Quando smisero di scagliarsi fiori e vasi contro, poesie di Vito Panico

C'ERA UNA VOLTA IL WEST_TRENO 2_risultato

Quando smisero di scagliarsi fiori e vasi contro, poesie di Vito Panico.

   

   

Vito Panico (1982) è cresciuto a Tricase, Lecce. Ha vissuto a lungo in Irlanda, dove ha lavorato e studiato. E’ stato attore in una compagnia di teatro e ora insegna inglese a Latina. Nel 2014 ha pubblicato la raccolta di poesie “Chiamata a carico”, Edizioni Esperidi. 

*

Feisbuc

La tua foto su Facebook rimane.
Non ti vedo che digitalizzata in un ritratto del 20 Gennaio
I tuoi grandi occhi sono pixel sfuocati,
iride a bassa definizione,
la copertina che ti protegge una montagna soleggiata.
Quo es?
Scorgo i tuoi sorrisi nei mi piace che dai agli amici
Basta poggiarci la freccia del mouse
e so a cosa hai dedicato un click,
rubo due dei tuoi pensieri,
so per cosa ti sei digitalmente entusiasmata oggi.
Ma prima ci devo trovare il tuo nome tra quei pollici all’insù.

Chissà di chi sei amica ora,
chissà se anche tu mi cerchi nel linguaggio HTML.

L’amicizia l’hai tolta prima cosa,
ma non potevi strapparti la faccia da dentro il mio hard disk?
Sono stato io a cancellarti,
eppure eccomi, a sniffare le tue tracce online,
a incupirmi di notte per sogni odorosi di vaniglia.
Dimmi, come si fa a rimanere amanti?
Ti prego, messaggiami, sai che non ho whatsapp,
Messaggiami tradizionalmente,
almeno frizionami con un cinguettio di un paio di battute!

Avrei dovuto mettere ‘impegnato’ sin da subito,
credere al profumo reale dei tuoi capelli.

Avrei voluto essere concreto
cemento concreto
farti ridere
farti da mangiare
mangiare risate insieme.

So che ti piacciono gli edifici eco-sostenibili,
so che vorresti più soldi per i ricercatori,
che hai trascorso il weekend in montagna, due mesi fa,
giacché non ho accesso a nuove foto.
So che hai stretto contatti, stretto contatti,
come si fa con una mano o una guancia.

Cosa hai sognato stanotte,
hai dormito il sonno dei bambini
o quello rarefatto dei grandi?
Hai bevuto solo grappa trentina negli ultimi ventotto giorni?
Scendendo dall’autobus ai piedi di quelle montagne,
hai avuto pensieri vuoti o pieni?
Hai visto fatti illuminati o foschie nei volti?
La strada era dritta o corta?
La spesa pesava più della giornata?
Soprattutto, a chi hai concesso sorrisi in carne ed ossa,
a chi hai stretto mani,
per chi si è assottigliata la tua voce?
Sei tornata indietro?
Agli amori di anni fa?
Lo hai fatto con un messaggio di testo?
Ironico o impiegatizio?
Conoscendoti so che sorriderai quasi sempre.
Queste strade attendono il tuo ritorno.
Lecce e il territorio sono a disposizione.

Ho la sensazione che queste parole non servano,
come l’acqua calda in Agosto,
non le leggerai- o forse si 😉 – perché è meglio sorridere..
Oppure, più semplicemente,
potrei uscire, inalare la terra,
puntare il mandorlo giù in fondo e correre, correre.
Nei campi ci sono molti sassi oggi, vorrei evitarli,
rimanere alto sui muretti,
tra gli oleandri e i noci,
vorrei che tu vedessi lo stesso mio verde.

Oggi il cielo mi ricorda Amsterdam
nei cui uffici eri diventata mia moglie.
Questa stasi mi sta uccidendo, come fai tu?
Vorrei essere un ingegnere, vorrei vivere a Kinshasa.
Partorire.

Abbiamo quarantuno amici in comune
e nessuno di questi siamo noi due.
Profumo d’abete,
Io vedo,
ovunque tu sia.

         

N.B.

Gli amori che ho fallito
Sono bandiere di una geografia sentimentale
Con passaporti stranieri, accenti, pelli e ossa
di spessore.
Hanno occhi di nocciola
Capelli d’angelo e parrucche di iuta.
In comune hanno il sapore d’occasione mancata.
Gli amori li fallisco dopo un anno
Mi squalificano per ritiro
A volte non mi presento e perdo a tavolino
Vi sono svariati inviti a riprendere il gioco
ma alla fine le parti cedono per sfinimento.
Colleziono amori falliti dall’età della placenta.

***

Gerusalemme

È al ritorno che nella mente si profila netta la montagna
E il cobalto dei laghi
Non durante ma dopo
È tornando che si sente il peso del viaggio
Nella stasi
Nella permanenza fragile comprendiamo cosa è accaduto.
Trovano nuova luce la ragazza nel bar
la tavola straniera, i segnali stradali
e l’odore
Delle valli solcate
Giacché sempre di camminare si tratta, ovunque.

Più tardi arriva il vuoto necessario
e subito dopo il pensiero di una nuova attesa partenza.
Abbandono e catarsi insieme.
Dopo mesi di apnea,
poco intenti alla vita,
finalmente l’epifania avviene.
Qualcosa si è mosso, something has changed!

Un passo verticale sulla terra arida
e chiglie profonde nelle acque
gli strumenti scelti per riempirci i polmoni
di foto istantanee e ricordi di una città mai vista.
Laggiù, non saremo uguali a noi stessi,
di più, aderiremo al carattere,
sangue del sangue,
con la vita che si squaglia liquida
e rimuove la garza del disagio.

Viaggiamo sempre
su una poltrona d’inverno,
persino nelle unghie d’Europa,
anche allora conosciamo noi e altro che noi.
Gli anfratti che sappiamo non ci sfuggono più,
né il buio oltre la siepe.

Gerusalemme madre,
prima frontiera d’Oriente
crogiolo caro arriveremo a tempo debito
Non un giorno troppo presto né uno troppo tardi.

***

Quando smisero di scagliarsi fiori e vasi contro

Le quotazioni delle parole risalivano.

Quando smisero di scagliarsi fiori e vasi contro
Si decise una fuga
senza un vero e proprio referendum.

Iniziava l’inverno al mare,
Il che faceva ben sperare,
poggiavi la testa su un cuscino d’aghi di pino,
ascoltavi i gossip delle onde sull’Oceano,
su un gommone cercavi grotte
verdi, turchesi,
declinate di pipistrelli appesi
irriconoscibili,
sopra, sotto l’acqua.
Bing tac boom!

Visto dalla strada,
il mare scintillava pigro
azzurro d’occhi e bionda luce,
venivano facili le curve verso scuola
su uno scooter scoreggiante,
un rospo sfrangiato,
il grillo.
Ogni tanto capitava che il mare rimettesse la cena,
e ti guardava immerso in se stesso ,
schiuma intorno alla bocca
dio che musone!
Gli facevi una pernacchia
E tornava a ridere sornione.

Naturalmente era facile perdere le coordinate dei visi,
non capivi se fosse meglio appartenere al naso,
agli occhi,
allo spazio tra i denti,
non conoscevi la qualità del sentimento
a te attribuito di volta in volta,
soprattutto perdevi le ore del giorno,
specie dopo pranzo,
in quella rincorsa verso sera,
il dolce inaspettato volgere della luce fuori,
quello stancarsi delle braccia e della memoria,
quella contentezza pomeridiana,
che è il succo della vita di tanti.

Questa era difficile da digerire,
la perdita della padronanza
sul tempo e sulla luce solare, la scelta,
i numeri su un foglio,
un dannato dribbling, un passaggio orizzontale.

Anche lo spazio cambiò in peggio:
il tinello divenne una veglia tra fantasmi,
un capezzale senza corpo.
Nel garage era la polvere,
un respiro di cocaina.
Un effetto senza effetto,
un tiro svirgolato che segna,
imprevista eccitazione.
Lungo il soffitto correvano lunghi caldi tubi,
vene di petrolio, scarichi, acque del palazzo,
immagino ratti.
Passavamo le ore giocando,
Dribbling, tunnel, tiri
Si assegnavano punizioni,
Si provava a vincere.

Eroici atleti,
riposavamo sulle sedie di un vecchio cinema,
sedie dure che peggio son gli scogli,
accanto a pile di giornalini
di seni spuntanti dalla carta,
e tanto bastava.
Eravamo film e spettatore,
Calcio e teatro,
senza atti, puri.
Amavi il candore della Pozzi
Quel velo invisibile intorno al viso
Ne amavi la pace delle forme
L’aspirazione raggiunta.
La cosa peggiore era
Che fuori facesse buio,
che ciò fosse una scusa per i compiti,
chè i compiti rimandavano a un giorno
che quello non era,
a un’idea lontano dal garage,
a risate sopite, insulti mai uditi.
Avere idee, capii,
voleva dire perdere qualcosa.

La voce delle madri
ti richiamava su,
viaggiava sei rampe di scale
come un angelo che ti strappa dagli inferi
e ti trasforma in pianta da balcone,
ti ricorda che sei maschio,
fresco sì,
ma non basti a te stesso.

La sera il mare ruggiva,
la luna sorvegliava la costa,
e guardavi le gambe nello specchio,
muscoli cesellati come una facciata barocca,
capitelli di fibra,
l’obiettivo: i quadricipiti di Rocky
-quelli di Lentini essendo impossibili-
e se eri soltanto al sessanta per cento del piano,
meglio di un flaccido niente.
Bing tac boom!

A fissare il soffitto galleggiavi perfettamente,
riposavi sveglio, non sai mai.. uno tsunami, una slavina,
un SOS qualsiasi, una notifica,
eppure niente di veramente tragico
né nulla di abbastanza comico accadeva mai.
Puoi essere uno straniero,
un agente del Sidis, un chimico in un lager,
Ma nulla mai accade veramente.
Non ti importa di muoverti,
Non tanto ti turba.

A impressionarti però era la caparbietà del geranio:
rosso, viola, lilla, arancio, verdi curve di tronco,
quel bastardo se ne fotte,
metti un’aiuola arsa, una roccia, due gocce di salsedine
e quel plebeo di un fiore continua a supportare i suoi colori,
come niente fosse.
È un dispetto al vento dei Balcani quello scherzo,
uno sfregio per i volta-bandiera,
vale una pernacchia.
Bing tac boom!

                 

Sergio Leone, C'era una volta il west 1968
Sergio Leone, C’era una volta il west 1968

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