, emana un calore strano, e un odore pungente.

E’ vorace, tranquilla ma vorace. Laura vede una lunga coda, sottile e grigia, che cambia posizione, quando si muove sfiora il soffitto, è l’unico aspetto della faccenda per cui prova uno strano terrore. Laura guarda il soffitto. La donna grassa le sta rosicchiando il ginocchio, poi salirà lungo la coscia, calcola che in meno di un’ora l’avrà divorata tutta. Laura sente che oltre il ginocchio la donna grassa sta rosicchiando i rosari di plastica nera, i cappellini, gli stendardi, le bandiere. Rosicchia e divora i cartelli con su scritto Stai dormendo, per favore svegliati.

Sta ingurgitando lentamente i cori e le preghiere, mastica i canti e il corteo infinito dei fedeli. Laura a tratti avverte un leggero sgomento, un movimento in fondo alla pancia, un’inquietudine passeggera come un vento, perché in fondo è contenta, è soddisfatta che la donna grassa la stia divorando. La vede distintamente: la grossa zoccola famelica riempie la stanza, è enorme, ha un aspetto orribile.

Eppure com’è gradevole quel rumore di ossicini frantumati, come l’affascina l’affaccendarsi di quei terribili denti infaticabili, quegli orribili denti di roditore.

La donna grassa procede tranquilla, Laura si concentra sul soffitto.

            

Demetrio Polimeno, Visions of Johanna, st 20 2017
Demetrio Polimeno, Visions of Johanna, senza titolo 20-2017

7 thoughts on “La donna grassa, racconto di Paolo Polvani”

  1. Estremamente interessante l’antitesi tra la retorica buonista e reboante di un superficiale e rassicurante fideismo che espande gioia e grossolana spiritualità, e la mostruosa furbizia della grassa signora che si trasforma in grossa pantegana dedita ad una dolcissima e gentile fagocitazione. Da un lato la storia di una gaia, ottimistica e positiva socialità; dall’altro la vicenda surreale e grottesca di un orribile e privato cannibalismo camuffato di affettuosa tenerezza. Antitesi vera o solo apparente? Situazioni assurde e paradossali, oppure logica e insospettata consequenzialità?
    Franco Campegiani

  2. La prima domanda che si affaccia alla mente, dopo essermi immerso con tutto me stesso nel racconto di Paolo, è la seguente: “Chi è la grassa signora, chi è la pantegana che divora avidamente la ragazza?”. E la risposta che mi do è immediata: è la vita, la vita che pretende ciò che le spetta e se lo mangia. Cosa le appartiene? Ma è chiaro: la purezza, la genuinità, l’autenticità. E allora, piuttosto che gettare la Piccolina nelle fauci di una folla in delirio (intendiamoci: umanamente ‘in delirio’) e sinceramente provata dalla scomparsa del Pontefice, preferisce salvarla ingurgitando tutto: “i rosari di plastica nera, i cappellini, gli stendardi, le bandiere. Rosicchia e divora i cartelli con su scritto Stai dormendo, per favore svegliati.[…]i cori e le preghiere, mastica i canti e il corteo infinito dei fedeli…”. Tutto: vuole fare piazza pulita; una sorta di palingenesi rigeneratrice.
    E’, ovviamente, una mia interpretazione e – come tale – condivisibile o disapprovabile ma mi sembra che, quanto meno, possa verosimilmente corrispondere all’intento dell’autore.
    Aggiungo – e concludo – che la prosa è agile e scattante, moderna al punto giusto nel suo breve periodare. Complimenti,

    Sandro Angelucci

  3. Ad un certo puto, e per oltre la metà del racconto, mi sono chiesto dove trovare l’attinenza dei contenuti con il titolo del racconto. Un racconto dettagliato e realistico, ma poi, d’improvviso, la svolta inaspettata. Ho pensato ad un sogno di Laura, ma l’insistenza della narrazione, il perdurare di questa demolizione del suo corpo, ha lasciato scritto a chiari lettere la metafora della vita e anche della morte. Polvani ci propone il progressivo sgretolamento del corpo ‘rosicchiato’ in un modo sorprendentemente indolore, anzi, lui dice che la martire ne è affascinata “e si concentra sul soffitto”. Deduco che la morte cominci ancor prima del raggiungere il soffitto e se riuscissimo a convincerci di questo, la morte potrà essere indolore e dolce.

    Francesco Paolo Dellaquila

  4. Ho letto prima i commenti, poi il racconto; io sono un’ammiratrice di Paolo Polvani-poeta ma lo conosco poco come autore di racconti, perciò mi ha incuriosito leggerlo anche in questa veste. Devo dire che mi ha affascinato l’interpretazione di Angelucci e mi piacerebbe leggere il racconto con la sua chiave di apertura, tuttavia me ne discosto in quanto nella donna grassa e famelica, che invece di incutere terrore e indurre subito a una possibile fuga di salvezza provoca addirittura piacere, mi è parso di intravedere la metafora della Droga. Questo passaggio in particolare me lo ha fatto pensare:
    “La donna grassa le sta rosicchiando il ginocchio, poi salirà lungo la coscia, calcola che in meno di un’ora l’avrà divorata tutta. Laura sente che oltre il ginocchio la donna grassa sta rosicchiando i rosari di plastica nera, i cappellini, gli stendardi, le bandiere. Rosicchia e divora i cartelli con su scritto Stai dormendo, per favore svegliati.

    Sta ingurgitando lentamente i cori e le preghiere, mastica i canti e il corteo infinito dei fedeli. Laura (……) in fondo è contenta, è soddisfatta che la donna grassa la stia divorando. (……) la grossa zoccola famelica riempie la stanza, è enorme, ha un aspetto orribile.

    Eppure com’è gradevole quel rumore di ossicini frantumati, come l’affascina l’affaccendarsi di quei terribili denti infaticabili, quegli orribili denti di roditore”.

    La Droga, come una donna famelica, distrugge facilmente non solo il corpo ma anche tutti i simboli di una religiosità inculcata ed evidentemente di facciata che si sgretola facilmente in quanto non poggia su solidi pilastri dell’essere – questo lo deduco dal fatto che Laura segue la corrente, in essa si mischia, e benché poi da essa cerchi di fuggire trovandola soffocante, non si salva con la razionalità ma cade in un tranello. Sarebbe stato meglio accasciarsi e “morire di sete” che entrare in quell’uscio apertosi facilmente dall’invitante donna grassa e vorace.

    Un saluto e Buon Anno a Paolo e ai lettori-scrittori tutti.
    Rosanna Spina

  5. grazie a tutti per letture e commenti! in verità scrivere racconti mi piace molto ma scrivo davvero, come si suol dire, ad ogni morte di papa! e questa l’ho scritta alla morte del papa Woitila. Quando ho cominciato a scriverlo non sapevo bene dove mi avrebbe portato, come spesso succede, ed era lontano da me qualsiasi intento programmatico né tantomeno pedagogico. Soltanto so che quella morte scatenò allora qualcosa che a me sembrò un episodio di follia collettiva, una febbre autodistruttiva, come testimoniano servizi televisivi e giornalistici, dai quali sono tratti alcuni inserti didascalici. Quindi liberissime interpretazioni vanno benissimo, so che il racconto è nato in quel clima e penso che la donna grassa che si trasforma in famelica pantegana e divora la ragazzina sia quella follia collettiva, che a volte sembra avere la sua sorgente in un credo, in una istituzione religiosa, o forse più probabilmente in una specie di fame consumistica che ci divora e che a gran voce chiede di coagularsi attorno a nuovi miti; quella follia collettiva che anche ora riemerge in forme diverse e ha bisogno di un nemico, di un capro espiatorio che alleggerisca la terribile angoscia sociale. PP

  6. Pure se in ritardo, anch’io mi accodo alla fila dei Polvaniboys, ma per fortuna Paolo è vivo e lotta più che mai insieme a noi.Questo racconto è davvero sorprendente e lo ammiro moltissimo per la carica eversiva che alla fine esplode alimentata da una miccia lunghissima, talmente ben mimetizzata nell’intreccio del racconto da non farsi notare nonostante sfrigoli e si infiammi. La miccia si srotola sul treno dei pellegrini, alla stazione Termini, lungo il colonnato e poi nella vastità della piazza, ma tutti questi luoghi sono così pieni di devoti che il suo tracciato è coperto e nascosto. La maggior parte del racconto è cronachistico, quasi un resoconto giornalistico, con periodi descrittivi brevi e pungenti. L’ingenuità della ragazza, diciamo pure la sua purezza, è il contraltare della manipolazione a cui si prestano le masse comprate a basso costo dal feticcio del fanatismo religioso. La fede laica affiora per un attimo nel canto spiegato di Bella ciao, ma i suoi versi sono sovrastati da rosari ed altre pratiche devozionali. Dice bene chi ha visto nella ragazza una specie di capro espiatorio: i grandi riti collettivi, anche quelli apparentemente pacifici, nascondono sempre la violenza ed in particolare quelli ispirati alla religione esigono sempre una vittima sacrificale. L’abilità di Paolo è quella di farci illudere che la ragazza abbia trovato una vera oasi di solidarietà nell’appartamento della donna grassa, finalmente fuori dalla condizione assurda della sofferenza compartecipata che esige male ai piedi, colpi di sole, svenimenti. Il colpo di teatro finale ci fa invece capire che la piccola Gretel è proprio entrata nell’antro della strega. Il finale inserisce il racconto nel filone del realismo magico che in Italia ha grandi esponenti come Bontempelli e Zavattini. La ragazza si fa placidamente rosicchiare intera: da cosa? Dai suoi sensi di colpa per non volere inconsciamente partecipare all’evento mediatico? Dall’ipocrisia della nostra società falsamente buonista? Dalla stessa società ipertrofica e di massa che annichilisce la coscienza individuale? Dal frastuono di mille messaggi e slogan che non prevedono più nessun risconscimento al silenzio e all’intimità? L’allegoria della donna grassa e del suo cibo umano non danno una risposta precisa e il finale così congegnato è ovviamente il più interessante.

  7. Paolo, mi era sfuggito. Sei bravo, : un racconto che sta tra Bunuel e Kafka, ma ti preferisco come poeta. In genere e non nel tuo caso, la prsoa mi annoia, specie quando si deve cercare il significato nascosto. Ciao

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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