Problema di scrittura di Vladimir D’Amora

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Problema di scrittura di Vladimir D’Amora.

   

   

La scrittura, come quando si annaspa in un problema offerto, purtroppo è lotta entro lo stesso. Come la scrittura irreparabile sia risucchiata nella parola, in una delle retoriche scritte. Quindi problema politico, per quanto una frase, un pezzo linguistico, di altro e di riconoscibile, dispiega non altro, che la sua riluttanza a essere marcato. Eccepirsi.

Si scrive nell’irrisorio, riferibile, mentre il rinvio si schiude netto il brusio, lo scarabocchio, il programma sovrapposto che valga scambio autentico; e ci si scambia solo il proprio!

Il problema della scrittura è tale solo entro un regime della ripetizione, ma che sia un assetto di corresponsione e di alterazione re-sponsabile: una teatrale situazione della simultaneità. E parità. Dove trascorrono le parole, messe in istanze discorsive così come spazieggiando, attraversano cose disponibili dintorno, e autentiche, e sorprendenti nel loro solo essere inscritte, verità.

Lo specchio, nella somma dei pezzi, rimanda non il rispecchiantesi; e ciò solo perché il rapporto s’immagina, non solo l’inter-personalità. (Supporto ed eticità, decapitati, e solo in quanto occasione di una posizione d’impatto come di una scrittura…). La scrittura, ogni scrittura, non può che ricorrere alla scrittura, all’altra scrittura, anche: all’altro della e dalla scrittura. Ch’è la scrittura anche, questo altro, queste scritture.

Se le scritture si rappresentano, situate in una mera intensità, allora e parola e figura non hanno luogo proprio, il soggetto si conosce e si agisce non già sconnesso, ma proprio sconnettendosi. La scrittura, quindi non è altro che parodia. Più precisamente è una certa operazione della parodia, già il parodico: il suo trattamento che non la trascenda comicamente, né abolisca entro il non riso del romanzo. Raro, degno di una insularità, questo mantenimento dello scarto, questo gestire la sconnessione, e già sempre lo sconnettersi, sostenendoli i dislivelli, l’alto dell’altezza e il basso della bassezza… Ma questo è, anch’esso, un piano, anzi, il piano del senso: del verso della scrittura.

E’ proprio lo scriversi, che la ripetizione avrebbe da originalmente, contenere. Solo alla scrittura riesce di mantenere il tutto come già salvo. Il sano, integro, una certa sacralità, pertiene non solo al gesto indecidibile dal suo esporsi nel suo limite stesso, e da ciò viene l’essentia della scrittura, se ne idealizza il possibile. Ma questa è, perciò, un contenuto di verità, una sanità riposante nella direzione che si vuole come scrittura.

La scrittura è l’indietreggiare che, attenendosi al suo terrore per l’estraneo, lo vuole come paura, lo rappresenta in una decisione a un tempo bella, rilucente e lussuosa, per una coappartenenza che sempre deve di-sciogliere la scrittura nei suoi pezzi; e impossibile perché sempre nell’annichilamento di ogni ordine, del sito, del segnarsi, del materiarsi de-segnato, della localizzazione proprio.

Proprio nelle stesse ore, nel tempo stesso, sebbene la comunità che si sradica null’altro esiga, che una certa disapprensione del tempo e nel tempo, la scrittura è un aforisma – nella distopia stessa che la politica della scrittura è.

Se la scrittura manca sempre la sua istanza di sostenimento, (nel e in) luogo del suo aversi, e di conduzione, ossia non c’è gesto della scrittura, anche se possono esserci atti e prodotti scritti; allora è la scrittura posizione di e da nihil, un certo situare il nihilismo, e situarsi entro il nichilismo, e presso. La scrittura fa il movimento della posizione, la stasi nell’indifferenza di proprio e improprio, del segno come bastevole e del segno come emorragico, perché esige un aforisma, la parte che si trascende da sé che si vuole.

Il nihilismo dà da amare l’inappropriabilità della figura, (di) una (certa) immagine, l’inappropriabilità dell’immagine che stia alla volta del suo luogo, nel suo istante contenuta. La filologia è l’amore che si vuole dalla scrittura, sul fondo notturno del giorno, sulla morte accolta secondo una priorità però laterale, intensionale. Amore capace sempre invano di dismettersi, e però capace.

La materia, cui la scrittura si misura, è un testo e una nudità impazienti di coincidersi coi suoi abiti e sensi. La scrittura è l’ingiustizia di una storia che cada nella sua origine caduta.

E caddi come corpo morto ri-cade. Incassamento che risona.

Per variazioni intensive, ed è salvezza – solo salva la morte dalla morte, la scrittura. Sola.

                               

sanjuro - akira kurosawa
sanjuro – akira kurosawa

 

 

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