Reporting from the front: la biennale di architettura di Venezia 2016, di Raffaella Terribile

Reporting from the front: la biennale di architettura di Venezia 2016, di Raffaella Terribile.

   

   

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L’immagine prescelta per rappresentare l’ultima Biennale di Architettura è abbastanza curiosa: una donna anziana, con un vestito a fiori, un fazzoletto sulla testa e le ciabatte ai piedi, sopra una scala di alluminio, intenta a scrutare l’orizzonte in una landa desolata di pietre, sotto un limpido cielo azzurro. Si tratta dell’archeologa tedesca Maria Reiche, che Bruce Chatwin incontrò durante un viaggio in America del Sud mentre camminava nel deserto trasportando una scala in alluminio sulle spalle. La scala le serviva per osservare le linee di Nazca, non potendo affittare un aereo per osservarle dall’alto e nemmeno percorrere lo spazio in auto senza il rischio di distruggerle. Il curatore della mostra, l’architetto cileno Alejandro Aravena, spiega che l’immagine può rappresentare l’attitudine mentale per cui, quando i mezzi vengono a mancare, ci si affida all’inventiva. Salire sulla scala permetteva a Maria Reiche di vedere in una distesa incoerente e indifferenziata di sassi figure ben definite: cambiare punto di vista è essenziale anche per la varietà di sfide e di complessità che l’architettura contemporanea deve risolvere. Se l’Angelus Novus di Paul Klee nell’interpretazione di Walter Benjamin, scelto da Okwui Enwezor per la 56^ Esposizione Internazionale d’Arte, riassume lo sguardo ansioso e spaventato rivolto al passato, popolato di rovine e di macerie, esperienza utile per ripensare il futuro, lo sguardo di Maria Reiche vede la desolazione di panorami urbani che sembrano sancire la scomparsa dell’architettura, la somma delle occasioni mancate per l’azione e l’intelligenza della civiltà umana. Ma vede anche la speranza nel presente, e non nelle nebbie incerte di un futuro indecifrabile là dove, di fronte a situazioni complesse, l’architettura risponde con esempi positivi e risultati concreti. Come dice Aravena, allora “l’architettura fa la differenza”, diventando strumento di una civiltà umanistica “come evidenza delle capacità dell’uomo di essere padrone dei propri destini”, “strumento della vita sociale e politica”, come ha scritto Paolo Baratta nell’introduzione al catalogo. Un’idea di architettura come “bene pubblico”, strumento che dà forma agli spazi in cui viviamo: strade, piazze, case, scuole, uffici, negozi e aree commerciali, parchi, edifici pubblici, parcheggi, luoghi di lavoro, capannoni industriali. Ogni volta che l’architettura entra in campo, la sfida è quella di superare una serie di ostacoli a volte apparentemente insormontabili (insufficienza di mezzi, vincoli restrittivi, l’ottusità e il conservatorismo del sistema burocratico, l’avidità del capitale) rispondendo con risultati concreti ai requisiti e alle sfide da superare e che Aravena sintetizza in un elenco che accoglie i visitatori all’entrata dell’ex padiglione Italia ai giardini e all’ingresso dell’arsenale: qualità della vita, ineguaglianze, segregazione, insicurezza, periferie, migrazione, informalità, igiene, rifiuti, inquinamento, catastrofi naturali, sostenibilità, traffico, comunità, abitazione, mediocrità, banalità. A pensarci bene, è qui riassunto un presente che è sotto gli occhi di tutti, nelle storie quotidiane che ciascuno può rievocare, nelle tragedie collettive che una mancata intelligenza nella gestione del territorio può produrre, nelle problematiche insite in un mondo dove gli equilibri sovvertiti dall’impoverimento postcoloniale e dalle decisioni politiche ed economiche degli stati ricchi hanno portato alla luce con le tragedie delle migrazioni, gli scenari urbani di ghettizzazione, le tensioni sociali e razziali. La posta in gioco è alta e il rischio è quello di continuare a produrre luoghi mediocri, banali, brutti, malsani, che rovinano la vita delle persone anziché migliorarla, che aumentano i problemi anziché risolverli. Migliorare la qualità dell’ambiente edificato è una sfida che va combattuta su più fronti, partendo dal singolo individuo per arrivare al benessere collettivo: dal campo profughi del Sahara Occidentale come luogo dell’identità di una nazione che non è ancora tale (Manuel Hertz e the National Union of Sahrawi Women)

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al miglioramento della periferia di Lormonti in Francia (LAN , Urban Renovation, Lormont, Francia, 2009-2015),

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dall’espansione del range di abitabilità nelle zone tropicali del Perù (Grafton Architects, Campus universitario UTEC, Lima, Perù, 2015),

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alla progettazione di scuole in mezzo alla natura per togliere i bambini cileni dalla violenza urbana (Elton_Léniz, scuola primaria Héroes de Yungay), alle scuole di Gando e alla nuova sede del Parlamento per la ritrovata democrazia in Burkina Faso (Kéré Architecture), fino al recupero di discariche che diventano nuovamente paesaggi (Batlle i Roig Arquitectes, restauro paesaggistico della discarica di Garraf, Parco Naturale del Garraf, Barcellona, 2008). Senza mai dimenticare che, per sfuggire alla banalità, alla mediocrità, è indispensabile il potere della Bellezza, che si può esprimere anche attraverso il recupero di materiali semplici, locali, naturali, tradizionali, a basso costo (tra cui il fango e l’argilla) come in Bangladesh (Anna Heringer), e la progettazione di edifici ecosostenibili (Michael Braungart, Vo Trong Nghia), per rendere possibile l’utopia di un’architettura sostenibile e alla portata di tutti. L’“expanded eye” dell’architettura, dove il dialogo nord-sud del mondo diventa possibile.

     

      

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