Recensione di Nazario Pardini a “Gli anni delle donne” di Paolo Polvani

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Recensione di Nazario Pardini a “Gli anni delle donne” di Paolo Polvani.

     

       

La sublimazione del quotidiano e la flessibilità della parola in
GLI ANNI DELLE DONNE di Paolo Polvani
Opera prima classificata
Premio Letterario Nazionale di Poesia “Il Retroverso” 2012

Spalancare la finestra e dire sì al vuoto, alla sua bocca aperta,
alla fame di te che manifesta. Erano già in riserva le lacrime
e il muro bianco d’ospedale esaurita ogni possibilità.

Scrivere di poesia in Paolo Polvani, significa “de Poesia loqui”. Sì!, significa proprio trattare di Poesia, maiuscola, plurale; e la Poesia è sublimazione, dolore, elevazione, sguardo oltre gli orizzonti della parola, slancio verso l’assoluto da parte di un’anima, che, zeppa di quotidianità, si svincola dal contingente con una metafora continua e prolungata, elegante e raffinata. Una metafora che fa del verbo una fedele, attenta  compagnia, generosa e disponibile ad accostare quelle vibrazioni emotive che derivano dal fatto di essere umani. Che derivano dal contenere il mondo, l’uomo, la vita, la fine e la coscienza di un raffronto inquietante, pascalianamente inquietante, fra noi e il tutto. E il linguaggio di questa silloge dal titolo Gli anni delle donne, è generoso, comunicativo, morbido e vario nel suo compito superbo di rivelare intenti ed emozioni, stati d’animo e pensieri, fattisi immagini nuove, ri/verniciate per la loro decantazione in un animo-alcova in cui hanno trovato il terriccio adatto per crescere, e per tradurre vicende drammatiche in sospiri riposati. Per rinascere a vita nuova più sapide di vicissitudine umana. Ed il verso si prolunga, si accorcia, e la parola si annoda e si snoda in questo suo abbraccio avvinghiato ai segmenti dell’esistere.

E Marina  -hostess -, che ha fatto la pipì nel cielo azzurro di Nairobi, e che sprizza quel lampo di sorriso di bambina, sicura sulle creste dei calanchi, e disposta a volare per lo Yemen.
sfodera tutta la sua parossistica iperbole su:

Non io non io, che appartengo a quella famosa stirpe
di chi rimane a terra, mentre le donne
sottotraccia come te spiccano il volo.

Realismo, sublimazione, quotidianità, ed elevazione; un dicotomico percorso, originale, che richiede, soprattutto, una parola ora leggera, ora cruda, ora dolce, ed ora terrena, fin troppo terrena. Che non arriva mai ad essere sconfitta dalla morte, comunque, per la sua forza di esserci. Per il suo farsi Poesia.

La bellezza non è un lasciapassare. Volevi essere accolta
hai scelto il vuoto di un cortile, lo spazio
bianco di un lenzuolo. (Pp. 8).

Tu corri e il mare
sorride alla coda di cavallo che svolazza. (Pp.9).

Sembra, anche, che il senso eracliteo dell’essere e dell’esistere, quella visione amara che ci fa coscienti della precarietà del tutto, si declini in dimensione carezzevole sul volto femminile:

I segni del tempo si depositano
sulla tua pelle come una polvere dorata.
Specchiano l’adesione dei miei autunni.
Li accompagno con la punta delle dita
e non posso che amarli
come si ama l’aria. (Pp. 11)

E in Fatti sentire gli elementi connotativi di un dramma sono quasi accarezzati da gesti comuni e mortali, di un lirismo spicciolo e suadente, quasi a svilire, in un impulso reattivo contro il potere di Thanatos, il senso di una fine. Dove, da un realismo puntuale e preciso, anche se insapidito dalle invenzioni poetiche del Nostro, si passa facilmente, con attrazione sconcertante, a scarti di vertigini novative.

Te ne sei andata senza spiccioli, senza
passaporto, ti lasceranno entrare ? Aprile
ti prenderà in consegna ?

(…)

E adesso le tue bambole ? le fotografie ?

(…)

Il traffico
non ti riguarda più, il sole
non picchierà alla tua finestra.

(…)

Non vuoi preparare la lezione, non vuoi
mettere la torta in forno, o aprire il frigorifero.
Né guardare il mare. (Pp. 12)

Dati estemporanei di cocente ed intricante, fresca ed immediata resa.

… il sorriso e il pianto
bussano alla tua porta ma tu non vai ad aprire.

(…)

Anche l’amore ti risulta estraneo.

(…)

Il cielo assedia la tua nuova casa. (Pp.12)

Sta qui la novità della poesia di Polvani, in questo contrasto fra cielo e terra, in questa ossimorica successione di reale e immaginifico, di dolce e amaro; che poi non costituisce discontinuità, ma, seppur contrapposti, gli elementi si amalgamano, dando un senso di efficace compattezza all’insieme del poema.

E anche se nei momenti più toccanti, nelle occasioni poetiche più emozionali ed emozionanti, la poetica del Nostro sa intervenire con mano leggera a rendere il tutto meno crudo e drammatico, Polvani sa, e lo fa intravedere, che la precarietà della vita è come una spada di Damocle che pesa sulle nostre teste. Ma vi cerca rimedio. Quello di una Poesia che sa staccarsi dalle cose piccole per assurgere fino agli azzurri sconfinati dei cieli. E nel dire di sé con forza etimo-speculativa,  con ritmo piacevole e a noi vicino, c’è, soprattutto, la voglia di vincere l’inquietudine di un confronto impossibile, affidando un messaggio di vita alla Poesia.

I tuoi anni

Guarda mamma, i tuoi anni
si allungano spediti
come formiche in fila indiana
sul tavolo di marmo
della cucina
e già s’appressano al bordo
la luce del neon
spande un sentore d’inverno
e d’ improvviso
sento freddo.

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