Resistere al male, alla “notte”, editoriale di Vincenzo Guarracino

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Resistere al male, alla “notte”. In compagnia di Lucrezio e Leopardi.  Editoriale di Vincenzo Guarracino.

    

   

C’è un’immagine, giusto in limine al De rerum Natura lucreziano (I, vv.136-145), che colpisce per la sua carica di disarmante e autobiografico titanismo, la prima e l’ultima volta di tutto il poema, ed è la dove il poeta, dopo aver confessato l’improbo ardire del suo proposito di trasferire “in versi latini” obscura reperta, “le oscure scoperte” del genio greco, propter egestatem linguae et rerum novitatem, “a causa della povertà della lingua e della novità del soggetto”, si rappresenta intento a noctes vigilare serenas, “a vegliare nelle notti serene”, a interrogare il gran libro della Natura per carpire al suo cupo silenzio il segreto delle cose e clara…praepandere lumina menti, “trasmettere alle menti una luce scintillante” di verità.
E’ su quest’unica immagine soltanto che mi preme qui soffermarmi, tralasciando la ricchissima messe di testi comprovanti la stratificata memoria dell’antico nel moderno (tra cui spiccano i più recenti contributi di Mario Saccenti, 1980, e Sergio Sconocchia, 1987), per gettare un minimo di luce da una diversa prospettiva sui complessi e vasti rapporti tra Lucrezio e Leopardi, tra due poeti cioè accomunati della più tragica oltranza interrogativa sul limite di un disagio storico e di un’essenziale disarmonia: un’immagine che si pone in un certo senso come l’emblema stesso della loro ricerca, per l’urgenza allegorica che comporta e ancor più per l’orizzonte etico e gnoseologico che delinea.
Interrogare la notte, come dire interpellare, ma ancor più sentirsi interpellati dal mistero delle cose sul teatro dell’essenziale solitudine, che racchiude il corpo del soggetto poetico: Lucrezio (“tu mihi supremae praescripta ad candida calcis / correnti spatium praemonstra, callida musa, “e tu, nel momento in cui mi slancio verso la bianca linea che segna il termine della mia corsa, / mostrami la via, o musa ingegnosa”, VI, vv.92-93) e ancor più esplicitamente Leopardi (“Chi teme, canta”, Zib.3527) hanno coscienza che è in questo spazio che il “canto”, la parola poetica, sovraccaricato di una trasparente intenzione di rassicurazione e seduzione, si incontra col ritmo di un pensiero dalle domande inesauribili per trasformarsi in un movimento estremo che trova nell’infinito (o per meglio dire, nell’indefinito) la sua figura essenziale, chiamando all’evidenza e alla trasparenza anche le intime fibre dell’ombra, i simulacra modis pallentia miris, “pallidi simulacri di un pallore alieno” (v.123) non meno dei “mille vaghi aspetti / e ingannevoli obbietti” (Il tramonto della luna, vv.4-5), i fantasmi insomma impalpabili della propria inquietudine, senza riuscire a vincerli ma anche senza restarne annichilito, in virtù di una eroica volontà di conoscenza.
Si tratta di un faticoso processo che per i due poeti, pur per diverse vie, converge ad un unico risultato, che è quello di dare all’uomo la consapevolezza della sua umana fragilità.
In Lucrezio, infatti, si innesta e corrobora fin dall’inizio in un’ansia conoscitiva senza ipoteche e protezioni metafisiche da parte di una religio assiomaticamente incapace di risposte illuminanti e risolutive, per approdare finalmente ad una visione dell’uomo protetto dalla corazza di una ratio capace di offrire finem…cuppidinis atque timoris, “un limite al desiderio e al timore” (VI, v.25), una volta indagati e penetrati res occultas penitus, “i segreti più profondi della natura” (I, v.145), e di procurare un sollievo qual che sia ai mali che affliggono la coscienza nella visione del triumphus Mortis del libro VI.
In Leopardi, invece, matura per gradi, attraverso il progressivo rigetto di ogni facile mistificazione spiritualistica, fino a trovare sullo scenario lucreziano per antonomasia, le pendici del Vesuvio della Ginestra, il luogo dell’approdo e dell’emblematica conferma e consacrazione (“Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive”, vv.49-51) in toni di vibrante polemica nei confronti del “secol superbo e sciocco” (v.53).

Nam cum suspicimus magni caelestia mundi / templa super stellisque micantibus aethera fixum, / et venit in mentem solis lunaeque viarum, / tunc aliis oppressa malis in pecora cura / illa quoque expergefactum caput erigere infit (“Quando, alzato il capo, contempliamo gli spazi celesti / di questo vasto mondo, e le stelle scintillanti fissate nelle altezze dell’etere, / e il nostro pensiero si porta lungo i corsi del sole e della luna, / allora ci sorprende un’angoscia, soffocata sino a quel momento sotto altri / mali, e comincia a farsi sentire…”, V, vv.1204-1208).
Come resistere o reagire a questa cura, all’angoscia mista a stupore di un qualcosa di incomprensibile, se non disponendosi al miraculum delle cose, all’invenzione di un pharmakon di saggezza affiorante all’improvviso dalle cose più neglette, dal tempo fatto cenere, non meno dell’oro depositato dai roghi immensi e distruttori dei boschi primigenii, di cui non a caso Lucrezio parla subito appresso al brano citato (vv.1241-1280)? E’ “dall’ombra e dal disprezzo”, e contemptibus (v.1278), che può sbocciare, fecondato dall’ambrosia di una ratio tutta umana, il fiore della poesia, la parola capace di dar voce alle domande più profonde, esorcizzando ogni paura nel canto (“requies hominum divumque voluptas”, “riposo degli uomini e piacere degli dei”, VI, v.94).

“Sovente in queste rive, / che, desolate, a bruno / veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / seggo la notte; e su la mesta landa / in purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle…”: sono versi centrali della Ginestra (vv.158-163), in cui l’esperienza indefinibile dell’io, consegnata all’emblema di una fragilità resa onnipotente dal sentimento dell’umano e dalla consapevolezza della propria mortalità, acquista conforto e consistenza in virtù della perentorietà dell’interrogazione, dell’acutezza dello sguardo, portando sulla scena della lingua un’effervescenza energetica di sapere, a dispetto del silenzio e dell’avvolgente tenebra circostante, a dispetto della Notte e della terra ridotta a “flutto indurato” dalla cieca indifferenza della Natura.
In questi termini, a prospettarsi è così un orizzonte davvero nuovo e straordinario di lucidità e saggezza, in cui il dialogo del pensiero con il nulla, con il “solido nulla” (Zib. 85) di cui è allegorica figura l’indistinto notturno, connota l’intrepida energia di chi la sua difficile battaglia esistenziale e morale sa di doverla combattere giorno per giorno attraverso la scrittura, con dialettica determinazione, fissando fieramente in faccia il proprio destino, “erta la fronte, armato / e renitente al fato” (Amore e Morte, vv.110-111) e disposto per essa “a sostenere ogni fatica” (“quemvis efferre laborem”, I, v.141), nonostante il destino di sparizione di ogni vivente.

                   

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One thought on “Resistere al male, alla “notte”, editoriale di Vincenzo Guarracino”

  1. Un testo straordinario per pregnanza e profondità che vibra nelle parole e nelle citazioni precise dei testi di entrambi Lucrezio e Leopardi, e veicola una rete intensa di immagini e di considerazioni critiche che ci coinvolgono. Così per la prima volta scopriamo il senso profondo che unisce due grandi poeti del passato.
    Insomma una lettura che mi ha dato, pur nella sua brevità, una grande emozione. Grazie all’autore e a Versante Ripido. Mi domando se questo breve saggio è solo parte di uno studio più ampio che spero sia stato o sarà pubblicato.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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