Rediviva donna (classica) Rubrica di A. D’Errigo: Antonia Pozzi

pozzi antonia cane in prato

REDIVIVA DONNA (Classica).
Rubrica di Alessia D’Errigo.

Ospita ANTONIA POZZI

 

UN PENSIERO

Mi manca sempre la parola, quando la poesia si fa luce intensa di dolore e limbo immacolato di Bellezza; pura, semplice e alata, ove l’immagine prende corpo da un’anima delicata, di rara intelligenza, come la tua, Antonia. Che bello leggerti! Il suono soave e vibrante dei tuoi versi penetra in sospensione, come la vista di un immenso paesaggio che s’apre all’infinito davanti agli occhi. Così t’immagino; nella tua biblioteca o sui tuoi monti amati a scrivere, con la mano legata al cuore, in una commistione d’altrove e vita, io, t’immagino; le mani, delicate, muoversi nella danza segreta del tuo sentire. E scusami se leggendoti mi assale un senso di protezione enorme per te, avrei voluto portarti in braccio, accompagnarti verso i tuoi sogni, verso il tuo grande amore, e di nascosto, rubare una piccola parte d’intensità dai tuoi occhi, la bellezza della tua anima.
Grazie, Antonia.

 

Antonia Pozzi imago

 

Sgorgo

 

Per troppa vita che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.
E all’improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno
si riapre,
perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.
Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull’altana
come alla vista del mare.
Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.

 

12 gennaio 1935

 

*

 

Rinascere

 

I


Devi essere solo la mia
gioia:
di là
dalla mia carne greve,
lungi anche
dal cimitero muto fra le rocce, la neve,
dov’è
il mio amore sepolto.

Chiuse
tante vite.

E tu sei nuovo,
al sole, sulla terra
smossa –
come un seme che forse
non si vuole che germogli –
ma così basta
a nutrire un uccello.

Uccello lieve
il mio cuore
ed ogni tuo sguardo
un suo volo profondo
in un remoto tempo
azzurro –
solo la mia
gioia
e rinascere in te.

 

II


Rinascere – non sai:
una sera
che tutte le lampade sembravano
infrante
e le mani sono un lungo peso
-il senso delle cose toccate
nessuno ti cancellerà più
dalle dita –
una sera
viene il vento,
con la veste piena di stelle,
di foglie rubate dall’autunno,
di uccelli salvati –
e te li libera sul viso,
dice:
-Vola via,
tu sei nuova,
io ti porto –

<Tu sei nuova>: ti accendi nella notte
come dall’ansito di antiche vigilie,
come all’origine dei giorni,
sull’informe sonno
un albore –

Rinascere non sai:
come la prima certezza vergine
della luce
sul volto di una terra cieca –
e nelle grotte destarsi dei pastori,
il dolce moto
del gregge che si svincola dall’ombra,
ch’esce –
con suoi agnelli nati
nell’ultima notte,
con i suoi campani
lavati all’ansa
del fiume –

 

Milano, 24 ottobre-8novembre 1934

 

*

 

Lamentazione

 

Che cosa mi ha dato
Signore
in cambio
di quel che ti ho offerto?
Del cuore aperto
come un frutto –
vuotato
del suo seme più puro –
gettato
sugli scogli
come una conchiglia inutile
poi che la perla è stata
rubata

che cosa mi hai dato
in cambio
della mia perla perfetta
diletta?
Quella che scelsi
dal monile più splendente
come sceglievano i pastori
antichi
nel gregge folto
l’agnello più lanoso più robusto più bianco
e l’immolavano
sopra il duro altare?

Che cosa hai fatto tu
se non legarmi
a questo altare
come ad una eterna
tortura? –

Ed io ti ho dato
la mia creatura
unica
la mia ansia materna
inappagata
il sogno
della mia creatura non creata
il suo piccolo viso senza
fattezza
la sua piccola mano senza
peso –
Sulle rovine della mia casa non nata
ho sparso
cenere e sale –

E tu
che cosa mi hai dato
in cambio
della mia dolce casa
immacolata?
Se non questo deserto
Signore
e questa sabbia che grava
le mie mani di carne
e m’intorbida gli occhi
e m’insudicia le piaghe
e m’infossa
l’anima –

O non ci sono più nembi
nel tuo cielo
Signore
perché si lavi
in uno scroscio
tutta questa
miseria?

 

Milano, 6 maggio 1933


*

 

Maledizione

 

Non presso chiari fiumi
ma in riva a tristi fossati
sostammo
dove immerger le mani
era smarrirle
sotto la mota
pullulante dal fondo –

Ed il verde degli olmi
era lucente
nella calura –
erano freschi i fiori
di prato –
e d’altri fiori s’illudeva
strenuo
il cuore.

Ma quell’acqua fangosa traversava
la via –
quell’odore corretto solcava
l’alito della nostra tenerezza
dolente –

né potevamo noi sventare
quella maledizione della terra –
né potevamo soffocare
la voce arcana
piangente
-siete perduti-

 

12 maggio 1933

 

*

 

Esilio

 

T’hanno strappato dal mare, bambino
e non sai dove ti portino
ora, per questa strada nuda,
per questi prati arsicci,
parlandoti parole che non afferri
e non senti
se da un’anima sorella
o da un ignoto mondo
ti giungano.
La nebbia alitava sul mare,
morbida, bianca;
l’acqua era azzurrina
sott’essa, chiara.
Volevi dormire anche tu,
dentro la nebbia,
come il sole?
Il tuo mare è scomparso, bambino:
non senti come ululano
le sirene, sperdute?

Ed ora perché
singhiozzi?
Credevi che ci fosse
qualche cosa per te
in questa casa scialba
dove t’hanno portato?
Piangi perché
tutta la casa è vuota,
perché tutte le gabbie sono vuote
nel gran giardino
e non c’è che un coniglio nero,
vicino al muro,
che annusa, annusa
e non ti sa dir niente?

Ma non hai visto bambino, che le siepi
lungo la strada
erano le stesse
che crescono vicino alla tua casa
di là dal mare?
Non lo sai che stasera
sulla tua casa
e sul mare
e su te
il cielo piangerà
lo stesso pianto
di stelle?

 

Kingston, agosto 1931

 

pozzi5

 

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