Riflessioni su L’infinito di Giacomo Leopardi, di Marisa Cecchetti

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Riflessioni su L’infinito di Giacomo Leopardi, di Marisa Cecchetti.

     

    

Ricordo momenti della mia adolescenza in cui il buio, la luna accesa fuori dalla finestra, il vento leggero, le voci sconosciute della notte in campagna, mi facevano sentire, quasi toccare con mano, la solitudine della Terra. La vedevo, piccolina com’è, sola e sospesa nel vuoto senza confini. Provavo un senso di dolorosa vertigine e accendevo la luce per afferrarmi a qualcosa.

Allora conoscevo già Leopardi ma L’infinito non aveva niente a che vedere con queste mie sensazioni. Un poeta studiato a scuola talora non si capisce fino in fondo, prova ne è stato più tardi lo stupore che ho letto negli occhi dei ragazzi quando ho tentato con tutte le mie forze di passare le sensazioni di Leopardi de L’infinito.
I giovani oggi vivono nel rumore, lo cercano, lo creano, il silenzio fa paura perché scava e porta alla luce il dentro con i suoi fantasmi.
I sovrumani silenzi e la profondissima quiete come farli immaginare? Rimangono inafferrabili, è difficile fingerli nel pensiero.
E l’eterno, le morte stagioni?
I giovani vivono un eterno presente, il futuro è qualcosa di remoto, figuriamoci l’eternità del tempo. Il passato appartiene alla generazione dei padri, dei nonni. Le morte stagioni sono lontane.

Leopardi è vissuto in un contesto di cui sentiva pesantemente i limiti culturali. La biblioteca paterna era la sua apertura sul mondo;  il suo rapporto di odio amore per Recanati lo faceva oscillare  tra il desiderio di fuga e i ritorni nella delusione di ciò che aveva scoperto altrove.
L’ermo colle sempre caro è il ponte della nave che lo porta lontano, la siepe “che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” è il divino incidente che crea questo stato d’animo. Perché lui può andare oltre. E’ arrivato in cima, si siede, osserva, pensa, scavalca l’ostacolo col pensiero e immagina. Tanto forte è la forza del pensiero, tanto sentito il bisogno di andare oltre, che la quiete che riesce a immaginare è “profondissima”, il silenzio è “sovrumano”, gli spazi creati dalla mente sono infiniti. Leopardi sperimenta un distacco totale dal contesto, è approdato ad una dimensione nuova, sua, “ove per poco/ il cor non si spaura”. Ma non ne ha paura.
Il vento che passa leggero tra i rami definisce per contrasto quella profonda quiete. Il presente, la sua persona stessa, la sua vita, quel contesto, tutto è profondamente reale, tangibile, contro le “morte stagioni” e quell’eternità cui apparteniamo, di cui rappresentiamo un infimo tratto.
Ancora più vera diventa allora, per contrapposizione, “l’immensità” immaginata, e il suo pensiero vi “s’annega” dolcemente, senza timore, lasciandosi andare in quel mare infinito.

Non ha paura di spazi immensi e sovrumani silenzi, si lascia naufragare; non ha bisogno di afferrarsi alla realtà intorno, non prova una dolorosa vertigine, ma vive il suo momento di straordinaria libertà.

        

tagawa Hiroshige, "Piena fioritura a Arashiyama sul fiume Oi", - in apertura "Ciliegi fioriti nella sera a Gotenyama", 1831,  MET Museum New York
tagawa Hiroshige, “Piena fioritura a Arashiyama sul fiume Oi”, – in apertura “Ciliegi fioriti nella sera a Gotenyama”, 1831, MET Museum New York

One thought on “Riflessioni su L’infinito di Giacomo Leopardi, di Marisa Cecchetti”

  1. Sono commosso per aver letto di tutto l’amore che la Signora Marisa è riuscita ad esternare, nella sua breve riflessione, sul Leopardi e, nello specifico, su L’Infinito….Lo stesso amore che ci accomuna posso dire da sempre, cioè da quando, inavvertitamente, nella mia vita ho avuto la fortuna di leggerne i versi. Grazie e congratulazioni

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