Emanuela Rambaldi á propos de Pier Paolo Pasolini: siamo tutti in pericolo

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Emanuela Rambaldi á propos de Pier Paolo Pasolini: siamo tutti in pericolo.

   

                                  

Dove eravate la notte in cui uccisero Pasolini?
C’eravate il 2 novembre 1975? E se c’eravate, cosa facevate quando il Tg dava la notizia dello strazio e vi strappava per un attimo all’indolenza domenicale?
Quando nella luce livida della mattina, all’Idroscalo di Ostia, una donna raccontava agli italiani di averlo scoperto lei il cadavere. E di averlo scambiato per spazzatura.
Pare che negli Stati Uniti tutti ricordino cosa stavano facendo il giorno dell’omicidio di Kennedy.
E noi? Cosa ricordiamo?

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In questi giorni, si celebra in tutta Italia. A Bologna, il ricordo durerà sei mesi. Per forza. Lui è per metà figlio suo. Lei, figlia di Pasolini lo è, impossibile da quantificare, ma certo lo è.
Dice Asor Rosa. Non fatene un santino. Ha ragione. È una sorte che non dovrebbe toccare a nessun poeta, a nessun intellettuale, mai. Men che meno a Pasolini.
Potremmo però cogliere l’occasione. Aver voglia di una crescita. Artistica, culturale, sociale, politica (“tutto è politico” diceva).
Sì è vero. Le sue opere sono accessibili, ovunque, sempre. Però negli anniversari, c’è un’opportunità in più. Qualcosa che smuove, che trascina. Ogni tuffo nasce da una spinta. Ogni viaggio da una scintilla, il più delle volte casuale, a volte provocata. Shock addizionali, li chiama Battiato. Ecco, il quarantesimo anniversario della morte di Pasolini a questo dovrebbe servire.
Dice ancora Asor Rosa. Non ci sono eredi. Bene. Facciamocene una ragione. E torniamo all’origine. Perché Pasolini serve ancora, anche dopo 40 anni che è morto.
Cominciamo – o ricominciamo – a leggere Pasolini.
Magari dalla fine, dall’intervista che Furio Colombo pubblicò sulla stampa il giorno dopo la morte, rilasciata l’ultimo giorno di vita. “Siamo tutti in pericolo”.   È un titolo apocalittico, talmente estremo da sembrare eccessivo – come accade sempre con la realtà.
Letta oggi, è un bell’esempio di come si fanno le interviste, con domande provocatorie, incalzanti, intelligenti, colte, mai accondiscendenti, senza sbavature o tentativi conciliatori, così lontane dal servilismo delle interviste attuali, sempre attente a non turbare, a non disturbare.
Forse se avesse avuto ancora tempo, l’intervista sarebbe stata diversa, sarebbe stata rivista. Forse ci sarebbero state altre parole. Ma anche senza quel tempo, senza quella vita aggiuntiva, quella che ci si aspetta tutte le volte che si lasciano le cose in sospeso,  l’intervista è comunque tagliente, lucidissima.
Ecco, in questo limbo di totale omologazione nel quale l’Italia è precipitata, l’impressione è che in qualche modo, di Pasolini non si possa fare a meno.
Poi, dopo averlo letto (o riletto), andrà rivendicato il diritto alla critica, alla rivolta, al rifiuto persino. Perché il conflitto è vitale. La rivoluzione necessaria.
Pasolini sarà stato prezioso ancora una volta. Se avremo riconquistato l’abitudine al pensiero libero.

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Un enorme ringraziamento al bel libro di Gianluca Maconi, “Il delitto Pasolini”, dal quale sono state tratti i disegni, e alle edizioni Becco Giallo, che fanno una cosa straordinaria: fumetti di impegno civile. ER

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La Stampa, 3 novembre 1975 – Inserto Tuttolibri

Intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini

   

   

Pasolini, tu hai dato, nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti.  

Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento.   

Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…  

 

«Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare, al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo », non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una quantità di buon senso.  

Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione », e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo».

 

Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco. 

«Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia.  

Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E’ facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione “Parigi brucia” tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per “scegliere”. Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice, il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore, (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro — o gli altri, i gruppi — ti vengono incontro o addosso — con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. 

Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal “potere”?»

 

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?  

«Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa usa quella. Altrimenti una spranga. E quando, uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono».  

      

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri. e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei « consumato » avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo.
Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?  

«A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa gronde, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.» 

     

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.  

«No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere “di che segno sei”. Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse — se ha ancora un soffio di vita — in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità dì vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, prima-lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la “situazione”. E’ come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. E’ la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del cantando sotto la pioggia. Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati». 

http://www.lastampa.it/2015/10/31/cultura/tuttolibri/speciali/tuttolibri40/pasolini/siamo-tutti-in-pericolo-enIvKLU3pJLOLmVzrtsNgK/pagina.html

   

hostia, murale di nicola verlato, roma
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