In una notte eterna, racconto di Mariangela Casulli

Lewis Hine, Bimba di tre anni, figlia del supervisore, gioca in fabbrica, novembre 1898.jpg

In una notte eterna

racconto di Mariangela Casulli.

     

Dopo la morte di mio marito riuscii ad adempiere a tutti gli oneri.
Io, Cornelia, moglie di Caio Giulio Cesare, presi in mano le redini dell’Impero; i suoi detrattori furono impressionati dalla mia determinazione e dalle mie capacità.
Se Cesare fosse sopravvissuto, sarebbe stato fiero di me, ne sono certa. Se Cesare fosse sopravvissuto, non avrebbe odiato coloro che lo assassinarono. Anche di questo sono certa.
E neanche io li odio.
Né ordisco vendetta verso coloro i quali, fingendosi amici, tramarono alle sue spalle.
Racconto solo gli eventi, null’altro. Dico il mio pensiero.

Dopo una notte trascorsa insonne, a causa di un sogno in cui vidi il soffitto crollare sul mio talamo nuziale, convocai segretamente gli aruspici a palazzo. Erano gli inizi di marzo. Ricordo il momento in cui il più esperto di loro, Sperinna, alzando l’indice al cielo sentenziò: “È un mese funesto”. Tuttavia, il dio Marte attendeva. Omaggi e sacrifici erano già pronti, gli altari completamente allestiti, Caio Giulio Cesare si apprestava a partire per la campagna militare in Oriente. Procrastinare non era possibile.
Eppure.
Sperinna rivelò come solo il mese successivo tutto sarebbe stato più semplice. Gli credetti. Ma quando ne parlai con il mio amato bene, egli non ne volle sapere: aveva dato la sua parola.
Mi cinse in un abbraccio e mi rassicurò. Non riporterò le parole che disse, perché sono il tesoro più grande in mio possesso. Palazzi, terreni, monili non sono per me così preziosi come quelle ultime frasi che egli pronunciò al mio cospetto.
Cesare era così: dolce, leale. Testardo.
Dal principio di quel giorno cercai di convincerlo ancora e ancora a non andare in Senato; gli dissi quanto temevo il presagio si avverasse, mi buttai ai suoi piedi, lo implorai. Fu tutto vano. Si allontanò da me, alto, fiero. E io lo vidi sparire.
Perciò più tardi, col cuore in gola, decisi di seguirlo nascostamente nel luogo il cui accesso è bandito a noi donne.
Ma io non sono una semplice discendente di una famiglia patrizia. Io sono Cornelia, io sono la moglie dell’Imperatore.
Entrai senza alcuno a impedirmelo.
Rimasi nascosta tutto il tempo dietro una colonna di marmo travertino. Il cuore mi martellava in seno talmente forte da farmi temere che i suoi battiti si udissero per l’auditorio, le mani tremavano; sudavo freddo.
Nessuno dei senatori si accorse di me e io li vidi avvicinarsi a Cesare in silenzio, infidi. Gli sussurrarono qualcosa che non potevo udire, qualcosa di cui in seguito non venni mai a conoscenza.
All’improvviso uno di loro snudò il pugnale e lo affondò nelle carni di Cesare. Il mio amato bene sollevò un braccio come per schermirsi. Subito dopo tentò di difendersi. Ma quelli fecero scudo e seguitarono a ferirlo, uno dopo l’altro. Sotto i colpi freddi della lama, il corpo di Cesare si afflosciò su se stesso, mentre le macchie di sangue si allargavano copiose sulla tunica porpora fino a diventare una. Sentii il tonfo sordo delle sue membra sui mosaici del pavimento. Urlai e urlai, ma la mia bocca non emise alcun suono.
Eppure.
Ogni volta che calano le tenebre, non è il pensiero della sua morte che più mi attanaglia il cuore.
È quello sguardo, colmo di puerile sorpresa, mentre si accorge che Bruto, il suo amato figlio, è proprio lì, insieme agli altri senatori e lo colpisce senza pietà. È stato in quel preciso istante che egli ha smesso di difendersi, è stato allora che Caio Giulio Cesare ha abbandonato se stesso. Lo vedo ancora avvolgersi il capo nella tunica come fosse un sudario e attendere, paziente, che il fato si compia. È in quel preciso istante che Cesare decide di morire, per liberarsi da quella verità, per sempre. Io lo vedevo, io lo so.
Eppure.
Una sola domanda continua ad assillarmi giorno e notte, non regalandomi pace: Perché?
A vedermi, di me stessa potrei dire che sono un’ombra stanca, capace solo di vagare perennemente da una stanza all’altra. In una di esse rivedo Cesare che scherza con Bruto bambino. In un’altra, mi sembra di scorgere Bruto adolescente, con la faccia cupa, chiusa in un silenzio ostile. E Cesare di fronte a lui, che gli parla con calma benevolenza, tendendogli la mano. E in un’altra stanza ancora, solo qualche mese prima, Bruto giura fedeltà al suo venerato padre.
Quando allora la sorte si è rovesciata per comporre quel disegno di sangue? Dove l’incrinatura, in che punto la macchia? Che io sia maledetta mille volte per non essermene accorta!
Tullio, il mio fidato schiavo, è in pena per me.
Vive con noi da dieci anni: è un liberto. Non mi chiama più “Domina”, ma semplicemente Cornelia. Ebbene, Tullio sostiene che io stia deperendo a vista d’occhio ed è preoccupato che io voglia seguire mio marito nell’Ade. Ma non me ne andrò da questa terra finché non avrò piantato i miei occhi in quelli dell’assassino di mio marito. Per questo mi inginocchio ogni giorno, per questo prego gli dei. Affinché mi concedano questo desiderio. L’ultimo. Rivedere Bruto e discorrere con lui.
E questo ciò che mi tiene ancora in vita, che soffia aria nei miei polmoni saturi di veleno.
Se solo potessi averlo davanti a me, gli direi: Bruto, assassinando Caio Giulio Cesare, tu hai assassinato te stesso. Vedi, egli ti aveva riconosciuto come suo figlio legittimo. Non ne sei a conoscenza, Bruto? No, di certo. Non potevi saperlo. Era il regalo che il mio amato bene ti aveva preparato al ritorno della sua campagna militare. Agognava a festeggiare con te. Con te solo. Pregustava quel momento in cui tu avresti appreso di essere il discendente della stessa gens che gli diede i nobili natali. Sì, Bruto, anche tu avresti avuto in Enea il tuo massimo progenitore. Nessuna delle sue figlie naturali avrebbe avuto questo privilegio, a parte te, Bruto, unico figlio maschio della sua stirpe.
Adesso Somnus non potrà mai più alleviare le tue pene, uomo piccolo. I tuoi occhi sono condannati a rimanere aperti. Chiusi rivedrebbero il momento in cui il pugnale lacera le carni, e non è questo che desideri, vero? No, non adesso che sai quanto Cesare ti amava.

Sei solo, Bruto, imprigionato in una notte eterna.

                    

Lewis Hine, "Addie Card, 12 anni, filatrice in una fabbrica di cotone", agosto 1910 - in apertura "Bimba di 3 anni, figlia del supervisore, gioca in fabbrica", novembre 1898
Lewis Hine, “Addie Card, 12 anni, filatrice in una fabbrica di cotone”, agosto 1910 – in apertura “Bimba di 3 anni, figlia del supervisore, gioca in fabbrica”, novembre 1898, Met Museum

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