Quarantenni a confronto: intervista a Sergio Pasquandrea a cura di Paolo Polvani e alcune poesie

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Quarantenni a confronto: intervista a Sergio Pasquandrea a cura di Paolo Polvani e alcune poesie.

     

     

25659555_10212881755031363_4033328167019419908_nSergio Pasquandrea è nato a San Severo (FG) nel 1975. Dai primi anni Novanta vive a Perugia, dove insegna Lettere in un liceo.
Nel 2014 è uscita la sua prima silloge, intitolata Approssimazioni (Pietre Vive/iCentoLillo) seguita da Oltre il margine (Fara, 2015) e Un posto per la buona stagione (Qudu, 2016). Nel 2017, è apparsa la seconda edizione, riveduta e ampliata, del suo primo libro, intitolata Approssimazioni e convergenze (Pietre Vive).
Ha inoltre pubblicato due plaquette: Topografia della solitudine (in “Pubblica con noi”, Fara 2010; seconda edizione, in e-book: Pietre Vive, 2017) e Parole agli assenti (in “Contatti”, Smasher 2011). Suoi testi sono stati stati pubblicati in riviste (“Scuola di poesia” de “Lo specchio”, a cura di Maurizio Cucchi; “Gradiva. International Journal of Italian Poetry”), su blog letterari (“Via delle Belle Donne”, “Carte sensibili”, “Poetarum Silva”, “La dimora del tempo sospeso”, “Words Social Forum”) e in varie antologie.
Dal 2003 collabora come giornalista e critico musicale con il bimestrale “Jazzit”; ha scritto inoltre per i blog “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Jazz nel pomeriggio”, “Words Social Forum”, “Artmaker”, “Carte Sensibili”. Ha pubblicato nel 2014 il volume di racconti Volevo essere Bill Evans (Fara) e nel 2015 il saggio Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero (Arcana Editrice). In preparazione, per EDT, un saggio dedicato al pianista Brad Mehldau.
Nel 2007 ha conseguito un dottorato in Linguistica presso l’Università di Pisa; dal 2007 al 2010 ha lavorato come assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Perugia, dal 2010 al 2015 è stato cultore della materia in Sociolinguistica presso l’Università di Perugia.
Gestisce due blog: “Ruminazioni” (http://ruminazioni.blogspot.it) e “Gusci di noce” (http://guscidinoce.wordpress.com).

Vi proponiamo l’intervista che gli ha rivolto Paolo Polvani e alcune sue poesie.

       

Come e quando si è manifestata in te l’urgenza della poesia?

Era lì da sempre, mi verrebbe da dire: nel senso che ho sempre sentito un’attrazione per la lingua, che è il motore primo del fare poesia. In realtà, le prime poesie di cui conservo memoria, le prime che scrissi scientemente come tali, risalgono all’adolescenza, intorno ai tredici-quattordici anni.
Erano, com’è ovvio, poesie molto brutte, di cui un po’ mi vergogno; il modello era Ungaretti, poeta che, per inciso, oggi non sopporto più. Da lì, direi che sì, è nata un’urgenza vera e propria, perché ho cominciato a scrivere in maniera febbrile, quotidianamente o quasi. Però ho avuto un esordio piuttosto tardivo: la prima plaquette l’ho pubblicata nel 2010, a trentacinque anni. Le cose che scrivevo prima erano francamente immature: ricordo che, intorno al 2003 o 2004, mandai qualche testo a Maurizio Cucchi, il quale all’epoca teneva una rubrica intitolata “Scuola di poesia” per “Lo specchio”, un supplemento settimanale della “Stampa”. Mi rispose che le poesie erano ben scritte, ma troppo ricalcate sui modelli della tradizione. Aveva ragione. Mi ci è voluto tempo per trovare una mia voce, e non è detto che ci sia ancora riuscito del tutto.

   

Ti occupi anche di jazz, e hai scritto un libro di racconti dal titolo Volevo essere Bill Evans (Fara Editore, 2014); credi che questa frequentazione assidua abbia lasciato un segno nel tuo modo di fare poesia?

I racconti di Volevo essere Bill Evans li definirei “racconti” tra virgolette, nel senso che io non sono capace di scrivere narrativa (lo so perché ci ho provato diverse volte, con risultati sconfortanti). In quel libro, parto da episodi della vita di musicisti jazz per costruirvi attorno dei piccoli saggi, in cui cerco di parlare di musica in maniera accattivante, evitando i tecnicismi specialistici. Quanto alla poesia, non saprei: il jazz è una vecchia passione, sbocciata verso i sedici o diciassette anni, e l’ho praticato – a livello dilettantistico – anche come pianista, per poi passare all’attività di critico musicale. Ma non ho mai scritto, né tentato di scrivere, “poesia jazz”, genere che ritengo difficilissimo e, nella maggior parte dei casi, fallimentare, con rare eccezioni. Se una qualche influenza jazz c’è, nel mio modo di scrivere, è carsica, sotterranea, poco appariscente: risiede forse in un certo ritmo, nel modo di giocare con gli accenti, con le inflessioni. Insomma, in un certo swing, se posso osare. Ma sono cose difficili da spiegare in termini espliciti.

     

Il tuo ultimo libro, dal titolo “Approssimazioni e convergenze”, edito da Pietre vive, in realtà si compone di due libri. Com’è nato?

La prima sezione, intitolata “Approssimazioni”, uscì nel 2014, sempre per Pietre Vive, e vendette, devo dire, piuttosto bene, visto che la prima edizione andò esaurita. Da un po’ l’editore, Antonio Lillo, mi parlava di ristamparla. Nel frattempo, come faccio spesso (perché conosco Antonio da parecchi anni e c’è ormai anche un rapporto di stima e di amicizia personale), gli sottoponevo delle poesie che andavo scrivendo, incentrate attorno a quadri del Rinascimento. C’era l’idea di trarne un libro, per quanto ancora non sapessi bene come. Il titolo provvisorio era “Contributo a una storia della bellezza”, mentre Antonio le chiamava, orazianamente, “Ut pictura poësis”. Alla fine, è stato Antonio a notare che le poesie nuove potevano fare da perfetto pendant a quelle di Approssimazioni; ha proposto lui il titolo Convergenze, che è tratto da uno dei testi.

     

Cosa intendi per Approssimazioni? E cosa per Convergenze?

Approssimazioni si basa su una scommessa all’apparenza impossibile: unire il massimo dell’astrazione con il massimo della concretezza. Tutto il libro è, come l’ha definito qualcuno, “un corpo a corpo con la parola poetica”, nel tentativo di afferrare l’indefinibile, il noumeno . Si tratta quindi di un’approssimazione, perché la realtà sfugge sempre alla mente (mentre, forse, possono coglierla i sensi, come sembrano suggerire le ultime pagine); ma è anche un approssimarsi, un farsi sempre più vicino all’obiettivo, come una parabola o un’iperbole si avvicinano al proprio asintoto, pur senza mai arrivare a toccarlo. Convergenze consta di ventiquattro poesie, ispirate ad altrettanti quadri del Rinascimento. Nel libro, per forza di cose, è forte il ricorso alle metafore visive: rette, angoli, convergenze e divergenze. E questo è uno dei trait d’union con Approssimazioni, dove le metafore geometriche sono molto frequenti. In effetti, benché i libri siano per molti aspetti diversi, ci sono affinità e parallelismi che li uniscono, alcuni molto sottili, di cui io stesso non mi sono accorto finché altri non me li hanno fatti notare.

      

Sei stato pubblicato da un editore pugliese: come ti sembra lo stato attuale della editoria pugliese specializzata in poesia? Ritieni che si stia conquistando uno spazio interessante nel campo dell’editoria nazionale?

Vorrei precisare che non vivo più in Puglia da oltre vent’anni, quindi il mio è il punto di vista di un osservatore esterno e distante. Ci sono senz’altro delle belle realtà, come Pietre Vive, Terra d’Ulivi, Manni, Kurumuny, Fallone, Poiesis (eventuali omissioni non sono dovute a giudizi di valore, ma a semplice mia ignoranza). Poi, i problemi sono due: il primo è legato al mercato della poesia che, come ben sappiamo, non esiste; non solo in Puglia, ma nell’Italia tutta. Il secondo è legato più specificamente al fare l’editore al Sud, dove le grandi fiere dell’editoria non arrivano. L’impressione è che il grande giro dell’editoria non si spinga a sud di Roma, e non certo perché manchino gli editori o gli autori. “Sono come te meridionale. Doppia fatica”, scriveva Roberto Roversi; e questo verso mi pare emblematico anche per l’editore meridionale, che è un po’ una vox clamantis in deserto.

     

Un verso molto bello del tuo libro recita: “…converrà prima o poi / porre un limite al silenzio” – che rapporto ha la tua poesia col silenzio?

Molto stretto. Tanto per fare un esempio, ciò che pubblico è una parte infinitesima di ciò che scrivo. Tempo fa, feci un calcolo approssimativo: non credo di aver pubblicato più di duecento poesie, delle migliaia che ho scritto. Se pubblico una poesia, quella poesia deve avere un senso, non solo per me che l’ho scritta, ma anche (soprattutto) per chi la leggerà. Se inserisco un testo in un libro, quel testo deve significare qualcosa all’interno del libro. Di solito correggo poco dopo aver scritto, ma quel poco consiste quasi esclusivamente nel levare: elimino ciò che è superfluo per lasciare solo l’essenziale. Negli ultimi mesi, il silenzio è diventato preponderante: non sto scrivendo quasi più nulla. Ma va bene così. È meglio tacere, piuttosto che scrivere qualcosa di inutile.

     

Nella nota introduttiva al tuo libro parli di una legge ferrea e celata che governa la parola poetica; di che tipo di legge si tratta?

La poesia è esattezza. È stato Baudelaire, se non sbaglio, a paragonare il poeta a un matematico, e il paragone regge, a patto che si accetti il mistero inaggirabile che sta alla base della scrittura poetica. So che in ciò che scrivo ci sono delle regole, ma non saprei esplicitarle nemmeno a me stesso. Però, se le trasgredisco, me ne accorgo.

      

Le illustrazioni del tuo libro sono, per la sezione Approssimazioni, di Michela Neglia, per Convergenze tue; che differenze riscontri tra i due tipi di illustrazioni?

Michela (che, fra l’altro, quando uscì la prima edizione del libro, nel 2014, era giovanissima, appena ventenne) porta avanti una ricerca grafica basata sulla sintesi, sulla potenza della linea, alternata a larghe campiture di colori puri. Per Approssimazioni ha fatto un lavoro di grande eleganza, che secondo me si adatta benissimo al tono ricercato, prezioso, che predomina nel libro. Per quanto riguarda Convergenze, io (che pratico il disegno solo come hobby) ho voluto tentare un esperimento diverso: riprodurre i quadri che descrivevo – o meglio, alcuni dettagli – con la massima precisione, ma utilizzando un medium diverso, ossia i pennarelli, in bianco e nero, invece della pittura. Il risultato somiglia un po’ a quelle vecchie incisioni che, fino all’Ottocento, riproducevano sui libri i capolavori della storia dell’arte. In un certo senso, ho ripetuto con il disegno la stessa operazione di transcodifica operata con la poesia: prendere una suggestione pittorica e trasporla altrove.

      

Tu insegni in un Liceo: hai escogitato un modo per far amare ai ragazzi la poesia? Come pensi dovrebbe essere proposta la poesia nelle scuole?

Io dico sempre che la scuola è un meccanismo per rendere odiose le cose belle. Boutade a parte, debbo ammettere che le letture davvero formative le ho sempre fatte al di fuori della scuola: i miei autori, quelli che amo di più (Montale, Eliot, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Ted Hughes, Italo Calvino, Manzoni, Dante, Ariosto, Baudelaire, e qui mi fermo per non andare avanti all’infinito) li ho incontrati da solo, com’è giusto che sia. Ciò che noi insegnanti possiamo fare è gettare dei semi, sperando che incontrino terra fertile. Poi bisogna amare ciò che si insegna, ma anche essere capaci di trasmettere agli studenti questa passione (e non è affatto scontato che le due cose coincidano).
Bisogna evitare di cadere nel tecnicismo, nel gergo, nell’accademia, perché la poesia dev’essere lettera viva, non morta. Bisogna anche svecchiare i programmi, perché è assurdo che nel 2018 ci si fermi – quando va bene – agli anni Trenta o Quaranta del Novecento. Infine, bisognerebbe che i poeti entrassero a scuola: i poeti in carne ed ossa, vivi, con il loro corpo e la loro voce. Io cerco di farlo, nel mio piccolo, ma è una costante lotta contro la mancanza di tempo, la carenza di fondi e la forza d’inerzia del sistema-scuola.

         

Alcuni testi di Sergio Pasquandrea da “Approssimazioni e convergenze”: 

DAS DING AN SICH

Se proprio vuoi saperlo sì
è necessario sapere quante volte abbia
rimbalzato ciascuna estremità della matita
il nome esatto di ognuno dei
muscoli prima di contrarlo
è necessario conoscere tutte le scale e le quantità
altrimenti il pensiero diventa irredimibile

(non fosse poi per il gesto che sarebbe andato perso
non fosse per la verticale degli occhi e la tensione
dei seni contro il golf azzurro non fosse per
l’angolo irriducibile dei talloni)
.

*

ECONOMIA DEI RICORDI

Sarà un sintomo certo
(ma di cosa?)
ti penso sempre staccata su schianti
di spuma fredda
sempre di spalle poi sempre verso
un indaco di burrasca

e il gesto è quello bloccato
appena prima di concedere la curva
dello zigomo. Ti penso per metà
disegnata da un vento angolare
per metà perduta nel panneggio
e anche questo – certo – andrebbe
messo nel conto però

intanto qui è stagione di frastuono
di piccole ferite
quel poco che regge devo adoperarlo bene
sarà per questo che ti penso dove non siamo
mai stati che non aspetto di raggiungerti
che come nei sogni la fine
non arriva mai.

*

NOMINA NUDA

La mattina certi gesti sono una sicurezza
altrimenti si getterebbe via in un attimo
il lavoro di una vita
di fronte alla verità c’è solo il sangue versato

per questo di tutta la superficie
cerco le pliche.
La risposta lo so è negli odori
i nomi si cancellano troppo in fretta

ti chiedevi che cosa ci trovassi
nel cavo delle tue ascelle
o perché insistessi a sollevarti il seno
nemmeno tu conoscevi i rapporti di forza.

Delle parole non resta mai molto
le cose invece le cose
sì che si arrendono alla bellezza
non resta che farsi cose

angoli d’entrata e d’uscita
il peso e la larghezza delle tue anche
quelle sono una costante fissa
e il sudore giustifica tutti i silenzi.

*

CONVERGENZE
(Tiziano, La Venere di Urbino)

A metà della larghezza a un terzo
dell’altezza – in perfetta proporzione aurea –
la mano accarezza il pube
e in quel triangolo d’ombra tutto converge

la luce oscura dei velluti la diagonale
dorata della carne l’inutile stanza
affacciata su un tramonto invisibile
– il ridicolo ronzio della vita –

e nient’altro dicono i suoi occhi neri
se non l’esilio la tenerezza crudele
dei capezzoli la pelle intangibile
il groppo morto dei desideri.

*

DEUS ABSCONDITUS
(Caravaggio, Le sette opere di misericordia)

Avete un bel cercarmi: potrei essere
l’uno o l’altro degli angeli in caduta
o nascondermi nel buio catramoso
inviolato dalle torce

o ancora aspettare il mio turno
per un sorso denso di pietà
prima di finire anch’io disteso
su un lenzuolo sporco

state sicuri che ci sono
sbucherò fuori al momento giusto
per ora lasciatemi dormire
in questo grumo di vernice.

*

            

PAESA_MG_7657p copia 2
opera di Maurizio Caruso

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