Il racconto del mese: “Mondo nuovo SRL” di Ivano Mugnaini

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MONDO NUOVO SRL

racconto di Ivano Mugnaini    

         Quando vidi quel cartello pensai ad uno scherzo. Sulla mia solita strada piena di curve e prati stinti, coperti da un velo di gelo di notte e storditi di giorno dal sole e dal niente, spiccava un rettangolo colorato con su scritto “Mondo Nuovo – Inaugurazione”. Rallentai, tolsi il piede dall’acceleratore e la macchina si fermò davanti a quel prodigio di nome, incredula, anch’essa, come il cavallo di Don Chisciotte di fronte ai mulini a vento. Un cartello del genere a mezzo chilometro da casa mia equivaleva almeno a mezzo miracolo, o a tre quarti di presa in giro. Immaginai che si dovesse trattare di una specie di supermercato, un emporio di periferia colmo di oggetti inutili o di terza categoria, oppure, in alternativa, mi venne in mente una balera, una discoteca per tardoni adatti al liscio e alla mazurca ma con qualche rigurgito di rock o funky anni settanta. C’era un solo modo per scoprire se avevo colto nel segno. Di tempo ne avevo a quintali, a tonnellate; avrei potuto perfino fare una donazione, nel caso in cui qualcuno avesse avuto necessità di una trasfusione di noia. Mi avventurai lungo un vialetto asfaltato da poco. Le ruote giravano a meraviglia su quella superficie liscia e invitante, un po’ meno bene giravano le rotelle del mio cervello, poco fluidificate dall’entusiasmo.

         Giunto ad un parcheggio vasto e circolare, vidi spuntare come dal nulla una folla compatta e festante. Feci appena in tempo a spegnere il motore e già tre splendide hostess con un vestito succinto corredato da un paio di loghi del Mondo Nuovo International Group collocati in parti del corpo che era impossibile ignorare, mi avevano preso per mano e condotto, danzanti, in una saletta privata arredata con vasti e soffici divani rosa. Prima ancora che riuscissi ad aprire bocca, mi fu offerto il miele della casa. Era dolce e speziato, al punto che, dopo ogni sorso, ne avrei voluto di più. Ma sul più bello, quando lo sfizio si era fatto fame, le hostess si interruppero, e, con una faccia nuova, quella sì, nuova davvero, al punto che sembrarono d’un tratto invecchiate di trent’anni, mi dissero che per avere ulteriori benefici avrei dovuto sostenere un colloquio pubblico.

         Mi scortarono senza più danzare in un salone grigio e anonimo, un po’ palestra un po’ aula-bunker. Un tipo corpulento, vestito con un completo di Armani che non riusciva a celarne la struttura tozza da ex-buttafuori, mi disse che se volevo diventare socio effettivo del Club Mondo Nuovo, acquisendo in tal modo la disponibilità full-optional delle hostess e di tutti gli altri servizi personalizzati riservati agli iscritti, dovevo dimostrare di meritare tali privilegi.

         “Tocca a te, in qualità di aspirante socio, dire come lo vorresti il Mondo Nuovo. Se sarai convincente, resterai qui ed avrai tutto ciò che desideri. Se non lo sarai… beh… lo scoprirai da solo”.

         La fuga, perfino mentale, era impossibile. Decine di uomini e donne seduti sugli spalti di quella specie di teatro-arena attendevano nel più vivo e vibrante silenzio la mia richiesta. Mi sentivo come un naufrago di fronte al consiglio degli anziani di una tribù di cannibali di qualche atollo disperso nell’oceano, chiamato ad esprimere un parere che può fare la differenza tra essere eletto re e diventare il piatto del giorno. Sudavo freddo, ma cercavo di sorridere. Sapevo che la mimica facciale influenza in modo non trascurabile la ricezione del messaggio. Avrei dovuto evitare l’eccesso di retorica, ma, con uguale attenzione, avrei dovuto proporre richieste realistiche manifestando zelo e convinzione. Esitai, finché mi fu concesso, presi tutto il tempo che potevo per pensare e valutare, ma, alla fine, dovetti far uscire il fiato dalla gola.

          “Io… vorrei… un Mondo Nuovo in cui non ci fosse dolore, rimpianto o nostalgia!”.

         Un attimo di silenzio assoluto, interminabile. L’intero pianeta, vecchio e nuovo, pareva essere rimasto a bocca spalancata, l’occhio tondo, ottuso, sbalordito.

         Poi, lentamente, in un crescendo che mi restituì il battito del cuore, un’ala dell’emisfero esplose in un applauso. Respirai, rinfrancato. Sulla mia faccia si dipinse l’espressione di un Clinton che già pensa alla Sala Ovale e alle rotondità di Monica Levinskj. Sorrisi, ma improvvisamente mi resi conto che i consenzienti erano tutti raggruppati ed isolati come un drappello di ultras allo stadio. Ed avevano un’altra caratteristica che li distingueva dagli altri: indossavano una casacca arancione stile carcere di Guantanamo.

         Una squadra di tipi corpulenti vestiti come il Gran Cerimoniere avanzò verso di loro a passo marziale. Li bastonarono con cieca efficienza. I bersagli di quella burocratica furia non urlarono e non protestarono. Evidentemente nel Mondo Nuovo la pratica era diffusa e comune.

         Il portavoce ex-buttafuori mi si rivolse di nuovo con voce ancor più cadenzata e incalzante, modificata solo da un filo di sarcasmo.

         “Sapevamo che avresti commesso un errore. Il più comune e banale di tutti. Ci sei cascato anche tu, come decine di altri prima di te: non dovevi chiedere cosa il mondo nuovo può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il Mondo Nuovo! Ci saresti piaciuto molto di più, credimi, se avessi domandato in quale modo potevi diventare più utile e più docile”.

          Mi si avvicinò con lo stesso passo e la stessa faccia con cui i suoi omologhi avevano marciato in direzione di chi aveva applaudito il mio breve discorso. Senza smettere di fissarmi negli occhi, mi infilò una mano in tasca e prese il portafogli.

          “Per aiutarti a cambiare, inserendoti a dovere nel Mondo Nuovo, dobbiamo conoscerti meglio”.

         Estrasse i documenti d’identità e le carte di credito. Se le rigirò con gusto tra le dita, carezzandole quasi, valutandone la consistenza. Sorrise, estasiato, e fu in quel momento che esplose l’applauso convinto di tutto l’emisfero. Notai che i prigionieri mi avevano creato un varco, un corridoio che conduceva all’uscita. Approfittai dell’euforia generale e mi catapultai fuori. La mia macchina era ancora al suo posto; evidentemente era così vecchia e malmessa da non essere stata considerata appetibile per il Garage Multimarca. Era ancora in grado di muoversi, però. Sulla mia solita strada ritrovai i prati stinti, ed il sole, ancora caldo. Vecchio, per fortuna, non ancora inglobato dalla Mondo Nuovo Srl. Ancora in grado di far sudare, penare, imprecare, e, magari, sognare.

                       

Anna Karina e Eddie Constantine in Alphaville di Jean-Luc Godard
Anna Karina e Eddie Constantine in Alphaville di Jean-Luc Godard

2 thoughts on “Il racconto del mese: “Mondo nuovo SRL” di Ivano Mugnaini”

  1. “Per aiutarti a cambiare, inserendoti a dovere nel Mondo Nuovo, dobbiamo conoscerti meglio”.

    Racconto micidiale, soprattutto se consideriamo che tanta fantascienza, o presuta tale, sta diventando reale. Complimenti

  2. Mugnaini è bravissimo nella sequenza vertiginosa della narrazione e insieme nella descrizione dei moti psicologici dei personaggi – qui dell’ingenuo protagonista che riesce poi a sfuggire alla trappola. Vi trovo anche un notevole versante civile, con questa sua capacità di incidere nelle storture del nostro tempo, come qui le varie sette che fanno il lavaggio del cervello a molti sprovveduti facendoli prigionieri, annientandone la volontà e prosciugandoli di ogni loro avere…

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