Giunti di dilatazione, racconto di Francesco Tripaldi

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Giunti di dilatazione, racconto di Francesco Tripaldi.

     

Un sussulto. La testa cade lateralmente svegliandomi. Mi sono addormentato in treno, come al solito.
Mi piacciono i treni, trovo siano molto simili alle donne.
È questo il pensiero con il quale mi sono assopito.
I treni ti prelevano da un punto A lungo il tuo percorso di autodeterminazione e ti trasportano fino ad un punto B che può essere più o meno distante da quello iniziale e, a pensarci bene, lo stesso fanno le donne. Anche con loro inizi un viaggio, un viaggio qualsiasi, alla fine del quale ti ritrovi in un altro luogo più o meno lontano da quello che ti prefiggevi di raggiungere prima di averle conosciute.
Un comunissimo Bologna – Milano o viceversa, pochi chilometri, la distanza è minima ma la differenza è mostruosa.
Si, i treni sono come le donne, alcuni sono rapidi, impetuosi, efficienti ti trasportano senza che tu ti accorga del peso del viaggio.
Alcuni magari sono meno affascinanti di altri, più lenti o scomodi, ma a viaggiare con loro puoi goderti il panorama, avere il tempo per perderti in una lettura, per goderti il viaggio stesso, per capire se ne vale la pena…
Prendo il treno spesso, per tante ragioni, per riflettere, per rimanere sospeso tra una meta ed un’altra a far decantare la realtà, per la sordida necessità di ingozzare la mia bulimica tristezza fino a farle vomitare quei versi che cercavo da mesi.
I treni sono come le donne perchè attraversano la tua vita, alcuni la rinfrescano con l’aria condizionata, altri corrono cechi con i finestrini bloccati e talmente sporchi che non puoi vedere fuori, non sai dove stai andando ma vai, alcuni ti travolgono come fanno con i ricci sui binari, altri ti offrono le bollicine lasciandoti però la voglia di bere, altri ancora, invece, rischiano di deragliare alla prima difficoltà, come molte relazioni.
I treni sono come le donne perché sono le uniche due cose che riescono a farmi dormire, che riescono a vincere l’insonnia carogna che mi dispera la mente.
È l’insonnia dell’uccello migratore che non può permettersi di dormire perché anche se è notte non può smettere di volare.
I treni corrono sui famosi binari paralleli, come l’uomo e la donna, come tu e lei mano nella mano fino al prossimo crocevia ferroviario, fino a quello scambio arrugginito e inchiavardato dai fabbri del destino che inevitabilmente vi divide e dopo il quale procederete in direzioni differenti con la mano ancora un po’ protesa l’uno verso l’altro fintanto che la massa di attrazione magnetica non si sfilaccia del tutto, consegnandovi a luoghi diversi dalle vostre destinazioni iniziali.
Forse quello sarà il tuo capolinea, forse un nuovo punto di partenza su un nuovo treno, con un una nuova donna, o forse quella stazione è solo un metaforico giunto di dilatazione della tua vita, un time out che ha lo scopo di compensare senza soluzione di continuità l’espansione o il restringimento delle tue emozioni proprio come necessario alle rotaie a causa delle variazioni termiche.
Non mi preoccuperei più di tanto quindi.
Fermarsi, scendere, sostare, deragliare – fidanzarsi, sposarsi, odiarsi, lasciarsi; basta semplicemente non illudersi di essere arrivati, basta non fraintendere la relatività del percorso.
Cosi anche i treni persi saranno meravigliosi, come tutte le donne, anche quelle perse.

 

                           

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