Rosso pompeiano, rubrica d’arte di Raffaella Terribile. 8

Lewis Hine, La mattina alla scuola della fabbrica, Huntsville, Alabama, dicembre 1913, Met Museum

Rosso pompeiano, rubrica d’arte di Raffaella Terribile. 8^ puntata.

      

    

Giochi antichi.

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Come scriveva Roland Barthes “Nell’età classica, il bambino non contava nulla; si sperava che il momento dell’infanzia fosse il più breve possibile, in modo da raggiungere velocemente l’età della ragione, nella quale si sarebbe potuto finalmente parlare di lui, farne oggetto di massime e di commedie. Questo silenzio mitico si accordava perfettamente con la filosofia essenzialista del periodo: l’unità dell’essenza umana prescriveva l’identità delle età e rigettava al di fuori di ogni commento tutto ciò che era altro dall’uomo: l’infanzia era un tempo morto perché era un tempo ineffabile: non ci sono né pazzi né bambini nella nostra letteratura classica.” (Pour une histoire de l’enfance, in “Lettres nouvelles”, feb 1955)

Questa lunga infanzia “muta” è rivelata però da piccoli e, spesso, poveri oggetti, che la raccontano attraverso la sua attività più rappresentativa: il gioco. Il gioco è sempre stato per i bambini la prima finestra sul mondo: attraverso di esso sperimentano, entrano in contatto con gli altri, “drammatizzano” situazioni del quotidiano, imitando le attività degli adulti, proiettano se stessi in una realtà propria dove iniziano a rielaborare la loro conoscenza del reale. I bambini poi crescono e dimenticano i giochi, che oggi vengono buttati o relegati in soffitta. Qualche gioco invece rimane nelle nostre vite adulte, a simboleggiare una stagione della vita dove si condensano ricordi di affettività lontane da cui non vogliamo separarci. Sono i giochi che non si perdono nel tempo e che, forse, qualcuno troverà quando non ci saremo più. Anche il mondo antico riserva numerose testimonianze di giocattoli, restituiti soprattutto dai depositi votivi dei santuari e dalle tombe infantili o di giovani donne, nella Grecia Antica come a Roma. A fronte di un’infanzia negata dalle fonti letterarie, la ricostruzione dei giochi che impegnavano i bambini greci e romani è possibile attraverso le dirette testimonianze archeologiche confrontate con le fonti iconografiche coeve e con i pochissimi documenti superstiti che ne fanno riferimento. Questi primi doni, giocattoli, gingilli e amuleti, accompagnavano a volte il piccolo nato anche nelle circostanze meno fortunate, come quando veniva rifiutato dal padre, solitamente perché non sano o ritenuto non proprio. Alcuni di questi piccoli oggetti in terracotta, che costituivano i primi giocattoli dei bambini, venivano donati dalle madri alle divinità nell’ambito di culti particolari che avevano lo scopo di proteggere i figli nei primi anni di vita, quelli più a rischio dato l’altissimo tasso di mortalità infantile. Quando un bambino moriva senza aver superato la soglia dell’infanzia, gli stessi oggetti che lo avevano allietato in vita lo seguivano nel suo ultimo viaggio. È proprio dalle necropoli antiche e dai santuari che proviene la maggior parte di testimonianze. Balocchi di ogni genere sono stati rinvenuti in corredi infantili in Egitto, Siria, Mesopotamia, Grecia e naturalmente Italia, sia nei contesti archeologici magnogreci e siciliani, sia nell’ambito della cultura romana. I corredi delle tombe greche di età geometrica (IX-VIII sec. a C.) comprendono figurine in terracotta dipinte “campaniformi” e piccoli carri a volte completati dall’auriga, figurine di animali, trottole, sonagli. Nelle epoche successive, si modificano le decorazioni (da geometriche ad orientalizzanti, nell’età dell’arcaismo e poi nell’età classica), ma non gli oggetti, che rimangono gli stessi, accompagnati anche da bamboline in terracotta.

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In alcune tombe sono stati trovati invece gli αστράγαλα (astragali) con cui si giocava il gioco dell’αστραγαλισμός (conosciuto anche come gioco degli aliossi): il nome deriva dal fatto che per giocarci si utilizzavano quattro dadi a quattro facce ricavati dagli astragali (ossicini della zampa) di pecora o di montone. Ogni faccia possedeva un proprio valore (1, 3, 4 o 6). La combinazione più ambita era il colpo di Afrodite che consisteva nell’ottenere in un solo lancio tutte facce diverse. Conosciuto a Roma come talus, questo gioco è noto anche da celebri rappresentazioni, come un dipinto da Ercolano, da un gruppo in terracotta policroma da Capua e da una statua romana. Gli astragali potevano anche essere fatti di terracotta o di ceramica dipinta.

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Prima che l’elettronica cambiasse radicalmente l’idea stessa di gioco, per molto tempo i giocattoli sono rimasti molto simili ed è singolare osservare come quello che amavano i bambini antichi fosse così simile a ciò con cui giocavano i bambini fino a qualche generazione fa: crepundia, sonagli, campanellini, figure di animaletti, pedine, dadi, trottole. E soprattutto le bambole, il gioco per eccellenza delle bambine. Non mancano musei del giocattolo dove è possibile vedere quelle che usavano le nostre nonne e bisnonne bambine, in ceramica o in cartapesta, con i capelli veri, gli occhi di vetro, e vaporosi abiti di raso e di tulle. Le bambine antiche usavano bambole di legno o di avorio, anche con gli arti snodati, oppure fatte di stoffa dipinta riempita di paglia. Gli esemplari che sono giunti fino a noi dai contesti funebri dell’antica Grecia sono le pupazze che facevano i coroplasti, semplici artigiani che modellavano la creta, che proprio dal nome di bambola prendevano il nome. Ed è probabilmente una di queste pupattole quella che tiene in mano la bambina raffigurata su una stele funeraria proveniente dal cimitero ateniese del Kerameikos, il quartiere degli artigiani, oggi conservata nel Museo Nazionale di Atene, forse distesa con lei nella sua tomba.

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Nell’isola di Lipari è stata rinvenuta, custodita nella tomba di una bambina vissuta nel V secolo a.C., una piccola bambola fittile, oggi nel Museo Eoliano di Lipari: con il busto ben modellato, mostra una piccola testa molto curata con un copricapo cilindrico, gambe e braccia quasi informi, attaccate al corpo mediante perni. I vestiti, oggi scomparsi, dovevano coprire gambe e braccia per copiare l’abbigliamento di una ragazza da marito. La pupa, un tempo vivacemente dipinta, conserva ancora le tracce dell’azzurro del copricapo, del nero dei capelli e del rosso delle labbra. La bambola, anche se non perfetta, era corredata da vasellame in miniatura le cui forme richiamavano i vasi usati nelle abitazioni dell’epoca.

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Non è soltanto nelle sepolture greche che si trovano con frequenza le bambole, ma anche in tutto l’impero romano, e quasi esclusivamente in quelle di giovanissime fanciulle rapite all’affetto della famiglia prima del matrimonio. Infatti soltanto se si era ancora nubili si aveva il diritto di tenerle accanto a sé. C’è un bell’aneddoto riferito da Plinio il Vecchio (De Architectura IV 1): “C’è una tradizione sull’origine del capitello corinzio. Una fanciulla di Corinto, ormai in età da marito, morì per una malattia. Dopo il funerale, la sua nutrice raccolse tutti quegli oggetti (ninnoli e giocattoli), che le erano stati cari, in un canestro che depose sopra la tomba, coprendolo con una tegola, affinché quei ninnoli durassero più a lungo lì all’aperto. Il canestro fu casualmente appoggiato sopra una radice di acanto. Questa, schiacciata sotto il suo peso, all’inizio di primavera produsse foglie e viticci che, crescendo lungo i fianchi del canestro, furono costretti dagli angoli sporgenti della tegola a piegare la parte più alta delle loro fronde in forma di voluta. Callimaco, passando nei pressi della tomba, notò quel canestro circondato da tenere fronde. Fu attratto dall’originalità di quella composizione e pensò di riprodurla sui capitelli delle colonne a Corinto, determinandone le proporzioni. Così nacque il capitello corinzio“.

Quando invece le giovani romane andavano spose, si svolgeva una cerimonia con la quale, alla vigilia delle nozze, si staccavano da tutti i loro giochi e iniziavano così la loro nuova vita offrendoli ai Lari protettori della famiglia, davanti ai quali ardeva perennemente il fuoco sacro. Poi, però, le romane presero l’abitudine, come avevano da sempre fatto le loro coetanee greche, di portarli al tempio e donarli alla loro dea preferita. Ovviamente vi erano molti tipi di bambole a cui veniva dato, immancabilmente, un aspetto adulto, sia che fossero di materiale pregiato sia che fossero di pezza riempite di stoppa, il cui unico vantaggio rispetto alle altre era quello di essere morbide. C’erano poi anche qui le bambole di terracotta, alcune ben fatte, altre grossolanamente abbozzate, con braccia e gambe snodabili unite al corpo da lunghi perni. Naturalmente era la testa a cui gli artigiani dedicavano più tempo e cura: dopo averla modellata, la arricchivano con elaborate pettinature o copricapi, tutti riconducibili alla moda dell’epoca. Il corredo di queste bambole non si limitava unicamente al vestiario e agli accessori, ma era spesso completato da tutto il necessario per l’arredamento di una casetta, con una serie di oggetti in miniatura perfettamente realizzati e consoni alle loro misure.

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Oltre le pupae di terracotta, a Roma non mancavano le bambole di lusso e nell’età imperiale ce ne furono di bellissime. Nel 1929, lungo la sponda destra dell’Aniene, a Tivoli, dove correva la Via Faleria, venne rinvenuta una bambola di avorio all’interno della tomba di Cossinia, di nobile famiglia tiburtina, destinata al sacerdozio presso il tempio di Vesta a Tivoli. Ecco perché oggi possiamo ammirare questa bella pupa “di altri tempi”: la sua carica di vestale non contemplava il matrimonio perciò non aveva dovuto consacrarla agli dei da fanciulla. Di Cossinia, vissuta tra la fine del II e gli inizi del III secolo e morta a circa 75 anni, è rimasta solo la sua bambola (oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma) modellata come una fanciulla della sua epoca con i capelli pettinati e divisi in due pesanti bande che ricadevano sulle sue guance; si era scelta per lei la stessa acconciatura dettata da Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, durante i primi anni del suo impero. Probabilmente abbigliata alla moda e con un vestiario molto considerevole, era provvista di tutto quel corredo necessario a rappresentare una bambola “ricca”: braccialetti d’oro per polsi e caviglie e pesante collana d’oro con maglia a catena. La pupa possedeva un piccolo scrigno di pasta vitrea rosa con cerniere di rame.

Nel 1964, a nord di Roma, in località Grottarossa sulla Via Cassia, durante alcuni lavori in un cantiere edile, fu rinvenuto un sarcofago in marmo di accurata fattura decorato con scene di caccia, ispirate all’episodio di Enea e Didone descritto nel IV libro dell’Eneide, e con scene dall’inequivocabile significato funerario. Danneggiato durante i lavori di scavo, al suo interno fu trovato il corpo mummificato di una bambina vissuta intorno alla metà del II secolo d.C., presumibilmente morta di tubercolosi e dall’apparente età di 8 anni, Appartenente ad una famiglia romana agiata, di cui non si conosce il nome, il corpo della “Mummia di Grottarossa”, così soprannominata, era stata mummificato senza asportarle nessuna delle parti interne. Avvolte intorno al suo corpo sono state rinvenute solo bende di lino impregnate di sostanze odorose e resinose, utilizzate seguendo una pratica molto diffusa nel periodo imperiale sia in Egitto che in Medio Oriente: questa pratica, raramente attestata a Roma, ha fatto ipotizzare che la famiglia potesse essersi convertita al culto della dea egizia Iside. La giovane mummia, fasciata in una pregiata tunica orientale, era ornata di gioielli, tra cui una collana in oro e zaffiri, orecchini d’oro e smeraldi e un anello sempre in oro sul quale era incisa la figura di una vittoria alata. Accanto al corpo era adagiata una bambola in avorio con braccia e gambe articolate insieme ad alcuni vasetti di ambra rossa e piccoli amuleti. Attualmente, la “Mummia di Grottarossa,” è conservata, insieme al suo corredo, in un’apposita sala del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma, dove è protetta da un’urna in cui temperatura ed umidità sono costantemente controllate, inoltre, per salvaguardarne la conservazione le luci sono attenuate e filtrate.

Nel 1993 a Vallerano, lungo la Via Laurentina, a breve distanza del G.R.A. di Roma, è stata rinvenuta, all’interno di un sarcofago, un’altra ricca bambola, simile alle precedenti, sistemata accanto alla sua giovane proprietaria dell’età approssimativa di 16 anni, che a causa della mancanza d’iscrizioni è impossibile collocare storicamente. Il corredo funebre è quello di una nobile: un copricapo, costituito da una rete di seta ricamata con 13 mila elementi d’oro che assomiglia alle reticelle rappresentate negli affreschi di Pompei; un cammeo in ametista di raffinata fattura proveniente da Palmira, città della Siria con cui Roma avviò rapporti di scambio sotto il periodo di Marco Aurelio. I preziosi reperti, rinvenuti nel sarcofago, hanno contribuito a collocare cronologicamente il periodo in cui visse la giovane, soprattutto, in base ai costumi e la moda dell’epoca e che lo pongono al II secolo d.C. La bambola è alta venti centimetri, il viso è scolpito, la ricca acconciatura, secondo la moda dell’epoca (i capelli raccolti in trecce e poi girati intorno al capo) è rappresentata con cura. I lobi delle orecchie sono forati per gli orecchini e gli arti sono articolati. Le braccia si raccordano al corpo mediante perni, le gambe si innestano nel bacino grazie ad un sistema ad incastro; così pure l’articolazione del gomito e del ginocchio: un lavoro eseguito con precisione e perizia. Il corredo funebre della “fanciulla di Vallerano” è oggi esposto al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma ed è un vero e proprio “tesoro” composto da gioielli in oro e pietre preziose e oggetti per la toletta (uno specchio argenteo con inciso il mito di Elle e Frisso, un portatrucco in argento a forma di conchiglia bivalve).

Ma senza dubbio la bambola più bella è quella appartenuta a Crepereia Tryphaena, una fanciulla vissuta nella metà del II secolo d.C. e morta alla vigilia delle nozze, e che era stata posata nella tomba accanto alla sua proprietaria. Nel maggio del 1889, durante i lavori per la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma, affiorò dal terreno un sarcofago sul quale era inciso: Crepereia Tryphaena; dalla forma semplice ed elegante, lo stesso, presentava la superficie ornata di strigilature ondulate che sottintendevano le acque del fiume infernale che le anime dovevano oltrepassare per giungere nel regno dell’oltretomba. Il sarcofago era pieno d’acqua e sul capo della giovane sembrava esserci una folta e lunga capigliatura nera. Nel Bullettino Archeologico del 1889, Rodolfo Lanciani scrive: “Tolto il coperchio e lanciato lo sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva coperto da folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. […] Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una certa tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi”. La vicenda fece scalpore e ispirò a Giovanni Pascoli un raffinatissimo epicedio in latino, in strofe saffica, pubblicato nel 1893 per le nozze della figlia di Ferdinando Martini, allora ministro della Pubblica Istruzione. “Ti nascondevi, o fanciulla, nell’ acqua trasparente, e sull’ onda nuotavano i tuoi capelli di felce. Avevi concesso alla notte oscura il privilegio di scioglierli?”. Nel poemetto latino, tenero, commosso e soffuso di autentica pietas, chi parla è Fileto, lo sposo invano promesso, che dopo quasi duemila anni assiste all’apertura del sarcofago in cui ha dormito un millenario sonno di pietra la sua Crepereia. C’è ancora in lui intatto l’antico amore, intriso però dell’acutissima sofferenza di chi sa com’è finita la bella e delicata storia d’amore: morte e lacrime e dolore. Per dimostrare che la defunta apparteneva ad una famiglia aristocratica fu sepolta ornata dei suoi gioielli, tra cui orecchini, spille e alcuni anelli su uno dei quali vi era inciso il nome Filetus, lo sposo; sul capo vi erano tracce di una coroncina di mirto trattenuta da un fermaglio composto da piccoli fiori d’argento, mentre, una preziosa spilla d’oro con un’ametista tratteneva probabilmente la tunica con cui era abbigliata e che, nei secoli, si era dissolta insieme agli abiti. La bambola, alta 23 cm, coperta interamente, nei secoli, da uno strato melmoso, dopo un primo esame sommario, fece ipotizzare che fosse stata scolpita nel legno di quercia o di ebano, ma gli esami di laboratorio, a cui la bambolina fu sottoposta, rivelarono invece che il materiale utilizzato per la sua realizzazione fu l’avorio, il quale a causa della lunga permanenza in acqua si presentava indurito e scuro. Perfetta nell’esecuzione, testimonia una abilità artigianale che non trova confronto in altre bambole romane realizzate in quel periodo. Il viso è finemente scolpito e la ricca acconciatura, con i capelli biondi (che le Romane tanto amavano) raccolti in sei trecce e poi girati intorno al capo, ricorda quella di gran moda per le giovani spose ai tempi di Faustina Minore (II secolo d.C.), all’epoca degli Antonini. Le braccia si raccordano al corpo mediante perni mentre le gambe si innestano negli appositi alloggiamenti incavati all’interno del bacino grazie ad un accurato sistema ad incastro fissato ancora con perni accuratamente mimetizzati; analogo collegamento rende possibili l’articolazione del gomito e del ginocchio. Il lavoro risulta eseguito con una precisione ed una perizia artigianale tale da richiedere la padronanza di uno straordinario livello tecnico, particolarmente apprezzabile nelle mani e nelle unghie del balocco. Il suo viso e la sua figura ricopiavano l’aspetto di una giovane ragazza molto elegante e contornata dal lusso, in assenza dei vestiti che dovevano essere belli e numerosi. La bambola era corredata da veri piccoli gioielli in miniatura in oro: anellini, piccoli bracciali e i minuscoli orecchini, forse andati perduti, ma testimoniati dai lobi forati delle orecchie della pupa. Al pollice della mano destra aveva un anellino con una piccola chiave (oggi ai Musei Capitolini di Roma) che forse apriva il cofanetto di legno, ricoperto da piccole lastre di avorio, dove la sua padroncina riponeva i piccoli gioielli. Il cofanetto minuscolo ma raffinato conteneva al suo interno anche due pettinini in avorio e due piccolissimi specchi di argento. Come già accennato, era tradizione che una sposa alla vigilia delle nozze donasse a una dea i giocattoli della sua infanzia, ma la bambola e anche la presenza della coroncina di mirto fanno pensare che Crepereia morì all’alba della sua vita di sposa e fu proprio a causa di questa morte precoce che è giunta fino a noi la sua pupa favorita, sua compagna per l’eternità.

Quale segreto unisce, oltre la vita, le bambole e le giovani defunte? Una risposta può forse suggerirla la pratica fortemente ritualizzata e simbolica della composizione del corredo funebre. Forse le bambole che erano state compagne degli anni felici di un’infanzia perduta avevano lo scopo di non lasciare sole queste sventurate fanciulle nel lungo viaggio senza luce né ritorno. …Venerique pupa nota negata est… (riconosco la bambola promessa invano a Venere): al momento del ritrovamento il teschio di Crepereia era rivolto verso la bambola. Forse chi l’aveva seppellita voleva che la fanciulla vi si rispecchiasse, per sopravvivere nell’aldilà, all’ombra intatta dei sogni di fanciulla. Questo spiegherebbe perché la bambola sembri richiamare le sembianze delle defunta.

In nigros circum taciturna lucos
fugerat cornix, repetebat urbis
turba corvorum memorum quadratae
saxa Palati,

cum solum Tuscum decimo die te
redditit maio, Crepereia, soli
pronubam post innumera induentem
saecula gemmam.

Vitrea virgo sub aqua latebas,
at comans summis adiantus undis
nabat. An nocti dederas opacae
spargere crinis?

Sed quid antiquis oculi videnti
nunc mihi effeti lacrimis madescunt?
quas premo curas alioque eundem
corde dolorem?

Murteum vidi memor ipse sertum
quosque fulsisti religata crinis,
et manus iunctas tenuisque dextris
farris aristas.

Nota, post longos amethystos annos
quae refert alas oculis ruentis
gryphis et cervam, Venerique pupa
nota negata est.

Crastina, sacris Lemurum tenebris,
nocte, cum pictae volucres tacebunt
et canes, nudo pede per soporam
deferar umbram,

et fabas sumam iaciamque nigras
pone per noctem noviesque dicam
« His fabis, manes, redimo, Tryphaenae,
meque meosque ».

Dumque tu aversum sequeris manuque
tangis exsangui levis umbra dona,
tinnulo parcam moriturus aeri
respiciamque.

En ades. Sic lectus eburnus olim
pallidam, me flente, nefas, habebat.
Sic eras, collo nitidum reflexo
fusa capilium.

Flamen oblitas grave tibiarum
nunc procul flenti mihi pellit auris
neniaeque urguent resonoque maesta
praefica lesso.

Ducitur funus per aprica ripae,
murmur etrusco Tiberi ciente
triste, per sepes ubi gignit albos
spina corymbos.

Floridam non te ruber igne Vesper
matris abduxit gremio morantem
nec faces « Hymen » pueri levantes
concinuerunt.

Cymbiis fusis ego rite lactis
condidi mutis animam sepulcris
edidique amens « Have have » supremum
ipse « Tryphaena ».

Vesper adflavit pariis columnis
luteum molis iubar Hadrianae,
Pincium tranant fugiente corvi
agmine collem,

cum rapi sensim videor silentisque
inmemor cordis per inane ferri,
iam tuae frustra revocante matris
voce Philetum.

(G.Pascoli)

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in apertura Lewis Hine, La mattina alla scuola della fabbrica, Huntsville, Alabama, dicembre 1913, Met Museum

 

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