Riflessioni circa la critica contemporanea, di Michele Gentilini

Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939 03_risultato

Riflessioni circa la critica contemporanea, di Michele Gentilini.

   

   

Quella che segue è la brutale e incoerente narrazione dei pensieri che da tempo accompagnano il mio incedere e che hanno trovato una sintesi grazie alla lettura degli articoli apparsi sull’ultimo numero di gennaio 2016 di Versante Ripido. E’ una riflessione non tanto sulla poesia quanto sul ruolo della critica nel contemporaneo post-postmoderno. Non ha pretese di verità né tantomeno didascaliche. Semmai l’ambizione di fungere da stimolo ad ulteriori approfondimenti.

La scena è assai semplice, nuda. Una grotta umida. Fuoco acceso che non asciuga l’aria. Uomini stretti, attorno. Crepita e sussura, attende e ondeggia, crepita e sussurra di nuovo. Magicamente, le figure impresse sulla roccia da mani rapide e sicure impastando ocra, managnese, ossido di ferro con i propri umori, sangue e sperma, si animano, prendono vita, danzano. Strani animali dalle lunghe corna, scomparsi ai nostri occhi, fuggono dai cacciatori. Le mandrie sbandano, si allungano, si accorciano, si contorcono e ritorcono, uno cade, trafitto, esanime. La carne a saziare i cacciatori e allietare i racconti attorno al fuoco. La luce, che da tempo immemore ha squarciato la materia, narra storie con quei segni indelebili abbracciati alle parole di quegli uomini stretti al fuoco.

Non sanno di non far parte della storia, ma di averne generato il primo incedere.

E’ l’alba della filosofia e della poesia. Gemelle, nate assieme unite per lo sterno.

Un poeta immortale ci ha narrato che molti millenni più tardi, un uomo, uscito da un’altra grotta, non riuscendo a farsi comprendere parlò così:

“E’ tempo che l’uomo fissi la propria meta. E’ tempo che l’uomo pianti il seme della sua speranza più alta.
Il suo terreno è ancora fertile abbastanza per ciò. Ma questo terreno un giorno sarà impoverito e addomesticato, e non ne potrà più crescere un albero superbo.
Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà imparato a vibrare!
Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.
Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quegli che non sa disprezzare se stesso.
Ecco! io vi mostro l’ultimo uomo.”[1]

Un epitaffio per la filosofia allattata al seno dell’ellenismo.
Definitivo.
Non resta nulla.
Resta solo il vettore. Lo strumento che l’Essere ha utilizzato per creare il mondo. Che ha voluto con-diviso con la sua creatura più cara, fatta a sua immagine e somiglianza.
La Parola strumento indefettibile dell’unico cantore dell’umano rimasto, il poeta.; “…la parola è, tutta intera, il principio al di sopra di tutto. In termini filosofici, sarebbe dunque l’indiscutibile ‘a priori’ del linguaggio stesso”[2]

“Ci fu un tempo in cui le parole erano come dèi. Forme di se stesse, ermetiche, ma irradianti, perché debordavano da quelle forme che improvvisamente ci appaiono come nient’altro che forme. […]
Mentre il sacro è ascritto ad un luogo, gli dèi sono gesti fissi della vita dell’essere; intangibili, inesorabili, non riscattabili dalle loro contraddizioni attraverso l’Idea. Forme rivelate della vita dell’essere, indissolubili anche quando il pensiero coetaneo non le intende: forme che in un linguaggio geroglifico troverebbero la loro più alta razionalizzazione.
Ma sopraggiunge la parola. Forse esisteva già, prima di tutte queste forme sacre, da un principio? Non saranno dunque come dèi, le parole, sebbene in alcune di loro che appartengono alla prima generazione risplenda e agisca ancora il contenuto sacro, inafferrabile per qualsiasi concetto? Ma è come se avanzassero in processione – per poi risolversi nella parola, in forme sempre più chiare, più trasparenti e più docili, sotto l’imperativo della parola di alcuni dèiche è come se stessero aspettandole – procedendo da alcuni alberi oracolari o da rocce o fonti e fiumi, da luoghi semplicemente naturali; e da animali sacrificali, come se la parola fosse stata data all’uomo e non fosse nata con lui. Sarà forse il sacrificio, l’origine specifica della nascita della parola? […] O forse è una nascita divina che, pur comportando un sacrificioo, va oltre, fino a far sentire, e insegnare persino, che in un qualche luogo, in qualche mondo ormai perduto o non ancora esistito, questa nascita divina non comporta sacrificio alcuno; che è puro dono, una sostanza, forse. Perché non dovrebbe avere sostanza, la parola? Di più perché non dovrebbe essere sostanza essa stessa, la sostanza per eccellenza, la prima a nascere e l’ultima da conquistare per i mortali?”[3]

Secoli dopo quel primo focolare, abbandonate ormai da tempo immemore le grotte, altri uomini, seduti la sera attorno al calore della fiamma, con gli animali a riposare poco lontano, si scambiavano storie antiche, vicende lontane.
Arricchivano, luna dopo luna, il loro sapere.
Imparavano a dare a tutto una spiegazione, una origine, una causa.
Solamente di fronte al miracolo dei propri pensieri narrati erano costretti ad arrendersi.
Troppo oscura l’origine di quell’evento, fantastico e spaventoso al tempo stesso. Attraverso di esso i moti dell’animo si trasformavano in suoni dolci e suadenti o in spade arroventate.
Non seppero dargli un nome.
Non lo seppe nemmeno Moshè quando, sulle pendici del monte Sinài, di fronte all’ardore del roveto inconsunto, domandò il NOME.
E il roveto parlò e pronunciò parole che ancora oggi ci accompagnano.
L’Essere parla nella storia dell’uomo.
Parla tanto. Parla parole definitive.
Scolpisce le sue parole con un dito sulla pietra. Ce le consegna perchè siamo fatti a sua immagine e somiglianza.
La creazione continua grazie all’uso che facciamo delle parole.
E’ la ripsosta alla domanda del pensatore “Ma che c’è dunque di tanto pericoloso nel fatto che la gente parla e che i suoi discorsi proliferano indefinitamente? Dov’è dunque il pericolo?”[4]
Il pericolo sta nell’ordine che assume il discorso.
Il commento limita il discorso, lo controlla, lo fossilizza: “l’indefinito spumeggiare dei commenti è lavorato dall’interno dal sogno di una ripetizione mascherata. Al suo orizzonte, non vi è forse nient’altro che ciò che era al suo punto di partenza, la semplice recitazione. Il commento limita il discorso col gioco di una identità che ha la forma della ripetizione”[5].

In un mattino di primavera, narrano i padri, la stessa voce che aveva parlato con tono dolce e potente dal roveto ardente richiamò Moshè sul monte Sinài e mentre la natura, tutta, ammutolì, la voce dell’Eterno squarciò il silenzio accompagnando, in 70 lingue diverse pronunciate contemporaneamente, il sicuro incidere dell’indice su tavole di pietra le parole della legge, le parole dell’alleanza, le parole donate all’uomo per con-dividere l’infinita continuità della creazione.
Dall’alba della storia, i poeti, i più vicini all’Essere Immutabile fra tutti gli uomini, hanno preso possesso di quelle parole, le hanno divorate, scarnificate, plasmate, modellate, trasformate ed infine rivitalizzate.
Ne hanno fatto lo strumento insostituibile del pensare umano.
Le hanno cantate nei teatri, salmodiate nei templi fra nubi di incenso, le hanno penetrate e possedute nella riflessione filosofica.
Nella poesia la parola scrive di ciò che trova nel mondo, passa dallo sguardo e scopre che non tutte le cose possono dirsi e hanno la forza per dirsi. Questi pensieri iniziano da una parola che evoca concretamente la possibilità che in ognuno possa nascere la libertà di parola e la parola libera, e che non risulti solamente come un diritto prescritto, retoricamente rispolverato per le occasioniimportanti, ma che sia il reale dare spazio a ciò che talvolta resta muto, come la pietra, il fiore, l’infinito. La parola è una parola essa stessa, soggetta a colonizzazioni e decolonizzazioni, intonazioni e detonazioni. E’ un suono, un segno, una traccia, un tratto, una linea, un verso che porta ciò che dovrebbe significare o rappresentare e che, alla fine forse, mai rappresenta o significa realmente, ma comunque ci avvia a comprender –ci, a provare a farlo. La parola è metamorfosi del corpo, partenza o arrivo dell’azione, è volo illusorio e immaginativo, è un leggero paradosso fra ciò che si ha in testa e che diventa altro, è ciò che ci confonde e ci definisce, e induce talvolta a balbettare, a inciampare nella pronuncia. Siamo ciò che diciamo e ciò che non diciamo, la parola è un confine. […] La parola non dovrebbe essere un luogo vincolante di cui già sappiamo ma uno spazio aperto esplorabile di cui conosciamo le potenzialità ma anche il potere.”[6] E proprio per questo è necessario fare molta attenzione. Le parole sono esseri solidi ma mutevoli. Han bisogno di attenzioni e di cura perché “in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzionalità di scongiurare poteri e pericoli, di padroneggiare l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità.”[7]
Nell’evolvere della civiltà sono stati gli stili a stabilire le connessioni, i legami, i vincoli, le procedure, insomma, a legare le parole dei poeti e dei filosofi alle trasformazioni della società e gli stili sono il prodotto di regole, codici, modalità espressive. Significati desumibili anche dal semplice declinare stilistico. Sono i grandi, gli immortali, a rompere gli schemi, ad aprire all’incedere della civiltà, al progredire umano. Solo loro ribaltano gli schemi e ne creano di nuovi, più adatti, più utili, più stimolanti e più ricchi. Ma tutto questo si interrompe con l’esplosione improvvisa del moderno.
“Ai crocicchi le persone erano come imbiettate, una incastrata nell’altra, e non era alcun procedere in loro, soltanto un lieve, molle movimento avanti e indietro, come se s’accoppiassero in piedi. Ma sebbene stessero fermi e io corressi come un folle sul margine della strada, dov’erano pertugi nella ressa, verità è che loro si muovevano e io stavo immobile. Perché non cambiava nulla; quando alzavo la testa, continuavo a vedere le stesse case da una parte, e dall’altra le baracche. Oppure tutto, forse, era fermo, e in me e in loro era solo una vertigine, che sembrava far vorticare ogni cosa.”[8]
“Ma i versi, ahimè, significano così poco, se scritti presto. Si dovrebbe aspettare a farne, raccogliere saggezza e dolcezza per una vita intera, una vita lunga, se possibile, per riuscire forse, alla fine, a scrivere dieci righe che sono buone. Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti (che si hanno abbastanza presto) – sono esperienze. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono al mattino. Bisogna poter ripensare a cammini in contrade sconosciute, a incontri inattesi, e ad addii che si vedevano da tanto in arrivo, a giorni dell’infanzia ancora inesplicati, ai genitori che dovevamo amareggiare quando ci portavano una gioia che non capivamo (era una gioia per un altro…), a malattie infantili, che cominciavano in modo così singolare, con mutamenti tanto gravi e profondi, a giorni in stanze quiete e raccolte, e a mattini sul mare, al mare, ai mari, a notti di viaggio che frusciavano via alte e volavano con tutte le stelle – e non è ancora abbastanza, bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di donne con le doglie e di bianche, lievi puerpere addormentate, che si chiudono. Ma occorre anche essere stati vicino ai moribondi, essere stati seduti accanto a dei morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori che entrano a folate. E non basta neppure avere ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono molti, e attendere, bisogna avere la grande pazienza di attendere che tornino. Perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso, in un’ora rarissima, s’alzi ed esca dal loro centro.”[9]

Il moderno irrompe nel mondo.
Non lo fa gradualmente, non bussa.
Appare improvviso a devastare il mondo di ieri.
Travolge tutto al suo incedere.
Pandora ha aperto di nuovo il suo vaso e il mondo è sconvolto da nuove scorribande di corsari che de-strutturano.
Il progresso è la tecnica, la tecnica è il progresso.
Solo ciò che ha un posto nel mondo della tecnica resiste all’uragano che spazza il creato. La gemella filosofia muore lasciando eredità pesanti complesse irrisolte e irrisolvibili. Lascia figlie, sociologia, antropologia, logica, linguistica. Solo in controluce la filosofia della storia cerca di mantenere un posto nel mondo.
La poesia resta sola.
Priva della antica gemella dissoltasi a permeare il suo grembo. Cerca nuova compagnia, un nuovo approdo, che la salvi dalla prigione delle biblioteche dove giace piegata dal peso di sedimenti polverosi e carichi d’anni.
La trova, improvvisamente, come in un lampo che squarcia le nuvole.
Chi potrà essere il nuovo compagno se non “tu, ipocrita lettore – mio simile e fratello!”[10]
Il moderno nella sua perversa e feroce atrocità ha compiuto, ignaro, un miracolo. Ha reso la parola nuovamente libera. E’ sciolta, ab-soluta, da vincoli schemi o legami. E’ sciolta da tutto ciò che può costringerla a rappresentare uno stile. La parola torna assoluta espressione dell’Essere.
Nel liquefarsi del mondo, inevitabile conseguenza della fine del moderno, la parola, tornata libera, torna ad essere la parola creatrice. L’artefice della continua creazione del mondo.
Si libera pure dal proprio autore perché nessuno la può co-stringere.
E’ libera finalmente dalle “poetiche”.
E’ libera finalmente dalla “critica”.
E’ una parola che ormai ha un solo obiettivo. Creare il mondo con il proprio lettore in un vincolo che si fa simbiotico, si fa carne, si fa presenza.
Uno dei più grandi autori nella storia della nostra lingua ha sempre sostenuto di non possedere alcuna poetica; nonostante ciò fu capace di concludere un suo romanzo facendo germogliare questo fiore:
“L’ausilio dell’arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua e alcool dalle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani perentorio e ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.”[11]

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[1] Friederich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi, 2006
[2] Maria Zambrano, Dell’aurora, Marietti 1820, 2000
[3] Maria Zambrano, cit.
[4] Michel Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi, Einaudi, 2004
[5] M. Foucault, cit
[6] Silvia Bevilacqua, Pratiche filosofiche in movimento, in Disattendere i poteri – pratiche filosofiche in movimento, a cura di Silvia Bevilacqua e Pierpaolo Casarin, Mimesis, 2013
[7] Michel Foucault, cit.
[8] R.M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Adelphi, 1992
[9] R. M. Rilke, cit.
[10] C. Baudelaire, I fiori del male, Mondadori, 1984
[11] Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti, 2000

                            

Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939
Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939

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