Resistenza in attivo, di Simonetta Sambiase

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Resistenza in attivo, di Simonetta Sambiase.

     

                     

Si parte a resistere dalle influenze esterne: la realtà sociale è un luogo anelastico in cui è difficile trovare una chiarezza netta, come ad esempio quella della verità scientifica. Da essa (da questo luogo non fisico ma totalmente umano e frammentato) si trae la sintassi temporale di popoli e nazioni e la si fissa nella memoria tramite la storia. E questo pezzo di scrittura che può diventare un’arma potente di esistenza e resistenza. Perché i meccanismi di redazione e trascrizione della storia hanno dentro un “peso di resistenza” duttile e rocciosa insieme, che finisce per antologizzare troppo spesso la leggibilità umana dalla parte dei vincitori. Questo è un punto della barriera: se si sceglie di antologizzare solo una parte del flusso informativo e di divulgarlo in maniera più o meno ufficializzata, si è fatta resistenza passiva all’interno di un presente e passato collettivo che viene privato di una sua parte. La storia ufficiale è una figura “retorica di stato in luogo” e può fare barriera. E resistenza. Scriveva Theodor Fontane nel 1881 “Non vedo perché ci si debba sempre occupare degli uomini e delle loro battaglie; di solito la storia delle donne è molto più interessante” Siamo nel cuore della barriera. L’edificazione della storia da parte della conquista bellica e del dominio territoriale, un luogo primario che non cambia posto nel podio del contesto della storiografia di una nazione, né segna capitoli di fondamento nell’antologizzazione scolastica del dominio di un genere. Ne disegna perfino la toponomastica del proprio territorio. Questo accade anche in molti luoghi della cultura letteraria. ”Si conosce quasi tutto del Novecento letterario italiano ed europeo – si legge nell’archivio della casa del popolo di Massenzatico, la prima casa del popolo d’Italia – ma si sa veramente poco della narrativa socialista, anarchica, comunista e radicale che ha avuto un grande ruolo nella formazione culturale degli scrittori dell’ultimo secolo. Pochi sanno che De Amicis è stato un grande propagandista socialista; poco si sa del Mariani libertario o del Pascoli ribelle; poco si sa della Negri femminista e del Carrà anarco-futurista. Poco si sa del Cavallotti radicale ecc”. Eppure quei nomi citati sono quelli che continuano a sostare nei sussidiari dell’istruzione obbligatoria di secondo grado. Delle stesse case del popolo e soprattutto dei loro archivi non si fa uso nella letteratura storiografica ufficiale. Un modello di equità sociale e di partecipazione ugualitaria, che nel secolo in cui la lotta sociale “l’hanno vinta i ricchi” (M. Revelli) viene messo in resistenza passiva dalla sua diffusione, anche nella regione che ha visto la nascita della prima casa del popolo italiana, a nome ed energia  di Camillo Prampolini, nel 1883, durante il secondo congresso socialista. Il suo piccolo archivio ci consegna quei nomi sopra citati, a rispondenza di un’altra letteratura socialmente impegnata e meno lirica. Interessante anche il carteggio di Prampolini con Annamaria Mozzoni, una delle figure storiche del femminismo italiano, traduttrice del libro “La servitù delle donne di Mill” e autrice di vari libri sui diritti civili, fra cui “La liberazione della donna”, scritto “nel 1865, dopo che il Senato italiano aveva modificato in peggio gli articoli sulla condizione delle donne già approvati dalla Camera dei deputati”. Resisteva Mozzoni, resisteva il potere contro qualsiasi indebolimento del suo stato. A tutt’oggi la toponomastica italiana vede il nome della Mozzoni in una via di Milano, perpendicolare alla via Anna Kuliscioff ed una nuova piazza a Roma. Invece della Destra storica italiana ne abbiamo piene le strade. Questo è anche un anno di retorica ufficiale sul voto attivo\passivo alle donne, sono settant’anni che nel Paese abbiamo il suffragio universale. La storia di questa conquista che fu rivolta non solo all’elettorato di genere femminile, ma prima ancora a tutto l’elettorato perché la barriera resistente era formata dall’eliminazione ad un diritto di espressione legato alla condizione sociale dell’elettore, non viene ospitata nella storiografia divulgativa. L’entrata “sistematica” di parte della storia sociale di genere non compare ancora come necessità di esistenza storica. Decostruire il genere non è un esigenza sentita dai revisionisti, basti pensare alla fatica di comunicare il patrimonio letterale femminile svolto al sociale. Se si volessero leggere in italiano  i romanzi proletari dedicati agli scioperi degli operai tessili di Gastonia, North Carolina, della primavera del 1929, ad esempio, non se ne troverebbero tracce. Le cosiddette “Gastonia novels” sono un gruppo di romanzi della prima metà degli anni Trenta che raccontano la storia della rivolta degli operai, “culminata in una repressione brutale, nell’arresto degli agitatori e nello sfratto forzato delle famiglie che non si piegano alla polizia. I romanzi riprodurranno non solo il crescendo di violenza, minacce di linciaggio e pestaggi contro gli operai ma anche l’incarcerazione e i processi per “cospirazione a istigazione all’omicidio”. Li scrivono tre donne, Grace Lumpkins (To make my bread), Myra Page (Gathering Storm) e Fielding Burke, nome d’arte di Olive Tilford Dargan (Call home the heart), generalmente considerata la più dotata nella descrizione sociale. Così come non è possibile ancora trovare tradotto il testo di The Book of the Dead (1938),di Muriel Rukeyser  “ uno degli esperimenti di poesia-documentario più articolati del decennio – rievochi la vicenda luttuosa dei minatori di Hawk’s Nest e del processo “prezzolato” con cui si decreta la vittoria del capitale sulla loro causa” (Cinzia Scarpino). Quello che “realmente” accade è il luogo della resistenza. Basti pensare alle censure odierne alla letteratura italiana di migrazione, che subisce il taglio della mannaia della storiografia ufficiale anche perché, come ben lo descrive  Armando Gnisci, “ che assolutamente nuovi sono questi problemi per gli studiosi di letteratura, o almeno per quelli che sono assuefatti a trattarla da un punto di vista esclusivamente nazionale”. Ancora una volta è una letteratura della parte sociale dei vinti: “Il più delle volte, come ci hanno raccontato i nostri scrittori, da Pirandello a Pavese a Gavino Ledda, si trattava di poverissimi contadini analfabeti, sradicati dalle campagne e da abitudini millenarie e trasportati in America, in Australia o nelle miniere del Belgio” – scrive Gnisci . Che nel suo libro dedicato a questo argomento, riporta i ricordi di alcuni immigrati del dopoguerra, come testimonianza. Una di queste,  Carolina Giuliani scriveva “siamo andati a Foggia dal paese dove abitavo, poi da lì a Milano. A Milano ci hanno preso le infermiere e ci hanno portato sotto la “gare” (stazione) di Milano e ci hanno fatto stare per tre giorni lì e ci hanno dato i lettini chi sopra chi sotto, poi ci hanno dato una targhetta marcata “emigrante” e ci hanno portato tutti in fila a visitare. In Svizzera ci hanno dato un cestino con le banane, ma le banane non le conoscevo e le ho buttate dal treno “. ”Credo che queste poche e povere righe dimenticate siano altrettanto significative del famosissimo e universale “Diario”di Anna Frank: anche fra gli sventurati va introdotta parità”- osserva Gnisci. Che ricorda anche che l’ultima miniera di carbone belga è stata chiusa nel 1984, dopo che tanti italiani emigrati erano diventati neri in faccia e nei polmoni o erano morti nelle loro gallerie. Anche questa parte di realtà sociale è dimenticata sempre ed istituzionalmente dalla coscienza storica e civile, quella stessa che ha però in ognuna delle proprie famiglie almeno un cognome comune sparso in giro per il mondo da ritrovare. Interrogarsi se le leggi del  “mercato sociale” siano le stesse che regolino la valorizzazione di tutto il tessuto storico della collettività è fare resistenza in attivo, e se il mito fondativo della resistenza è essere in strada (dai Vespri siciliani ai forni manzoniani, dai cortei operai per i diritti del lavoro a quelli femministi per il diritti delle donne) la strada della cultura dovrebbe aprire tutti i suoi archivi per colmare le insufficienze e scavarci dentro per colmarle.

                            

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One thought on “Resistenza in attivo, di Simonetta Sambiase”

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