Ricerca della propria i, di Manuel Cohen

'Mediterraneo', olio su tela, 2016_risultato

Ricerca della propria i, di Manuel Cohen.

      

     

     Credo che sia la prima volta che accetto pubblicamente di esporre qualcosa del mio privato. Quindi ringrazio gli amici di Versanteripido per avermi sollecitato e mi scuso per le inevitabili reticenze.

     A tutt’oggi, a un rapido elenco, annovero a tredici le abitazioni in cui ho trascorso quasi mezzo secolo della mia esistenza deambulatoria o erratica: includendo tra queste la casa di famiglia, le abitazioni degli anni universitari, le residenze lavorative oltreconfine e quelle degli accasamenti anagrafici; queste le coordinate della mia orfanità: Abruzzo, Francia, Marche, Veneto, Belgio e Lazio. Sono, mio malgrado e per costrizione, un apolide e un senza terra, diviso tra due regioni d’origine, due religioni e due lingue, nonché privo di un dialetto materno. Tuttavia, la casa come couche, protettiva e ospitale, privata e accogliente, è anche per me, come per molti, un mito attivo e un’esigenza viepiù attualizzata o rincorsa. In retrospettiva, non potendo per ragioni di spazio proporre un percorso tra le dimore abitate in passato e nella attuale, mi limito qui a considerare la casa come un luogo, anche astratto: la mia ultima abitazione, chi può dire quanto definitiva, acquistata con mutuo eterno nel 2005, assomiglia molto a un non luogo, ed è inserita in un contesto semi-urbano e semi-rurale che molto ha a che fare con i non luoghi dei paesaggi italiani brutalizzati dal cemento e dalle villette quadrifamiliari e a schiera. Sta di fatto, che da sempre anche per me, come per molti che scrivono, la casa è il luogo di operatività o creatività letteraria. Più che la casa in sé è il tavolino o lo studiolo il luogo emblema delle mie dimore: quasi un cronotopo. Il luogo o oggetto in grado di restituirmi la tranquillità necessaria o la concentrazione per studiare e scrivere. Non c’è un rapporto diretto tra la casa e la mia scrittura in versi; semmai c’è una predisposizione del luogo a favorire e accogliere la possibilità di scrivere o piuttosto una mia richiesta all’abitazione: la restituzione di una calma provvisoria e necessaria; la necessità di essere favorito dalla sosta fisica e dal raccoglimento di forze e di idee.

     Ho fatto moltissimi traslochi, e ogni volta sono stato costretto a disfarmi di qualcosa, a lasciare alle spalle pezzi di vita, oggetti, monili, cimeli, regali, memorie. Tuttavia, del materiale cartaceo in genere (lettere, cartoline, plichi, libri, fotografie, locandine, poster, manifesti e brochure) ho sempre fatto tesoro: sarà la cultura umanistica di cui sono intriso, sarà per l’accumulo feticistico o per le radici che non ho mai coltivato, non saprei dire. Sta di fatto che una intera stanzetta è adibita a magazzino cartaceo dove riposano le schegge di vita amicale e letteraria: faldoni di lettere organizzati per ordine alfabetico, faldoni di scritti, manoscritti, dattiloscritti e stampati cartacei, faldoni di notizie, ahimè non organizzate secondo un coerente ordine diacronico, di mie apparizioni pubbliche, in manifestazioni letterarie, su quotidiani o su riviste specializzate. Tre scatoloni di fotografie: private e pubbliche, che attestano la mia biografia e una piccola, relativa, esposizione o appartenenza a una qualche civiltà letteraria, come l’avremmo definita nella cultura novecentesca. Raramente apro i forzieri e le scatole delle foto. Ho fatto troppi tagli netti con il passato per poter tranquillamente guardare indietro: potrei rischiare di pietrificarmi o di non ritrovarmi, o infine di non riconoscermi. Potrei perdermi e abbandonarmi a sentimenti contrastanti che per educazione autoimposta non mi concedo. Il paradosso è che, come apparirà ai miei quattro lettori, sono un autore che lavora sulla memoria e sull’esercizio del ricordo quasi costantemente. I miei libri di versi possono essere letti come regesti pubblici e/o privati, dove l’autobiografia sottende o si maschera tra le pieghe della memoria della storia e dell’epoca: Cartoline di marca (2010), Winterreise (2012) e L’orlo (2014) i miei libri più recenti, affrontano temi o traggono origine da vicende di cronaca, politica, storia e attualità. Cartoline, probabilmente il titolo più indirettamente autobiografico, è stato scritto nel Lazio ed è dedicato alla mia formazione letteraria nelle Marche: un viaggio a ritroso tratteggiando luoghi e persone o semplicemente nominando, spesso con accenti di nostalgia per la perdita, frequentazioni, sodalizi, amicizie e affetti. Ne emergeva un Novecento corale marchigiano: una regione interessante in cui vivo è stato l’impegno e il dibattito specie nel momento in cui mi affacciavo alla letteratura: gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, con Franco Scataglini, Paolo Volponi, e tanti altri. Winterreise, la traversata occidentale, probabilmente il mio libro più ambizioso per struttura, temi e stilemi, è il libro dell’erranza: o forse è il libro che più di altri attesta di un particolare spaesamento, di una particolare deterritorializzazione culturale, storica ed etica. Un libro che tenta la lettura delle cose attraverso la memoria (anche emotiva, nel crescendo di allarmi e minacce) delle immagini, e attraverso alcuni motivi-emblema che hanno caratterizzato l’immaginario sociale tardonovecentesco: l’assassinio di Pasolini, gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano, l’avvento dell’aids, il crollo del Muro di Berlino, Chernobyl, la prima Guerra del Golfo, il ventennio berlusconiano. L’orlo, invece, registra i nuovi paesaggi, i non-luoghi della contemporaneità, i tic sociali e i vezzi della società letteraria, l’autismo e l’onanismo del ‘comparto poesia’. Tutti e tre questi libri sono stati scritti nella nuova casa; hanno risentito molto della centralità periferica del luogo in cui vivo: sono percorsi da treni regionali e risentono dell’aria malsana del traffico in eccesso, ma anche della mescidazione culturale e interlinguistica, del sostanziale meticciato, del piccolo melting pot (e del bla bla politico e letterario) romano.

     I mobili della mia abitazione rispondono ad una precisa scelta e necessità: sono moderni, pratici, sobri, asettici e tendenti all’high tech, qualche quadro contemporaneo e qualche oggetto acquistato in un qualche viaggio: nulla, apparentemente, di personale. La mia casa è di nuova costruzione. I mobili antichi, i cimeli di famiglia non li ho portati con me: li detesto, con il soro sovraccarico di memoria e di angoscia. Detesto la pesantezza delle cose passate. Come dico sempre, tra il serio e il faceto, agli amici: “A invecchiare ci sono io, ci siamo noi. Non facciamo delle nostre case un pesantissimo museo!”. So che i lettori non condivideranno queste parole poco edificanti e poco rassicuranti. Ma ho sempre avuto la necessità di alleggerire il contesto, di alleviare e allietare la casa e l’esistenza: basto io con la mia pesantezza di uomo inevitabilmente colto e iper-strutturato. E poi ci sono i libri, alcune migliaia, strategicamente sottratti al primo impatto o alla vista degli ospiti e/o visitatori. Anche i libri, di solito esibiti nelle nostre case borghesi come trofei di status, sono relegati al piano alto della casa. Discretamente segregati o esposti. E al piano alto c’è un po’ la mia verità, letteraria e sentimentale: la foto di Mario Luzi, una foto di me durante la Pantera studentesca del 1990, un disegno regalatomi da Tonino Guerra, le foto con gli amici più cari, i feticci dei premi letterari, oltre cento volumi pasoliniani, ottanta luziani quasi tutti autografati, trenta di Caproni, trenta di Volponi e trenta di Fortini: il cuore vivo e pulsante del ‘mio’ Novecento, tutta la nostra poesia, una quantità impressionante di antologie e riviste, e saggi, volumi di letteratura israeliana e magrebina, francese e angloamericana, asiatica e latinoamericana: tanti mondi che hanno accolto e nutrito la mia esistenza. Mi angoscia non sapere che fine faranno i libri quando sarò morto. Spero che troveranno una casa, giovani occhi di lettori onnivori e voraci, cure di mani che sappiano continuare l’opera di copertura delle copertine: sì, quasi tutte le migliaia di libri che mi accompagnano sono stati copertinati con plastica trasparente: un gesto di protezione maniacale, di cura, di passione.

     Dalla porta finestra dell’ingresso vedo l’olivo pugliese, quest’anno ricco di olive di Cerignola, donatomi da amici di San Ferdinando, la città natale del poeta dinamitardo Marino Piazzolla, vissuto a Parigi (dove tramò con Marinetti un attentato al Louvre) e poi a Roma. Dalla vetrata della sala vedo ergersi il cipresso donatomi da amici urbinati che lo hanno preso nella riserva delle Cesane, nel Montefeltro. L’olivo e il cipresso segnano gli anni della mia ultima residenza; il primo è sontuoso e fiorente, il secondo è già alto oltre i dieci metri: undici anni fa era meno di sessanta centimetri. Vivono la casa, nidificati da passeri e rondini, frequentati dai gatti dei vicini a caccia di nidiate e di uova. Crescono ieratici e austeri, quasi a ricordarmi della fissità che è nel mutamento, della metamorfosi delle cose e di noi, nel quotidiano e nel tempo.

Interno

le chiavi posate là
con noncuranza
                            sulla madia
superga vecchi jeans giornali
occhiali rotti un body
al barbecue (sul balcone
altezza della lontananza
assenza che smemora
                                      e scolora)
odore che confonde di carta
scritta / da scrivere
                                   stanza
a stanza le parole dette
                               da non dire
                                  ( da ridere )
tra quattro pareti
                                 in fuga
ritmo perpetuo delle pantofole
lasciate là – volutamente –
“avrai qualcosa sempre e
                                             da rimpiangere”
pochi dischi (neppure una foto, nulla
veramente ha brillato che durasse)

                   c’è tutto questo, sul letto
ai suoi piedi all’ombra del sonno
tutto ancora là,
                            buttato alla rinfusa

(da: Altrove, nel folto, a cura di D. Bellezza, Ianua, Roma 1990)

***

(Luigi di Ruscio)

la vista micidiale che da Fermo
si gode. da lì, esule, sei partito
irato mai fermato, marchigiano
yiddish, Luigi, la lingua, il tuo idioletto
incoercibile Palmiro fermano
libero battitore rimbalzato
per internet. tu, che da più lontano
punti la penna, prendi più vicino

(da: Cartoline di marca, Prefazione di M. Raffaeli, Marte, Colonnella 2010)

***

O un luogo sul crinale

o un luogo sul crinale
sul dorso vegetale
la dimora esiliale
in luce artificiale
o un luogo nel sociale
-la fortezza globale-
è infezione virale
condizione stanziale

(da: Winterreise, la traversata occidentale 1989-2009, nota di G. D’Elia, CFR, Piateda 2012).

                

Martina Dalla Stella, 'Mediterraneo', olio su tela, 2016
Martina Dalla Stella, ‘Mediterraneo’, olio su tela, 2016

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