Quadro imperfetto di Stefania Onidi, recensione di Antonella Lucchini

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Quadro imperfetto di Stefania Onidi, Bertoni Ed. 2017, recensione di Antonella Lucchini.

     

     

Avete mai visto un ragno all’opera? È un gran lavoratore, preciso nel costruire la propria tela. Vi siete mai chiesti dove vada a nascondersi? Un ragno in particolare, la Tegenaria, si crea un nido a imbuto, in un angolo della ragnatela.

Avete mai pensato al poeta mentre scrive? È un lavoratore, un artigiano che con arte “costruisce” la poesia, poesia rivelazione di sé, poesia tela, poesia nido. Il testo che apre la raccolta di Stefania Onidi è TEGENARIA: “Fissare il punto dell’andare/Fare un nodo/Nel ventre cavo/si muove la mia creatura/Dire.” Sono versi che narrano lo scrivere. Sono versi in un certo senso palindromi, perché possiamo leggerli anche partendo da “Dire” e poi a risalire, accorgendoci che la poetessa ci suggerisce che per dire si deve andare e per andare si deve dire. La parola come movimento: del pensiero, della mano, del battito corporeo. Ma Onidi ci dice anche che la poesia è un nido, è casa, è il luogo dove sei te stesso nel modo più profondo, dove non puoi mentire. La tegenaria è una metafora interessante e molto azzeccata, e ci riporta, pensando alla ragnatela, a qualcosa di impalpabile, di molto leggero, sensazioni che troviamo anche nella terza poesia che si incontra nella raccolta: “Valutare il vento/la sua luce tesa/la volontà di correre il vuoto”. Ho sottolineato tutte le lettere “v” perché ci riportano esattamente il senso/significato del “soffio”, della leggerezza, oltre ad offrirci, ça va sans dire, una bella sequenza allitterante. Molti sono i sostantivi, le sensazioni che ritroviamo, nel corso della lettura. Non solo perché i poeti, si sa, hanno parole preferite, nelle quali si riconoscono, ma perché, se si riconoscono, significa che, attraverso loro, ci dicono del loro essere e del loro stare, del loro minimo e del loro massimo. La nostra autrice scrive spesso “nodi”, “filo”, “mare”, “nuda”, “vento”, “silenzio” e parti del corpo. Il corpo e il mare, non a caso. Da dove proveniamo tutti, se non dall’acqua (a maggior ragione Onidi che è nata in Sardegna e per ironia della sorte vive in una delle regioni italiane che non hanno sbocco sul mare)? Dove nuotiamo per nove mesi, se non nel liquido che nostra madre ci procura?

E cosa è la vita, se non un filo che si tesse (senza disturbare le Moire, o disturbandole, se si vuole)? Abbiamo iniziato parlando di un ragno e della sua tela e si continua, perché due delle cinque sezioni in cui è suddiviso il libro sono Filo di ordito e Filo di trama. L’ordito è il filo verticale, immagino quindi poesie che donino una certa profondità, che ci regalino un’esplorazione nel fondo del poeta, e così è: “Risalgo il mio piano interiore/stanza altissima.” (E attenzione, altissimo si legge anche come profondità) […] “Viaggia la spola, nave dentro – fuori – dentro” a formare l’incrocio con la trama (il filo orizzontale) che dà vita alla tela, all’esistenza. Ma qualcosa le impedisce di essere perfetta, se non altro consistente: “Non funziona. Sciolgo i nodi. Va meglio/Scelgo il colore, filo d’anima/Si chiama impegno/Lo faccio per tenerti in vita/ma sei un nome vuoto”. C’è quindi un colpevole, qualcuno ha boicottato il lavoro della trama, forse l’ha addirittura abbandonato, lasciando ciò che poteva essere un capolavoro, o più semplicemente qualcosa di portato a termine, una tela fallata. Forse per questo, i disegni del corpo femminile che accompagnano molte delle poesie, opere dell’autrice stessa, sono evanescenti, indistinti a volte, incompleti (gambe, un corpo integro ma senza fisionomia, senza occhi naso bocca, macchie informi, colate di colore, gocce).

Quadro imperfetto è uno scorcio di vita di una donna che non si sposta e non si lascia domare, nemmeno da una forza centrifuga com’è l’abbandono e che si basta, si autocura, come ci rivela in questa poesia

Ricorrere all’essenziale
farmi terra
accogliere me stessa.
Guardarmi nuda e semplice.
Incastrarmi tra le ossa della notte.
Riposare senza lingua nel verbo del silenzio.

 

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in apertura opera di Maurizio Caruso

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