Rimembranze di D’Amora, di Lidia Riviello

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Rimembranze di D’Amora, di Lidia Riviello.
Sulla lingua/scrittura di Vladimir D’Amora come lettura di “Neapolitana membra”, Arcipelago Itaca Ed. 2016.

    

    

La costruzione dei ‘Lego’ è fitta di ostacoli, dati soprattutto dalle istruzioni per l’uso dei pezzi da montare e smontare. I libretti con le istruzioni di costruzione inclusi nelle scatole Lego sono la parte più vulnerabile in assoluto, così è scritto. Essendo di carta, subiscono molte manipolazioni e in poco tempo diventano fragili, macchiati, sgualciti, anche usando tutte le precauzioni possibili. Altra situazione, viene precisato nei libretti, è quando si posseggono parecchi set di un determinato tema e si vuole tentare di costruire qualcosa di nuovo usando i mattoncini a disposizione, per cui si va alla ricerca di istruzioni originali. Ecco, che ‘guardando’ la scrittura di Neapolitana Membra, quella che chiamiamo ancora lettura, diventa esperienza dei ‘set’, degli elementi costitutivi della lingua versati per noi e per tutti gli ‘spettatori’ in una esposizione magistrale di scritture -plurale maiestatis- materiali interrogativi, semantiche sospese, in una torsione e tensione verso un’arte della lingua totale, in parte intesa come Adriano Spatola intendeva la scrittura quando scriveva che la poesia totale si originava in un utopistico arrembaggio e si faceva medium totale.

Queste scritture, quelle che D’Amora attua da anni scrivendo opere di lucidità commovente, brillano di prove e di pose. Le declino al plurale: scritture, opere. Ogni testo, che la si chiami poesia, prosa, prosa in prosa, poesia in prosa, è un’opera, un assolo, una proiezione di versi e di narrazioni ed ognuna, se da una parte è ineguagliabile, irripetibile, mai uguale all’altra, è al contempo interscambiabile e mutevole. Tutti gli ‘atti poetici’ delle sue opere sono così sostituibili, in una problematica del riconoscibile, nell’estasi del significante o dell’insignificante, quest’ultimo splendidamente inteso come privo di un ‘vero e proprio’ significato e dunque aggiuntivo di ‘facce’, di deduzioni, di illusioni formali, di immagini e parti di discorso mitico perché in perdita continua. Declino al plurale la scrittura di D’Amora perché ho sempre rintracciato nei suoi testi una incomparabile conoscenza dei rituali della scrittura contemporanea, con annessa smemoratezza e ricominciamento pensoso, una divaricazione còlta, sfrontata, una disamina forsennata che sfondando le maglie della sua lingua, non può che produrre una combinazione di scritture che mimano una unità possibile. Una unità se si parla di pensiero e di visione come problemi, appunto, di linguaggio.

Le soluzioni di elasticità e la condizione di abbaglio linguistico che si rinvengono nella raccolta di D’Amora, dilapidano il senso comune e corrente che si ha e si legge della poesia, e pongono i problemi propri della materia di un linguaggio in mutazione. Qui, mentre una cartolina diventa schermo, una umanità s’ingigantisce per fare ingresso alla post umanità, Napoli contrae Indianapolis nella trasmutazione del visibile, il pensier fa la lingua.
Le membra sono arti, qui, e vanno intesi come arti con il loro esercizio di spossamento concettuale e ingranaggio visivo.                                                                                                                                   Il ritorno utopistico alle origini della poesia qui è serio, è materiale, è un mancamento continuo, è prassi ed è stressante al punto da mettere la lingua in una posa d’origine, rimando, riferimento ad una letteratura reale e dunque relativa. Qui la manipolazione della lingua è intesa come trattamento, operazione di tenuta e sconcerto: trattare l’idea per generare una lingua. Una lingua pellicola quella che usa D’Amora, da cui si guarda il mondo in mutazione. Le membra e le rimembranze. Qui il ricordo, attuando una mimica ed una tecnica esteticamente esplosiva, ha una funzione molto concreta: confondere la consequenzialità ordinaria, dei nostri tempi e di come guardiamo, scriviamo, pensiamo.
In Neapolitana Membra, troviamo spaesamento, strappo, allontanamento dal riconoscibile. Qui avviene questo disfacimento dell’ovvio, questa manipolazione del vizio di forma. Una lingua nella quale cerchiamo ancora il segno e il sogno di un mondo ‘là da venire’, dove tentiamo il memorabile e la precipitazione, il pensiero e la fatica, la deviazione e la linea, la riconoscibilità e l’irriconoscibilità. Qui tra mentre splendono i ruderi e anneriscono le esperienze, si giocano quei ‘set’ del Lego, gli elementi attivi dei linguaggi e della lingua, quella ‘letteraria’ e quella letterata, straniata, emancipata dalle tipicità, dalla riconoscibilità esemplare delle tradizioni. Questa immancabile tuta della lingua, che è l’abito di D’Amora, tutta sovrapposta e contemporanea alla corsa delle figure che inserisce, inserra, rende rasoterra alla lingua che frana, che contiene e poi sfuma: il plausibile, il ricordo della lingua al mare.
Raramente ci troviamo dentro la scrittura. Dentro il problema della scrittura, intendo come accade qui, nella Neapolitana lingua, leggendo queste scritture di scena e della messa in scena dell’atto di scrivere producendo problemi, pensieri su questa. Una scrittura sfigurata, deformata, e poi tesa, acuminata, arrotata da innumerevoli riscritture, prova di pensiero e di amor panico per la parola.

Usando un ‘peggiorativo letterario’ definirei quello che pone D’Amora un problemaccio, il problemaccio brutto di neapolitana membra, che si viene a porre, eclatante, esasperando il problema della dolenza e irriverenza di creare una lingua che anticipi nuovi linguaggi nati dai residui ripetitivi, dogmatici e immotivati di tanta ‘letteratura di sistema’.
Dentro Neapolitana Membra, siamo immersi in una cascata di immagini connesse a mondi plurimi e scissi, in una stangata epica dove si chiede di trovare una uscita dall’ordinarietà della ‘ricerca’, che mai come in questo momento si presenta conforme e insipida. Perché chi crea l’arte della lingua come in questo caso sa fare, e in un certo modo, in questi tempi, soltanto D’Amora è anche capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che leggeranno, guarderanno, assisteranno a questa scrittura mutante e al contempo divertitamente, giocosamente, sul punto di fondare un canone.

L’arte del mimo non si esaurisce sulla scena. Su questa, il mimo attua gesti che riprodurrà durante le prove e lì spesso avviene lo spettacolo, il resto, il memorabile. Questa arte della scrittura mimica è proiettata, lanciata, gettata nei colossali, minimi schieramenti di Neapolitana Membra, che è un extra formato, una uscita dalle definizioni per sua stessa cultura perché è fuori ed è oltre, a volte è altro da quello che dà l’impressione di costruire. Un libro che sembra ‘di poesia’ e certo la usa, vale a dire che dà l’impressione di fare poesia rendendo visibile e concreta questa impressione, e pare ‘di prosa’ e usa la prosa, e pare ‘di arte’ e la usa ma con nessuna di queste circoscrive una porzione di teoria consumabile e definitiva. Anche la lingua, come la mimica, ha i suoi ‘atteggiamenti’, e sono i più singolari, sono le parti più interessanti del discorso. E’ l’atteggiamento, la postura della lingua che dobbiamo imparare ad ammirare. Dopo, durante, subiremo pienamente il ‘fatto letterario’, il suono, l’apice, l’inafferrabile, il dato, il numero, il volto, della lingua.
Una scrittura, quella di D’Amora, infine, che fa discutere e discorrere, in un momento dove la scrittura è normativa e imitabile, anzi spesso alletta e allatta molti hobbisti con il gusto dell’esasperazione formale. Da che mondo è mondo le scritture che oggi si presentano alle discussioni tablettistiche sono organizzate secondo le consuete regole delle pluralità di formazioni dalle quali si proviene e le scritture sono tante, basti pensare a quali ambienti linguistici si saccheggiano per scrivere e ricostruire un ‘poetico’ e pure, spesso alcune scritture sono interessanti se lasciate a vagare sole nel loro stato di cose. Pensiamo solo a quelle che sono le scritture di ammortamento, di magazzino, di assestamento, tutte contabili, tutte o quasi si effettuano dopo dei conti, dei ragionamenti, dei bilanci, e a quanto siano più libere di quelle squisitamente letterarie, oggi. Chiusi nelle definizioni e nelle categorie, che pure devono informare e arginare altre bruttissime ideologie, siamo tutti interessati all’uscita di un nuovo libro come se il ‘nuovo’ possa davvero sorprendere. Il mondo linguistico di D’Amora attrae altre forme di conoscenza, ed è questo uno degli aspetti che rende questa scrittura, plurale. L’apparenza è bella in un contemporaneo stato delle cose reazionario che cerca bellezza e verità come sopravvivenza, mentre le apparenze sono le membra, le cose di Ponge, ma anche il legno di Pinocchio. Sono in realtà il rivolgimento, la torsione, la ribellione della lingua alla sua stessa palude storica. Una scrittura della crisi, questa, della separazione, della crisi della scrittura. Sono le membra, le crisi, le forme flesse della scrittura, quella che piega le sue stesse apparizioni in una fenomenologia del memorabile. Forme flesse, corpi ripiegati in artistica posa di cartolina, come le carte dei segni delle ombre cinesi. Le cartoline diventano schermi e gli schermi cartoline, nella piegata sequenza dei miti visivi, dei riti compositivi. Leggendo e mirando interminati spazi di pausa, lì anche dove sembra non esserci spazio o essere stato riscritto. Le membra sono anche riscritture che confondono le lingue dell’origine, reinventandone soluzioni, legami, scissioni, frizioni, collisioni, sfioramenti. Questi sono versi che andrebbero studiati da paleontologi, architetti, scultori, sono i versi delle scritture senza altro che la parodia, la mimesi, la mitica frana del tempo della lettura. Più si legge e più muta la struttura in un suo rinvio. Cos’è un rinvio in una scrittura come questa, cosa è la memorabilità se non prendere distanze dal novecento e abbracciarlo in tutta la sua inesauribilità? E ancora, cosa il suo lancio, il tiro, il ‘getto’, la proiezione o riproduzione di una asfissia, di una buca costante nella traccia, nella presunta documentazione? Perché queste membra sono le forme di un mito che come nel mito di Theut tenta ogni aspetto dell’attualità scritta e della scrittura dell’attualismo, scolpita nello studio che in D’Amora è centrale, studio che conduce all’estasi, all’ebetudine, con la quale s’intende non uno stato inconsapevole, ma una perturbazione rigorosa, rovesciata, sovvertiva.

La scrittura che sovverte. Già. Quanto può durare una scrittura come quella Neapolitana? La durata è una estensione del testo che viene figurata sul frammento di scena. Ho scritto altre volte di quanto quella di D’Amora sia una scrittura di scena, che si forma per assecondare e poi spostare, rovesciare una scena. Una scena che è il clamore dell’immagine, il suo stato politico e momentaneo. Questa lingua è membra, strumento di analisi per cacciare l’esperimento e fare invenzione. L’invenzione non è una improvvisazione, quella semmai sembra essere utilizzata dall’autore come distrazione ritmica, come inversione della costruzione, come sua parodia. In realtà l’invenzione qui è tutto. E per tutto, intendo tutto.

copertina neapolitana membra

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