Riflessioni da Carnavalet, di Raffaela Ruju.

Midnight in Paris, Woody Allen, 2011

Riflessioni da Carnavalet, reportage di Raffaela Ruju.

     

    

Il Marais ha un fascino irresistibile, potrei gironzolare per ore in queste strade ricche di storia  curiosando tra il vintage e le gallerie d’arte, fermandomi solo per ammirare decori e dipinti su porte, saracinesche e finestre, perché nel Marais l’arte può nascere ovunque. Decido di fare una pausa. I gradini del giardino del Carnavalet sono il posto ideale per riposare. In questo luogo dipinto di fiori guardo le geometrie perfette delle siepi sognando di vivere in una favola.  Penso a come l’uomo riesca a sublimare la natura per poi poter contemplare una sorta di paradiso in terra costruito appositamente per se stesso. Rifletto su come l’arte riesca a germogliare in noi quando veniamo trapassati dal pathos di un’opera.  Sarà la perfezione delle forme, sarà perché ho la mente piena di immagini e di parole, sarà perché pensare è una cosa che riesco a fare bene, che prendo carta e penna e mi appunto queste riflessioni.

Chiedendomi se ci sia, nel nome di questa villa, un riferimento al carnevale m’infilo in un abito immaginario da dama dell’ottocento. L’assonanza che sento mi fa pensare alle maschere e al bisogno che sento di essere me stessa e a tutte le volte che ho rinunciato ad esserlo. Chiudo gli occhi pronta a far uscire il mio lato oscuro e danzo senza le austerità imposte dal mio carattere.
Già, essere me stessa non è stato facile.  Apro gli occhi per ritornare al mio presente e mi appunto su un foglio di carta di fare una ricerca su questo nome: Carnavalet.

Qualche volta essere se stesse comporta molti sacrifici e rinunce. Spesso sono proprio le persone che dicono di amarci che vorrebbero fossimo diverse.
E allora scende quell’oscurità quasi naturale per condizionarci e opprimerci meglio.
La diversità non è un male incurabile.
Essere diversi non significa essere malati eppure quante volte mi sono sentita malata, nel mio essere come sono, così diversa.
Non sempre i cerchi convergono perfettamente.
Ci sono fiumi che a maggio si caricano di pioggia ed esplodono rompendo gli argini; ci sono persone che a maggio si caricano di parole e presumono di sapere molte cose. Io, sono ignorante e se scrivo lo faccio per passione. E’ una bestia la parola. A volta entra e sembra un poesia, a volte esce e sembra un aborto di pensiero. A volte latita per giorni. Mi accorgo che tutti abbiamo qualcosa da dire e non sempre il dire può essere un bel dire. E non sempre il pensiero si riesce ad esprimere in bella forma.
Quando gli uomini bruciarono le parole che altri uomini scrissero, presumendo di sapere tutto, distrussero l’equilibrio e la violenza era talmente tanta che torturarono, uccisero e segregarono gli scrittori, i poeti e i filosofi.
Ci furono uomini che rischiarono la vita per salvare idee che non condividevano, e altri subiscono ancora oggi la prigionia e l’esilio per salvare due miseri appunti su un pezzo di carta.
Mi domando se ci sia ancora chi pensa possa esistere un predominio culturale, un giornale di bordo per addetti ai lavori.
Mi chiedo con quale presunzione una persona possa giudicare umiliando lo spirito di chi forse con umiltà si affaccia a una finestra aperta sul mondo.
Mi chiedo quali siano i canoni estetici che fanno decidere all’uomo come dev’essere e che cos’è il bello naturale. Parigi è una città in cui riemerge il mio bisogno di libertà, il mio desiderio di bellezza. Come posso pensare alla bellezza, io che vivo in un mondo dove guerre e violenze scompongono quotidianamente le armonie delle foreste; un mondo che riesce a trovare il bello nella foto di un volto sfregiato dall’acido.
A ben pensare però  i canoni estetici cambiano a seconda dell’epoca, dei popoli, delle società e tendono a modificarsi continuamente, generazione dopo generazione.
Mi chiedo qual’è il pensiero giusto, come possiamo introdurci in quelle lezioni di stile che sembrano possano appartenere solo a menti eccelse.
Ma chi decide chi è eccelso?
Come facciamo a stabilire senza una giusta disposizione mentale quanto vale un’opera d’arte?
E mi domando, un contadino non deve avere diritto di parola e scrivere per  tramandare il suo sapere, non può poetare e cantare il sogno della terra oppure dipingerla?
E mi domando, un operaio non può raccontare le piaghe sulle mani e un vecchio non deve dire che conta le rughe quando si guarda allo specchio, oppure scolpirle? Un bambino non può scrivere oppure cantare il suo dolore?

Tra le tante opere d’arte che sogno di vedere c’è anche “il vigneto rosso” di van gogh.  Vincent. Ti sento così vicino alla mia follia che mi piace pensare di esserti amica e qualche volta ti parlo in silenzio della sofferenza dell’esser diversi. Lui rientra insieme a tanti altri in quella miriade di nomi  a cui il destino ha negato la fama. Vincent, che ha dipinto oltre ottocento quadri riuscendo a venderne solamente uno, quel  “Il vigneto rosso” che ritrae la vendemmia nelle campagne di Arles.  Devo fare un viaggio a Mosca per raccontarti cose che solo tu capiresti. Ti racconterei di come l’uomo è stato vendemmiato durante il nazismo e di come vorrei tornare nella mia amata terra, in Sardegna, dove il clima è migliore, come per te era migliore in Provenza, e di quanto mi sento sola.

Le mie sono riflessioni disordinate, però in questo giardino riesco a mettere insieme le parole per dirti che ho letto “Il suicidato della società”  e le sue insopportabili verità.  “Nessuno è mai nato solo” dice Artaud, “ e nessuno muore  solo”.  Ho letto tutto il dolore, un dolore fisico, materiale, nulla di trascendentale, niente di spirituale e penso a come spesso anch’io scrivo o dipingo per uscire dall’inferno di questo mondo. Un mondo in cui tutto si compra e tutto si vende, un mondo dove chi ha molta faccia tosta e poco talento riesce ad emergere con tutte le sue maschere ipocrite.  Così come raccontano le cartoline dei tuoi girasoli, ne ho comprata una pure io, le tue notti stellate fanno fare i milioni e le vendono non solo in cartoline, sono formato tutto e per tutti i gusti. Ah, Vincent, tu non puoi nemmeno sapere quante agende mi hanno regalato a Natale, anche un servizio di preziose tazzine da caffè riproducono i tuoi quadri.

Alzo gli occhi e vedo il cielo grigio di Parigi e non voglio chiudere questo quaderno. Sulla copertina c’è la poesia della terra appena arata, il movimento dei cipressi e i colori del mare in un cielo tremante dipinto da un pennello, mai incerto.
Però, quanta certezza avevano i tuoi contemporanei quando affermavano che non valevi niente.
Credo che i benpensanti, quelli che sono assolutamente convinti di sapere tutto, quelli che non scivolano mai nelle contraddizioni, riescono sempre a soffocare ogni cosa.

Mi alzo dai gradini freddi, un ultimo sguardo alla geometria perfetta delle siepi, chiudo,per un attimo, gli occhi sulla realtà.

L’ingresso al museo Carnavalet è gratuito.

Sulla chiave di volta del portone d’ingresso una maschera di carnevale si mostra in bella vista.  Entro a passo di danza nella storia di Parigi, mi pesa la parrucca ottocentesca e potrei inciampare sulla gonna di broccato rosso, non fosse per Vincent che mi accompagna stringendomi la mano.

                             

Midnight in Paris, Woody Allen, 2011
Midnight in Paris, Woody Allen, 2011

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