Quarantenni a confronto: intervista a Canio Mancuso a cura di Paolo Polvani e alcune poesie

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Quarantenni a confronto: intervista a Canio Mancuso a cura di Paolo Polvani e alcune poesie.

    

     

Io, pensoCanio Mancuso (Melfi, 1971). Cresciuto a San Severo, attualmente vive a Omegna. Nel 2004 fonda il mensile umoristico “Za!”. Dal 2005 al 2006 è redattore del periodico “Sguardi”. Ha scritto o scrive per i periodici “Fermenti”, “Le reti di Dedalus” e “Christianitas”, e per i quotidiani “L’Attacco”, “Capitanata.it” e “Zeroventiquattro.it”. È citato nel volume Letteratura del Novecento in Puglia (Progedit, Bari 2009 e 2010), a cura di Ettore Catalano. Alcune sue poesie sono apparse su antologie e riviste, tra cui: “Fermenti”, “Gradiva”, “Poliscritture”, “Poetarum Silva”, sulla rivista spagnola “Ómnibus” e sulla francese “Lichen”. Nel 2015, insieme a Raffaele Niro, cura l’antologia Sotto il più largo cielo del mondo. Trenta poeti dauni, numero speciale dei “Quaderni dell’Orsa” (Besa Editrice). Nel marzo 2016, ancora con Besa, pubblica la raccolta di poesie Fiammiferi, tradotta in francese e prossimamente in uscita con Hippocampe éditions. Nel 2018 pubblica Il lato destro dell’armadio (Giuliano Ladolfi Editore).

Vi proponiamo l’intervista che gli ha rivolto Paolo Polvani e alcune sue poesie.

     

Il titolo del tuo ultimo libro è “Il lato destro dell’armadio”, come scegli i titoli dei tuoi libri?

Si tratta della mia seconda raccolta in volume. La prima si chiama Fiammiferi: in entrambi i casi a dare il titolo all’insieme è una poesia che, secondo me, racchiude il senso del libro e lo concentra in sé, lo chiarifica. Voglio dire che il testo eponimo non è necessariamente il più riuscito, ma quello in cui il libro trova la sua sintesi “programmatica”, per così dire.

      

La tua poesia è attraversata da un’ironia senza pietà, che rappresenta forse la cifra più incisiva, hai sempre scritto in questa maniera?

L’ironia va maneggiata con cura: è una granata pronta a esploderti in mano. Rischi di sembrare cinico e indifferente a tutto, anche se è non è così. Un mio amico una volta disse che l’ironia mi aveva salvato la vita. La tua espressione “senza pietà” è interessante, ma io vorrei che in ciò che scrivo un po’ di pietà si affacciasse, ogni tanto. Ma forse hai ragione tu. Da ragazzo, a venti, venticinque anni, scrivevo in un altro modo. Poesie illeggibili e pretenziose. Imitavo stancamente i poeti che mi piacevano: leggevo Penna e “penneggiavo”; leggevo Mallarmé e “mallarmeggiavo” ecc. I risultati puoi immaginarli. È vero che l’imitazione fa parte del processo di ricerca della propria voce, ma io esageravo. Per fortuna, non ho pubblicato nulla fino a quando non mi è sembrato che il mio lavoro si tenesse in piedi. Ho pubblicato il primo librino a quarantaquattro anni: un’età non verdissima per un esordiente, e, per dirla tutta, non ero convinto di fare la cosa giusta, pubblicando. L’incoraggiamento dei miei amici poeti e scrittori è stato fondamentale. Ho trovato tardi il mio stile, perché da giovane non ne cercavo uno, cioè non mi ponevo il problema di cercarlo. Almeno adesso posso dire che ciò che scrivo mi somiglia, esprime la mia visione della realtà. Non dico del mondo, perché per principio non guardo al di là del mio pianerottolo. Ho una consapevolezza perfetta dei miei limiti. Purtroppo.

     

Nel passato hai fondato una rivista umoristica, com’è andata?

Non so darti una risposta, perché era un periodico gratuito. Lo distribuivamo nelle edicole della nostra città, San Severo. Parlo al plurale perché nell’avventura avevo due soci, Francesco Gravino e Leonardo D’Orsi: il primo fa l’attore e il regista teatrale. Leo era il nostro disegnatore: formidabile. La rivista si chiamava “Za!”, che in sanseverese è il grido con cui si scacciano i cani. Nello stesso tempo, la parola si prestava “onomatopeicamente” all’idea del taglio di forbici o di lama. Ne stampavamo mille copie, che andavano via in poche ore. Alle persone il giornale piaceva, ma non posso dire che fosse un prodotto riuscito: non eravamo abbastanza cattivi, procedevamo con il freno a mano tirato. Dopo un anno, poiché faticavamo a trovare fondi, interrompemmo le pubblicazioni. Tre anni fa provammo a far rinascere il giornale, ma non ci riuscimmo per il solito problema.

       

Scrivi anche in prosa?

Scrivo articoli per qualche rivista letteraria. La collaborazione più continua è con “Fermenti”, semestrale fondato e diretto da Velio Carratoni. Parlando di scrittura di invenzione, no: mai scritto né romanzi né racconti. Una specie di racconto l’ho scritto, l’ho pubblicato su una rivista; ma era più che altro un reportage sui sogni violenti dei bambini, e sulla morte di un mio compagno d’asilo, ucciso a undici anni. Un romanzo lo scriverei solo se mi pagassero per farlo. Quando mi viene voglia di scrivere, scrivo poesie, ma non sono un grafomane, anzi. Sono pigro in modo quasi patologico. Quando mi trovo a tu per tu con la pagina bianca, mi prende l’ansia: ho paura di non riuscire a dire le cose nella maniera giusta, di non scovare le parole precise, esatte.

     

Rispetto al tuo libro precedente, “Fiammiferi”, che evoluzione rappresenta?

Nel secondo libro credo di aver raggiunto una maggiore precisone. Poi credo che ci sia più fantasia dentro, più immaginazione all’opera, una specie di divertimento senza gioia. Forse avrei potuto asciugare certi testi dal respiro lungo, ma nel complesso sono soddisfatto: mi sembra un lavoro onesto, non c’è il birignao letterario del poeta che si specchia nell’acquetta dell’ego. Almeno credo. Non dico che il mio primo libro non fosse onesto, ma c’era qualche stonatura, qualche compiacimento di troppo qua e là.

     

Nelle tue poesie circola un’atmosfera di estraneità, o forse meglio di straniamento, è solo un’impressione o fa parte di una precisa visione?

Probabilmente è il frutto del mio terrore dell’enfasi. Da ragazzo scrivevo testi molto enfatici, pieni di maiuscole. Me la sognavo, la poesia senza esclamativi di Caproni, poeta che ammiro profondamente. In un certo senso, ora scrivo per espiare la mia giovanile prolissità. Oltre che per dire la mia nel modo più esatto possibile, perché qualcosa del mio senso della realtà sopravviva. Sì, penso che “straniamento” sia la parola giusta. Quanto alla visione, credo di averne una abbastanza precisa dell’esistenza. Parlo molto della morte, ma non in modo astratto: parlo delle cose e delle persone che muoiono. Mi interessa il dato biologico del fenomeno. Mi concentro sul fenomeno, perché se rifletto alla morte come a una condizione spirituale, il sangue mi si raggruma nelle vene. Nicanor Parra una volta scrisse: Sólo una cosa es clara: / Que la carne se llena de gusanos. Mi piace pensare che avesse torto. Vorrei che la morte non fosse una realtà permanente, ma non credo nell’aldilà: ho solo dei sospetti.

       

Alcuni testi di Canio Mancuso da “Il lato destro dell’armadio”: 

Il nome

Il tuo nome fai fatica a starci dentro.
Vedi la mezza luna quasi piena
della lettera con cui comincia:
ti illudi di riposarci la schiena
tanto è rotonda e morbida la sua promessa.
Invece è la consonante
inopportuna di Come? Cosa?
Quando senti pronunciare il tuo nome
riconosci dall’abbrivio spaventoso
l’invito della guardia di confine
a dichiararle qualcosa.
Giusto il tuo nome;
l’espressione eretica delle impiegate
che se lo passano rimpicciolito
di bocca in bocca per credere a una parola.
Ti scrutano in agguato tra le ciglia
ti chiedono di esibire le prove
della tua inconsistenza terrena.
Le prove sigillate nel nome.
Non ci stai dentro tutto nel tuo nome:
spunta sempre un pezzetto
un piede che dondola dal bordo
ma non è un’amaca non ci puoi stare comodo
rimanere in silenzio farti aspettare:
è un punteruolo per entrarti nel fianco
grattare la vernice – la chiamano così –
dell’essere-apparire
raschiare quel po’ di colore
che somiglia a un sorriso
ed è un suono di due sillabe
che dà il via allo scavo:
chi ti chiama per nome
vuole impararti saperti controvoglia
occuparti un centimetro alla volta
o peggio tutto insieme da radice a radice
da quella dei capelli a quella dei respiri.
Chi ti nomina ti ribalta
senza chiederti il permesso
e tu speri che il tuo nome
ti nasconda in un cappuccio
a quelli che hai davanti
e intorno tutti con lo stesso nome
diverso dal tuo così disabitato
che suona come quello di un indiano pellerossa
(sai gli uomini che si accigliano e sono nuvole
o fanno la guerra e sono lampi notturni
o falconi insonni: il nome personale
a ciascuno il suo
fatto di un pane che non si condivide.)
Ti capita di morire
e allora il nome ti si scioglie addosso
sbrilluccica come un barattolo
legato alla marmitta di un’auto senza sposo
e tu rimani lì da dove sei partito.
Lo incidono sul legno sulla targa
che illumina il tuo vuoto
e tu dall’uovo in cui sei rientrato
con l’anima mischiata alle frattaglie
da dietro al guscio in cui te ne stai composto
nel tuo corpo nuovo
con le tue unghie liquide
non riesci a cancellarlo.
Il nome che continua a schiarirsi la voce
sotto la luna e sotto il sole
anche se ti ha dimenticato.

* 

Piccole manovre dell’abbandono

Le prime a cadere sono state le piante
non per volontà del tempo o del destino
ma del finto giardiniere
che le aveva ficcate nella terra.
Messe lì per dominare sulla voragine
del cortile erano ridicole: uno sbuffo verde
intorno al grigio su quattro righe di terra
macilenta quattro aiuole fallite
con un po’ di impegno tombe di passeri
neanche i vermi ci dormivano comodi.
Affacciate sull’asfalto in coda alle automobili
parevano sfottere non si sa cosa:
la natura la tecnica l’arte dell’equilibrio.
Ma erano piante vere con la linfa e foglie
che cadevano davvero e rinnovavano
il cerchio dell’esistenza i suoi disegni,
trattandosi di alberi, sempre concentrici.
Gli uccelli che ci stavano al riparo
erano veri uccelli con le piume e il becco
e anche le cicale d’estate facevano
le loro pernacchie ascellari che sentivi
fino allo sconquasso del cuore
nel sonno pomeridiano.
Le piante avevano radici che spaccavano
l’asfalto: formavano crepe sulla superficie
come quelle sulla crosta del pane.
Perciò decisero di abbatterle
le piccole e le grandi:
il pino di tredici metri
e la pianta di rose aggrappata al cancello
(ogni tanto una mano giallastra
ne prendeva una per portarla in chiesa
e io che non sapevo i nomi dei fiori
odiavo quella mano perché
sporcava la morte delle rose o così credevo).
Ma quella pianta forse era già marcita
in un fosso prima del massacro.
Poi è stata la volta degli animali
gli occhi notturni della casa:
una bastardina ermafrodita
mezza chihuahua mezza tina pica
un’idea storta a forma di cane.
Abbaiava per dimostrare al mondo
di non essere un’invenzione messicana
ma con un’ottava più alta incarognita
che pensavi ai rimproveri ululati
dalla nonna catarrosa
ubriaca di vino e acqua a cui il nipote rubava i giocattoli.
Aveva tanto coraggio quella nonna-cane
finché ti restava in braccio e da lì
sfidava gli eserciti e i camorristi
e che schifo aveva dei suoi simili
cani senza rimedio e del sesso
miserabile che le offrivano.
Femmina disponibile e cialtrona
nel tête-à-tête col cibo
l’unico maschio che non la spaventasse.
Vederla morire nell’agonia di una notte
la traccia sempre più debole del fiato
che le increspava il labbro sopra il dente
a fondo nella paralisi degli occhi
sbarrati dalla sorpresa Dio cane sto morendo
fu quasi un allenamento alle altre veglie.
E una coppia di gatti vissuti more uxorio
(tradendosi il giusto da buoni borghesi).
Lui con la faccia napoletana
scavata sotto gli zigomi i lineamenti mobili
del comico: ci leggevi la gioia l’angoscia
la noia del niente di nuovo nel deserto.
Mai visto prima un gatto così trasparente
così impoetico.
Lei gonfia come un enorme bignè tigrato
per via di un’operazione:
lei gatta-moglie-madre lui gatto-ragazzo
in pantofole con poche opinioni
e nessun segreto. Lui morì per primo
lei tre mesi dopo schiantata dal lutto
come Giulietta e Sandra.
I gatti ti insegnano a morire:
basta guardarli scherzare sullo sprofondo
abbuffarsi e fare debiti l’ultimo giorno
seguire la curva fino all’impatto
col moralista che arriva contromano.
Infine è toccato agli uomini:
quello che aveva piantato
gli alberi e le rose il finto giardiniere
competente almeno una volta
chi aveva allattato i figli dei gatti
e portato a spasso il cane sgorbio ermafrodito
il sesso che chiedeva l’ultima confidenza
della lingua il corpo sgonfiato del padre
senza rifugio tra le lenzuola bianche oscene
il ventre della madre posata su un tavolaccio
e anche lì in quelle morti tanto umane
non ci vedevi la volontà del tempo
e del destino ma un’altra che non era
quella che strappava le rose
e neanche quella sottintesa di Dio
nessun distacco nessuna morale
nessun commiato nessuna pace
nemmeno una schiuma di eternità
solo un contraddirsi per sparire meglio
di tutto ciò che nasce e fa rumore:
uomini animali piante
occhi bocche parole versi
e la loro maldestra inclinazione all’assenza.

* 

Geometria delle coincidenze

Abitano sulla stessa scala
del palazzo di un rione quasi borghese
un’enclave di dialetti terroni
incolonnati come vertebre
nella carne dello stare al mondo.
Si ignorano come tutti i vicini di casa:
se tra loro c’è una fraternità
è sempre al di qua della simpatia
del fastidio di salutarsi
è la natura che li lega
a un invisibile filo di sangue.
Le marionette di carta che si aprono
come frasi identiche
non hanno sguardi meno bianchi
delle loro fantasie –
il paragone è facile non gli piacerebbe.
Al primo piano un uomo di quarant’anni
una madre spagnola un padre autarchico
che gli fa la spesa e ogni tanto piange
se lo vede ubriaco quel figlio
allevato in cortile diventato pazzo
per avere scambiato il no di una donna
col do delle trombe del giudizio. Capita.
La ragazza che gli fa eco al secondo piano
insulta sua madre vorrebbe sparire
per non somigliarle diventando vecchia
coi capelli ingrommati di tinta
l’alito degli alveoli vuoti
ma ogni sera le chiede il favore
di rimboccarle le coperte.
Al terzo piano c’è un professore
di cucito e di economia.
Ha spesso due macchie nelle mutande
quella davanti è la sua preferita.
Spia l’oltremondo con il telescopio
mentre impara la lezione del giorno
che ripete nel suo nascondiglio.
Pensa alle notti degli innamorati:
gli basterebbe un posto
nelle fessure dei loro sguardi
e nelle altre di cui si vergogna.
Indovina le traiettorie
dei baci e delle carezze.
L’infermiere del quarto piano
sa fare punture di precisione
sotto le unghie dei piedi.
Mette la divisa del fratello
che abita di fronte e gli presta gli aghi
e anche i pensieri che lo accoltellano
non sono suoi ma gli guastano il sonno.
La vedova che sta al quinto piano
crede che le abbiano fatto il malocchio
che il diavolo sorrida dentro il cognato
podista dilettante che voleva sposarla.
Il giorno che il cuore gli scoppiò
durante una gara che arrivava a Faenza
rimase a terra col suo amore cattivo.
Lei non versò una lacrima
che non avrebbe versato
per un povero cristo senza nome.
A chi non capiva la sua indifferenza
rispondeva che tutto ha un significato:
ricordare un nome come dimenticarlo
accarezzare un volto come graffiarlo.
Dio non è un impresario del baratto
e per questo avrebbe pregato.
Vivono tutti sulla stessa scala
si confondono con gli altri pazzi
ma non vogliono incuriosirti:
non scrivono versi non dipingono
indossando sottane per sentire
un respiro vinoso nel corpo.
Non eccitano la retorica
del genio imbottigliato nel delirio.
Non testimoniano il disordine del mondo
e neanche il loro.
Gli anatomisti dello stupore
i bravi a sorprendersi i commossi
non saprebbero cosa farsene
di un caos così inconcludente
che rifiuta la poesia e la prosa.

*

Il lato destro dell’armadio

Nessuna devozione per gli oggetti
che non ci appartengono più
la memoria sta in piedi da sola.
Bisogna alleggerire lo scomparto
del marito onorare la vedovanza
cancellando le impronte superflue
coi segni dei polpastrelli e il sudore
nelle scarpe. Butterà le giacche
e le grucce-imitazioni di clavicole.
Non soffiare via la forfora dal pettine
è ridicolo come il pensiero
delle mani nei guanti.
Si accorge che le immagini svaporano:
conserverà le fotografie.
Inizia a parlare con un volto
si vergogna: quei ritratti disonesti
nella loro confidenza
gli occhi del marito
in posa per il fotografo
scheggiano appena il vetro.
La memoria sta in piedi da sola
nella foto è lei a farsi da parte.

*

          

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opera di Maurizio Caruso

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