Abbandono fumantino, racconto di Maria Lenti

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Abbandono fumantino, racconto di Maria Lenti.

     

2010

   Consonanza con le canzoni: anche per me l’abbandono più sofferto è avvenuto d’estate. Un 15 luglio – fumantino, il giorno, più fumantino non sarebbe potuto essere – di sole, di colori, di odori. E di sapori, se il trasloco non mi avesse costretto a un panino. Imbottito. Di tristezza.

   Lasciavo quel che, enfasi aspirata, amici e amiche chiamavano pied-à-terre: un seminterrato che dava su un orto e sulle colline, discreto, scaccia-pesi, ricco di compagnia, di cene, di qualche umidità d’angolo, mentre venivo lasciata, per telefono, dal mio amore, Lucio, – sentito, andava da sé, luminoso ed eterno – e da Lilo, il gatto di un mondo di curiosità.

   Serviva (non serviva, scoprirò più tardi) al padrone di casa quel mio spazio di libri e poster, dischi, di cianfrusaglie, che coprivano e riscaldavano pareti e i tre localini (con bagno e finestrino, da cui Fido, il cane del coinquilino allungava il muso abbaiando: un concerto con la grinta di Lilo segnata di rifiuto), una caldaia che d’inverno, tenuta alta, toglieva il respiro, tenuta bassa, era il gelo persistente. Et coetera. Un nido. Facile da pulire. Ad affitto basso. Dovevo scasare. Ero irrimediabilmente (l’espressione si addiceva ad una me con la fissa del “tempo”) su d’età. E, giù, constatazioni: gli anni da considerare, la ragione da far prevalere, un tono meno provvisorio da dare alla mia vita…

   Salgo dal pianterreno al primo piano di un’altra via. Appartamento più in sintonia con la mia età e le diverse relazioni di lavoro e di svago, l’affitto che rosicchierà molto dal mio stipendio, …la comodità pareggerà le lire.

   Nello studio ormai vuoto di mobili della mia vecchia cuccia, i libri già negli scatoloni, il telefono, a terra, squilla. Come è come non è, Lucio mi dice che la storia si chiude. Due mesi di intensità (anzi, 76 giorni, dal precedente primo maggio di fuochi, dopo i giochi di ritrosie, tira-molla, sfinimenti, seduzioni, pensieri iperunanici, la mia testa oltre l’ozono, il corpo d’aria) bruciati.

   Un soffio. La fine, non presagita nelle fibre scanzonate. Verticalità spezzata. Caduta libera, senza rete. Né pranzi, né tramezzini, un languore di nulla se lo stomaco si riapre. Inedia. Sparita la voglia di fare. Solitudine come macigno. Voglia di fuga e di ritorni. Rimpianti a lamina d’oro. Desiderio di una me diversa.

   Lilo, la libertà fatta gatto. Nell’orto acchiappava lucertole e topi giocandoci in casa, dove li strapazzava, un gridolino di piacere nella sua laringe, nonostante i miei urli. Mi svegliava alle sei per le sue esigenze. Con le sue vicine di casa si faceva le mire, per poi balzare da loro. La notte lo aveva padrone. Sentiva la macchina del mio rientro. Si fiondava alle mie gambe, gli accarezzavo testa e collo. Mi seguiva. Aspettava, miagolando tenero, il cibo, preparato per lui e non inscatolato, l’acqua fresca. Si accoccolava sul mio grembo mentre mangiavo o, nel pomeriggio, quando ero al tavolo di lavoro. A volte si sdraiava sul suo cuscino blu, sotto la lampada a braccio, accanto alla macchina da scrivere. “Vuoi che non mi segua?”, rispondevo piccata a chi insisteva che i gatti amano i luoghi non le persone pur care. Ha sei anni. È cresciuto al mio ritmo ritmato sul suo.

   Portato, tra le braccia, nella mia e sua nuova casa, Lilo salta, uno sguardo pieno d’amore e di odio, dalla finestra e se ne torna, inutile ogni altro tentativo che non fosse una prigione di giorni, nell’orto delle sue scorribande. Per sempre. “Non ne prenderò mai più”, mi riprometto.

   Poi, il senno del poi che riempie le fosse, tutto passa. E talora cambia. In meglio.

   La casa me la godevo con maggiore intensità e minore confusione. L’amore – che modi e maniere in quella telefonata! – fu davvero la scoperta di me. Sbocciato di nuovo. E a nuovo, …benché sempre (l’infinità mi perseguita) nei giri di vento più che nella terra. Mi scoprii generosa: a Lilo, sostituito da una piccinina trovata quasi morente sugli scalini del corridoio, Matì, porterò, fino alla sua scomparsa, e per tutti i santi del calendario, cibo nella sua ciotola, facendogli compagnia e moine a non finire.

   Ma, un ma d’obbligo per ricollocare quei frangenti e ricollocarmici, in quel 15 luglio ho, in anticipo, assaggiato il tre per uno. Se il due per uno, oggi al supermercato, fa tornare di più – sembra e crediamoci: gli esercizi se lo passano l’un l’altro per la gioia…della rincorsa – i nostri conti, in quell’anno l’uno riempito di tre ha dilatato le mie narici, assottigliato fianchi viso seno, ridotto le finanze. Un primato, non voluto. Non male. Proprio non male. Fumantino, anzi che no.

 

(da Giardini d’aria, 2011)

                      

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2 thoughts on “Abbandono fumantino, racconto di Maria Lenti”

  1. Ma – visto che si parla di animali – cosa fa saltar di più la mosca al naso? L’uomo che ti lascia dopo 76 giorni di tormentata passione o il gatto dopo 6 anni di convivente devozione? All’uomo si lasciava cibo non in scatola e l’attesa del tuo arrivo in auto, al gatto il cuscino accanto al tuo, le tue carezze, il tuo grembo accogliente. Nel racconto di Maria Lenti gatto e uomo si identificano: simili nel nome ( Lucio e Lilo) sono il lato irrequieto, selvaggio, nomade del maschile. Il maschio che si attacca più al territorio che alla persona. Ad un gatto troppo indipendente si sostituisce una micetta bisognosa di costante assistenza e l’uomo, per fortuna, lascia spazio ad un nuovo sboccio di orgogliosa indipendenza. Così capita alle protagoniste di “Giardini in aria”: non si capacitano di essere lasciate e rifiutate, ma alla fine la ferita cauterizzata lascia spazio alla nuova pelle dell’autonomia. Succede alla ragazza di ” Nostromo sull’ 81″, oltraggiata dal rifiuto di un mendicante, ex marinaio, dunque selvaggio e nomade, di aprirsi ad uno scambio reale di umanità che vada oltre il sostegno fisico di farsi accompagnare alla propria postazione di questuante. Quando si è lasciati, o si urla o si fanno lunghi giri di coscienza alla scoperta dei perché. Fumantina è la prosa di Maria: spietati anacoluti, periodi rotti e scagliati contro, lame di sintassi, ma precise precise anche nella scelta lessicale, altro che scorte inutili di prodotti tre per uno!

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