Rite De Sortie, di Maria Grazia Insinga

Marie Bracquemond, Sotto la lampada, 1887_risultato

Rite De Sortie, di Maria Grazia Insinga.

    

   

Gli dissero allora: «Tu, chi sei?».
Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico».
Giovanni 8, 25

In mancanza di dati scientifici dovremo assegnare alle parole tronche il genere maschile, a quelle piane il genere femminile. Alle parole sdrucciole, bisdrucciole, trisdrucciole e quadrisdrucciole assegneremo di volta in volta un genere diverso a seconda, di volta in volta, della cavità di provenienza (maschile o femminile), di volta in volta tenendo in considerazione alcune variabili. La variabile principale sarà data dal grado di acidità delle papille gustatorie dei lettori; quella secondaria dalle curvature impreviste in punta di lingua dei poeti. Landolfianamente.

Donne in poesia. Donne e poesia. Poeti dal nome di donna. Donne di parola. Antologie politically (in)correct. E dove gli uomini di parola? Assenti come Dio e il suo corpo svanito sulla croce? Storie scorporate da incorporare in un canone? È cosa buona e giusta? Archiviare insieme a unghie, capelli, cappelli, religioni, razze… Sfumature ironiche o peggiorativi, epiceni ignorati. D’altronde, nessuna donna che scrive può permettersi di fare spallucce sulla propria condizione di donna (Frabotta, p.13).

Binomio umano: unica tassonomia possibile: maschio, femmina.

Poi viene la fantasia, l’atto creativo, la poesia (e molto altro). Fare, fare, fare. Erotismo dell’arte possibile solo rinnovando la sua fruizione in un’ottica kierkegaardiana. Erotismo che nella ripetizione consuma l’identità? La poesia, la musica, è fare. Forse non si dovrebbe parlarne, si dovrebbe fare. Fare in un luogo dove il poeta è l’oggetto ma non è l’unico oggetto della sua poesia. La poesia primaria rifatta dal fruitore, la poesia dove anche il fruitore è oggetto della poesia rifatta in quel momento, in quel luogo. Poesia secondaria cronologicamente ma instauratrice e inaugurale proprio come la prima (Jankélévitch, p.67).

La musica [la poesia] non esiste in se stessa, ma solo in quella pericolosa mezz’ora in cui, suonandola, la facciamo essere […] È quanto si chiama “aver luogo”. Ala fine tutta l’anfibolia tra espressione e inespressione si risolve nell’efficacia di un atto. La musica, dunque, ha questo in comune con la poesia e l’amore, e persino con il dovere: non è fatta perché se ne parli, ma perché si faccia; non è fatta per esser detta, ma per essere “messa-in-opera” [jouée]… (Jankélévitch, p.68). Fare, fare, fare.

Collochiamo la scrittura in uno spazio diastematico. Collochiamo l’identità della scrittura in uno spazio adiastematico. Espropriazione. State tranquilli. La poesia femminile non è spazio espropriato alla maternità, all’ordine costituito o a chissà che altro ancora. Continuate a stare tranquilli. Insomma, è un equivoco, un’anfibologia, un combattimento di galli! un combattimento di Galli.

“Produce una falsità se preceduto dalla propria citazione” produce una falsità se preceduto dalla propria citazione. “Sono parole” sono parole. “Contiene tre parole” contiene tre parole (Hofstadter, p.466). “Non è l’identità di alcuna poesia, per quanto ne so” non è l’identità di alcuna poesia, per quanto ne so. Quinare, conviene quinare locuzioni per raggiungere il senso vero di un senso ridicolo, maschio o femmina.

Sarebbe sufficiente capire a questo punto perché a una parola tengano dietro altre determinate parole, quelle e non altre; sentire la necessità della loro successione e il loro conglobamento in un superiore organismo sonoro per un’insensata vittoria sul tempo, sul senso, sul sesso. Tic-tac, tic-tac… uno dietro l’altro senza alcun rapporto, e ognuno elimina il precedente. Nella musica [nella poesia] invece, quasi materializzando il concetto bergsoniano della «durata» spirituale, opposta alla nozione meramente fisica del «tempo» […] ogni attimo non si cancella man mano che viene superato dai successivi (Mila, pp.58-59) ma in essi si perpetua, si perpetua, si perpetua… Così, anche tacere ha un senso perché il silenzio conserva le parole venute prima. Ecco dovremmo tacere, forse? O sarebbe ugualmente ghettizzante dire o non dire “poesia femminile”? Si faccia la poesia o si taccia. Fare, fare, fare. Poesia taci, perché io possa capirti. O leggimi come un canone cancrizzante perché tu possa capire me femmina, perché mente la lingua. Impossibile categorizzare la menzogna.

Ma bisogna stare dentro per stare fuori a combattere. Con insolente maestosità, per intero femmina. Stare dentro a questo hortus deliciarum dell’idiozia in nome di sommossa purezza e a costo di rimanere umani sparigliati, fatti singoli, mancini, soli. Insomma, un deserto. Ora facciamo ammenda, prendiamo la nostra “vergogna”, il nostro essere “femmina” e iniziamo a smantellare tutto. Distruggiamo il sipario. Il deserto, in fondo, ci dona.

Come tutti gli eroi della storia anche gli “eroi” della poesia hanno da essere ignoti. “Chi sei?” Agendo e scrivendo gli uomini mostrano chi sono, esseri umani; non cosa sono, uomo o donna. Rivelano “chi” qualcuno è, l’essenza, la materia in contrasto con il “che cosa”, la forma. Per fortuna.

L’umanità dell’essere, l’umana materia domina la forma (Bachelard, p.136). La poesia appartiene al genere umano. La poesia domina la forma della poesia. La poesia – non la mia identità – domina la poesia. È un uroboro che si morde la coda, ci morde, ci gonfia in petto come un latte. Il seno è rotondo perché gonfio di latte (Bachelard, p.136). E noi – uomini e donne – siamo i suoi seni rotondi perché ci gonfia del suo latte come una madre espansa (Bachelard, p.131). E tutti siamo sue androgine creature. E tutti siamo, alfine, figli.

La poesia (solo la poesia?) è la storia di popoli senza storia, senza identità, senza genere, e senza biografie. Poesia come eco, specchio? È come cercare di fornire uno specchio, un programma a una musica scandalosamente senza senso, un contenuto extramusicale perché siamo incapaci di ascoltare. Frugare nella biografia di chi scrive è tentare di fornire uno specchio, un programma a una poesia che tentiamo di decodificare in un linguaggio umano; è come cercare un contenuto extrapoetico solo perché siamo incapaci di leggere. Genere maschile? Genere femminile? Al massimo androgino. Anzi, oltre l’androginia. La poesia è lingua divina.

Non mettetevi sordamente all’opera. Ascoltate, please. Non fidatevi di chi non ascolta. Prestate gratuitamente ascolto. Shylock non potrà usurare l’attenzione né il volto del lettore, uomo o donna. Chi non ascolta è adatto a tradimenti, inganni e rapine; […] i suoi appetiti/ sono tenebrosi come l’Erebo (Shakespeare, da Il mercante di Venezia, atto V, scena I): non fidarti.

Il genere – maschile, femminile – è solo l’ennesimo interpres: s’intromette nella transazione. Scrive Starobinski: «L’interpres è la persona i cui buoni uffici sono necessari perché un oggetto cambi proprietario, mediante pagamento del giusto prezzo. L’interpres assicura dunque un passaggio; nello stesso tempo, bada a riconoscere il valore esatto dell’oggetto trasferito, assiste alla trasmissione in modo da constatare che l’oggetto giunga al destinatario nella sua integrità. Nell’ordine verbale, l’interprete, anche quando non è che un semplice traduttore, è ancora una volta l’agente di un passaggio (da una lingua all’altra) e il responsabile dell’integrità di un messaggio che non deve subire, per principio, nessuna alterazione» (Le Goff, p.205). Intromettersi. Fare le pulci al linguaggio poetico. Al genere maschile o femminile del linguaggio poetico… Lasciate che i lettori vengano alla poesia. Non a voi, uomini e donne. Unica intromissione ammessa la traduzione da una lingua a un’altra, ché la traduzione può essere un miracolo quanto la poesia. Non prima. Non dopo. E quale elemento in più ci porta il genere ai fini della lettura di un testo poetico? E la biografia di quell’autore, ci interessa? In questa sede non importa neppure fare una distinzione tra identità biologica (sessuale) e identità di genere (culturale). Andare al di là del genere, della biografia e persino dell’androginia del fare artistico con buona pace di Coleridge, esattamente come già accade in tutte le altre arti (quasi tutte).

Particelle di un ingranaggio produttivo etero-diretto; consumatori condizionati da un mercato bipolare che semplifica, che non tiene conto dell’identità di genere, della sua complessità. Poeti etero-gestiti, gestiti alla superiorità maschile, alla inferiorità femminile. Gestiti alla cecità di fronte alla naturale, ovvia, disarmante presenza all’interno dell’essere umano di percentuali varie di “maschile” e “femminile”. Violenza di genere, violenza degenere. Naturalizzare la mascolinità della poesia? E dissidenza sia.

La mattina le donne, forse, sono madri. Nel pomeriggio, forse, acquisiscono un aspetto mascolino. La sera, forse, sono più femminili. La notte tornano incredibilmente femminili. Forse. Interessante, forse, capire a che ora del giorno le donne poeta scrivono. È interessante capire la percentuale di maschile e femminile presente sulla punta della lingua, in punta di penna, in punta di piedi a quella determinata ora del giorno e della notte. Egemonia di genere, quando sull’identità di genere ci sarebbero molte sfumature di cui parlare. Percentuali impazzite. E nessuno lo sospetta. E nessuno lo sospetta?

In fondo in fondo – nonostante la deità, of course – una donna è un essere umano. Respira come un uomo, mangia come un uomo, legge il giornale come un uomo, fa l’amore come un uomo. E l’uomo, dal canto suo, respira come una donna, mangia come una donna, legge il giornale come una donna, fa l’amore come una donna. È una questione di percentuali e di momenti della vita. Yourcenar docet. Nessuno è al 100% donna o uomo. Amen.

Certo che esiste la poesia femminile. Esiste anche quella operaia, quella comunista, quella fascista, quella del sud, quella conservatrice, quella avanguardistica, quella che fugge dal reale, quella che fugge nel reale, quella lirica e quella corporale e quella incorporata e quella scorporata. Una poesia per ogni essere umano, insomma. Ne consegue che la poesia appartiene al genere umano. Deframmentiamo pure, tanto l’esistenza di n categorie possibili urla, denuncia la loro inesistenza.

Vorrei che non ci fosse ora quella sorta di rite de sortie che dopo la poesia ci sbatte fuori dalla poesia, dopo l’inconscio a una dimensione apparentemente consapevole. Ma questo movimento tra coscienza e inconscio forse è indispensabile. Nell’intervallo tra il buon senso e il senso e il non senso, tra il tempo e prima del tempo e prima del prima ritornare a essere una persona umana e poi donna.

Ma giusto per tornare alla divinità – perché di “genero divino” si sta parlando, perché la poesia o è poesia o non è, e questo c’entra poco con il genere maschile o femminile – giusto per tornare alla divinità dicevo, l’oracolo di Delfi aveva già concluso con la “domanda ultima”, Vocatus atque non vocatus, Deus aderit, amata a tal punto da Jung da volerla sull’architrave della sua casa al 228 della SeeStrasse di Küsnacht vicino Zurigo. Invitati o no, dunque, gli dei saranno presenti. Tutte le divinità – uomo o donna che siano – saranno presenti, seppur non invitate a fare poesia.

Per Tolstoj la musica era donna, era Sòf’ja. Per me, lei è la poesia. Non l’ho detto io. Non posso averlo detto. Negherò sempre, non ora. Non lo dirò mai, da questo punto in poi. Non dirò. Leggetene al contrario.

Si dia inizio al canone cancrizzante. etnazzircnac enonac la oizini aid iS.

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BIBLIOGRAFIA

Hannah Arendt, Vita activa (Milano, Bompiani, 1991).
Gaston Bachelard, Psicanalisi delle acque (Milano, Red, 2006).
Samuel Taylor Coleridge, Table talk (New York, Harper & Brothers, 1835).
Biancamaria Frabotta (a cura di), Donne in poesia (Roma, Savelli, 1976).
Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (Milano, Adelphi, 2001).
Vladimir Jankélévitch, La musica e l’ineffabile (Milano, Bompiani, 1998).
Sören Kierkegaard, Mozart. L’erotico nella musica. Dalle «Nozze di Figaro» al «Don Giovanni» (Foggia, Bastogi, 1998).
Jacques Lacan, La cosa freudiana (Torino, Einaudi, 1985).
Tommaso Landolfi,Una melotecnica esposta al popolo” in Lector in musica di Marco Sirtori (Venezia, Marsilio, 2006).
Mario Luzi, Discorso naturale (Milano, Garzanti, 1984).
Hans Mersmann, La musica come «specchio» in “La Rassegna musicale” (settembre-ottobre 1939, pp.369-79) in L’esperienza musicale e l’estetica di Massimo Mila (Torino, Einaudi, 2000).
Jean Starobinski, “Letteratura: il testo e l’interprete” in Fare storia, a cura di Jacques Le Goff e Pierre Nora (Torino, Einaudi, 2001).
Marguerite Yourcenar, La condition féminine (www.youtube.com/watch?v=F0N3EofaqkM, 1981).

                           

arie Bracquemond, Te del pomeriggio, 1880 - in apertura Sotto la lampada, 1887
Marie Bracquemond, Te del pomeriggio, 1880 – in apertura Sotto la lampada, 1887

6 thoughts on “Rite De Sortie, di Maria Grazia Insinga”

  1. Ecco la prosa folle, la follia della poesia, il ritmo del verso, il tornare e ritornare sulle parole, sui suoni, la musica. E alla fine non puoi replicare, solo ascoltare, sorridere dei nodi accuratamente stretti, che non puoi sciogliere, che non devi sciogliere. D’accordo su tutto, sulla disperazione del proprio stato, sulla insufficienza delle partizioni, sulla solitudine dell’essere umano, sulla poesia che è o non è. “Come tutti gli eroi della storia anche gli “eroi” della poesia hanno da essere ignoti. “Chi sei?” Agendo e scrivendo gli uomini mostrano chi sono, esseri umani; non cosa sono, uomo o donna.” Ecco. Proprio cosi.

  2. « In principio era il Verbo (Lόgos),
    il Verbo era presso Dio
    e il Verbo era Dio.
    Egli era in principio presso Dio:
    tutto è stato fatto per mezzo di lui,
    e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. »

    Poiesis: “fare, fare, fare!” dell’umano divino. Ciò che è fatto è distinto e autonomo da chi lo fa. È il predicato di una sostanza, materia lì, nel suo essere e apparire: scritta o inoculata non importa, è forma del principio se la forma è – esiste d’esistenza. Che taccia, se vuole, occupa spazio. Mio, tuo, del mondo. Di che genere è l’universo?

  3. serve un crack, delle giunture, delle congiunzioni e delle congiunture.In un clima come questo solo congetture e poi schiavi tutti, delle parole che si riempiono di un vuoto di socializzazione e si riempiono di umanità ammuffita, nel buio dei cavedi di banche e bancarelle dove atrofiche le prefiche hanno coltelli e lame in mano non grida o parole e sono pronte a recidere, senza sconti o clientele, vite su vite, non emettendo bonus di preci su preziosi corti-metraggi di storie.
    Serve uno schok per riprendersi la veglia, sono anni che siamo tramortiti da una falsa vigilia, da una non veritiera epifania sul nostro stare a piedi pari su questo pianeta che a breve dovremo abbandonare…ma per andare dove? da chi? in quanti?

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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