Prugne sulla pelle di Chiara Baldini, recensione di Carla Villagrossi

Russell Lee, Madre afro americana con bambino sul letto nella loro capanna vicino a Jefferson, Texas, 1939, Met Museum

Prugne sulla pelle di Chiara Baldini, Samuele ed. collana I folli 2016, recensione di Carla Villagrossi: vita sentita.

     

     

L’io pelle è un significativo concetto proposto dallo psicoanalista e filosofo Didier Anzieu nel 1985. La pelle svolge la funzione principale di limite, di contenimento e di organizzazione del corpo; noi tutti, ci formiamo e strutturiamo a partire dall’esperienza di superficie. La pelle è la sostanza conduttrice e silenziosa della vita fisica e psichica. Si trova in una posizione addossata al mondo esterno e a quello interno.
Come una pagina sulla quale scrivere, raccoglie le memorie del tempo e le esperienze; una mappa del benessere e del dolore. Traduce le emozioni, la pelle, le mette in comunicazione. Nella silloge “Prugne sulla pelle” Chiara Baldini, utilizza il medium poetico, per scrutare questo rivestimento psichico che garantisce il contatto e la relazione. Chiara come Didier scrive e legge la pelle, la traspone nella frase, apre una storia che talvolta non vorremmo ascoltare, attiva il collegamento con i sistemi profondi, con la carnalità e la spiritualità.
Perché Chiara ci porta su questa superficie sensibile?
Per dirci che la scrittura può mostrare scomode contrazioni, aperture e chiusure dello spazio sociale. La pelle è barriera protettrice e agisce contro il male esterno, ma è anche espressione filmica del dolore interno, manuale dello scambio continuo con l’ambiente, ultima frontiera del corpo. Questa superficie così viva e pulsante, raccoglie la memoria, trattiene nei segni la storia e si indurisce per diventare magazzino di emozioni.

Le parole si muovono alla ricerca di nuovi contesti, anche minacciosi. I movimenti ascendenti e discendenti dell’aria formano nubi stratificate che provocano temporali violenti, così Chiara Baldini, evocando un puer rigenerante, descrive con spericolate associazioni il paesaggio delle variazioni.

[…] Ci vorrebbe la pelle di un bambino
per ridurre il mondo a nuovo, guidare
la fiducia oltre al gesto
oltre a queste parole masticate.
Basterebbe a credere che col palmo
al cielo si possa spezzare in un saluto
ogni cumulonembo, scongiurare
la pioggia, addomesticare anche il vento.[1]

Il sintomo è il legame doloroso che possiamo intrattenere con un oggetto ostile, è l’oscuro attaccamento al negativo. Il male. La cura è la naturale conseguenza. La poesia è il punto di sosta del corpo doloroso, la parola di Chiara Baldini si fa racconto, la parola diventa nitida e lacerante quando sembra evocare Antonin Artaud, nelle frasi che celebrano la pura materialità del gesto e dello strumento che si avvicina alla carne. Il derma della realtà, la pelle delle cose, la gloria del corpo. Un corpo che percepisce e veicola una vita profonda e porta nella realtà della superficie i racconti che si dispiegano nel ricamo della sutura.

“[…] Ci vuole la pelle aperta, a volte,
per accogliere la vita. Farsi passare l’ago,
accettare la sutura. Ci vuole tutto il tempo
a volte, perfino quello passato.
Ci vuole una mano aperta sulle guance.
Una mano qualunque.
Ogni carezza perduta è uno schiaffo”.[2]

“Benedetta sia ora la poesia…”[3] che procede su sentieri difficili, si arrischia, si allontana, attraversa l’inverno, sa tornare, regola i processi anche quando il corpo umano accoglie corpi estranei. Un potere occulto opera nell’organismo, costruisce composizioni con i sistemi interni. Ogni malattia ha un’anima velenosa, un involucro attaccato e dolente. Cerca la vita e la luce il corpo per non spegnersi e morire nell’ombra; attraverso la parola si costruisce il giorno nei luoghi della cura[4]
Attendiamo un nuovo inizio, ancora e sempre il giorno, la nuova luce porta con sé promesse confortanti, adagiate sul corpo universo: 

Se ci offriamo i corpi stanchi,
schiena al ventre così chiusi,
allacciamo tutto il tempo in un ritrovo
perso d’ombra e non diviso
in pace calda, piega buona di cuscino.
E ci parliamo zitti a letto, noi due
virgolette a chiudere un discorso:
la felicità è di chi l’attende
nella calma, assieme al giorno[5]

       

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[1]   C. Baldini, Prugne sulla pelle, Samuele Editore, 2016, Cumulonembo I, p.30
[2]   C. Baldini, op. cit., La Sutura, p. 21
[3]   Ivi, Poesia, p. 45
[4]   Ivi, Albeggia nel letto d’ospedale, p. 16
[5]   Ivi, Il discorso, p. 52

Senza titolo
in apertura Russell Lee, Madre afro americana con bambino sul letto nella loro capanna vicino a Jefferson, Texas, 1939, Met Museum

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