Prosa della madre incantata, poesie di Stelvio Di Spigno

Inception, Christopher Nolan,2011

Prosa della madre incantata, poesie di Stelvio Di Spigno.

    

   

Nel suo quarto libro organico, Di Spigno porta al limite un’antinomia che da sempre caratterizza i suoi versi: da un lato la memoria, declinata attraverso immagini nitide e scultoree di luoghi, persone e situazioni che hanno avuto importanza nell’educazione sentimentale dell’autore, dall’altro la consapevolezza storica del male insito nel mondo, che l’autore affronta con toni ultimativi e sdegnati, senza tuttavia cedere alla disperazione e al nichilismo. Al termine del libro, complice anche una religiosità vissuta e mai esibita, il mal di vivere si fa canto e viene superato in una rinnovata sintesi di vita e arte. Ma Fermata del tempo è anche un’opera di continue invenzioni stilistiche che vanno da soluzioni tenacemente narrative fino a liriche purissime. Questi simultanei cambi di registro, ai limiti del virtuosismo, spingono la dimensione del privato ad aprirsi verso l’esistenza dolente e solitaria dell’umanità, registrando puntualmente la meraviglia che ogni vita può offrirci.

Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in elvio-di-spignoLetteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013). Il suo ultimo libro, Fermata del tempo, (Marcos Y Marcos, Milano 2015) ha ottenuto il Premio Nazionale di Calabria e Basilicata.

Di Spigno ci propone qui alcune poesie tratte dal suo ultimo  “Fermata del tempo”,  Marcos y Marcos ed., 2015.

    

Quadranti

Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati,
e mattine il cui carico è dolore dovrà attraversare
questo corpo corale di tutte
le gioie distrutte, i disamori, le cadute,

prima che il tempo di ognuno anche per me
si esaurisca, sulla soglia di casa, o rinculando
con montagne di parole nella mente, guardando
solo il cielo, facile da vedere qui da Anzio,

quando, per non odiare gli uomini, storci il collo,
distrai gli occhi, punti a caso dentro una stradetta
senza uscita,

e i lavori in corso sono la sola certezza
che tutto si riabitua e si riabita,
ma non saremo noi a goderla, la felicità promessa.

*

Visione nominale

Era una piega alta nel cielo
arato e notturno di solitudine e tuoni
e pioggia sulle spiagge d’inverno
all’imbrunire, era tutto e solo da capire,
quel vento angusto che non disturbava,
era l’amore, la speranza infinita, la canzone
invalida, estatica della felicità:
era la donna che ti stava accanto, era tua madre
e tuo padre, era mio nonno con la busta della spesa,
il sabato quando don Biagio veniva a pranzo,
la campagna e l’asfalto nella loro lotta, e ora
la fine di ogni cosa nel suo dimenticarsi
di te e del tuo tempo migliore, il silenzio
della casa di Anzio, tu lontano da tutto
che pensi distrutto agli anni del liceo,
il cuore che batte senza un movimento,
il tempo che non avanza di un momento.

*

La bandiera di Vittorio

Da piccolo mi facevi vedere
la metà del cielo che è andata a riposare
nelle Americhe dei soldati partigiani,
quelli che vinsero la guerra per noi, poi
mi fischiettavi il silenzio militare, imparato
da giovane, e io mi addormentavo
come ogni bambino che si sente sicuro,
perché c’eri tu a fare da guardia; tenere lontano
gli incubi, poteva solo la tua grande mano,
che ha stretto 92 anni di vita e una sola morte,
arrivata nel tempo che a te più piaceva,
il 31 di luglio, quando si stava già da un mese
nell’adorata Gaeta. Ora io ti penso in mille
modi: il vuoto che hai lasciato è un oceano
di sangue e lacrime, e proprio non si asciuga,
e nemmeno potrebbe se anche lo volessi.
Cosa fa un morto accanto a un giovane?
Gli ricorda la strada da seguire, specie se come me
si perde, non fa testo, non riesce a vivere
di suo. E allora ecco che ricompari: ti metti
dentro, mi fai l’eco, ancora fischi motivetti cari,
giurandomi che sto vivendo, che ne vale la pena,
che oltretutto non c’è scelta, e io faccio ciò che vuoi,
mi stringo a te piangendo, scrivo una poesia,
prendo il cibo a cui tenevi tanto e lo riporto
più vicino alle mani, perché non si perda
neanche una parola, e il ricordo, anche se sacro,
mi faccia andare avanti con te come bandiera.

*

Prosa della madre incantata

Si muoveva per casa come per dire basta.
Svuotava ceneriere, lucidava i fornelli,
e quando il guanto di smania la lasciava
chiacchierava col gatto e foraggiava il davanzale:
era la regina di passeri e colombi.

Era la madre, il principio di tutto:
per questo tratteneva
lacrime amare in sillabe cadenti: è tutto sangue
da travasare, e farà parte di te, anche se scalci e rifiuti.
Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta.

Da giovane il male lo capiva. Pensava ai figli
come a un lenimento. Non arrivò, ma ricorda
cosa pensasse nel ’66 o che indossava
il giorno del diploma, esattamente.
Dai suoi vent’anni non s’era mai mossa.

È in quei momenti che puoi domandarle
perché ha sofferto tanto e di quale dolore.
Perché l’ha passato anche a me. Se ama il mare.

Una volta l’ho raggiunta nel ’70:
non sono ancora nato ma parliamo,
sento la sua pietà come il suo sonno.
Ora è riversa dentro il suo rimorso, è sempre sola.
Qualcuno dice che anche questa è vita.

*

Cavallo di ritorno

                             A Stefano Dal Bianco

Di una duna che si converte in altre dune,
facendo scempio di ramarri e poltiglie sottomarine,
forse di questo stavo leggendo, ritornando su Ciclo del mare,
e di come anch’io sono passato sotto le carrube
della sera e del male, fino a smarrirmi
nella dolcissima pena – andavo adocchiando, ridacchiando
della mia futura trasparenza, senza infiltrare spiegazioni,
incoraggiando gennaio a seppellirmi
con quel freddo che interpone tra le mani.

E di quanto ha di meschino
lo sbocciare della vita
per chi ha il mandato di salvarsi da solo,
anche questo ho letto, a pagina 68, scansando
i turisti e le camicie estive, i cerotti immischiati
tra le borse da spiaggia e chi insistendo rinasce,
mentre senza salite, nelle ore di passaggio,
il mare ci conduce alla morte e si defila.

                           

Inception, Christopher Nolan,2011
Inception, Christopher Nolan,2011

One thought on “Prosa della madre incantata, poesie di Stelvio Di Spigno”

  1. A tanta poesia che mostra nascondendo, che dice senza nominare , Di Spigno oppone una rivisitazione in chiave moderna della classicità intesa come chiarezza di significati , apportandovi una personale veemenza stilistica subito riconoscibile , solare, partecipata e mai sopra le righe. La sua “interpretazione” dell’elegia dribbla abilmente l’emotività e la rappresenta per quello che merita . Di questo non possiamo non essergli grati .
    leopoldo attolico –

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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