Rosso pompeiano, rubrica d’arte di Raffaella Terribile. 6

Mother, Bong Joon-ho, 2009

Rosso pompeiano, rubrica d’arte di Raffaella Terribile. 6^ puntata.

      

    

Louise Bourgeois: la fragilità della pietra

    

foto 1

    

Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.
Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! –
La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,
bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami –
Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro
mi tira su nell’aria –
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.
Bianca
godiva, mi spoglio –
morte mani, morte stringenze.
E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino
nel muro si liquefà.
E io
sono la freccia,
la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso
occhio cratere del mattino.

Sylvia Plath

     

“Ho sempre sentito di dover fare un grande
sforzo per farmi perdonare il fatto di essere femmina” 

Louise Bourgeois

      

Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 25 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma. “Nacqui il giorno di natale, rovinando la festa a tutti quanti. Mentre erano intenti a gustare ostriche e champagne, ecco che arrivo io. Mi piantarono in asso. Oggi riesco a raffigurarmi quell’evento ridicolo…non accuso nessuno. E’ quindi un senso di sconfitta quello che motiva il mio lavoro, una volontà di rimediare al danno che è stato fatto…non di paura, ma del trauma dell’abbandono. 

Per oltre venti anni Louise Bourgeois ha costruito soffocanti stanze da bambini, Redroom, arredate con ghigliottine e altri strumenti di tortura (“Amo gli ambienti claustrofobici, almeno si conoscono i propri limiti, spiegava), e una serie di sessanta versioni del focolare domestico familiare, Cells (cellule), di cui una prima idea germinale è rintracciabile già in alcune opere giovanili, come la Femme Maison del 1946/47, sorta di architettura prigione in cui viene ingabbiato il corpo di una donna. Proprio quelle Cellsesposte nel 1983 alla Biennale di Venezia, l’hanno fatta conoscere anche in Italia. Mani di marmo che si torcono, bolle di vetro sulle sedie, stanno a dimostrare una fragilità umana un po’ intoccabile, ma dove la relazione è fondante. C’è qualcosa di intenso e spietatamente autentico nell’opera e nelle parole della Bourgeois: un’ansia cristallizzata, sublimata, esorcizzata attraverso l’arte. L’arte è una forma di autoanalisi che produce qualcosa di visibile ed esperibile da altri. Non solo: in cui altri si possono riconoscere.
Il mio lavoro giovanile è paura di cadere. Poi è diventata l’arte di cadere. Cadere senza farsi male. Infine l’arte di non mollare. Tempo – Tempo vissuto, tempo dimenticato, tempo condiviso. Che cosa infligge il tempo – polvere e disgregazione? I miei ricordi mi aiutano a vivere il presente e io desidero che sopravvivano. Sono prigioniera delle mie emozioni. Devi raccontare la tua storia e poi devi dimenticarla. Dimentichi e perdoni. Questo ti rende libera.
Louise arriverà solo molto tardi, nel 1982, a esprimere pubblicamente e con chiarezza questi episodi all’origine di immagini più volte affrontate nel suo lavoro. Le parole arrivano tardi, per diverse ragioni. Louise è oramai una donna anziana: la prospettiva dalla quale riguarda e riconsidera il passato ha la distanza che permette di osservare senza il coinvolgimento o le emozioni troppo ravvicinati; ma il passato è anche, più volte, stato affrontato. E’ tornato nelle sue opere; si è trasformato, ha lasciato tracce, è diventato immagine, ha sottratto il fatto alla sua data per restituirlo, anacronisticamente, a una storia più ampia, fatta di tracce più che di memoria o di date. Qui sta un primo punto importante, nodale, per affrontare il suo lavoro. Louise Bourgeois è un’artista, che incarna la figura di figlia – donna – moglie – madre, storie in cui ci si può identificare perché sono comuni e spesso chiuse in una cassaforte dentro di noi, dentro al bambino che siamo stati. Nasce in una famiglia di restauratori di arazzi: ” Io avevo il compito di riparare i piedini che si consumavano prima, poi dovevo anche tagliare i genitali dei cupido che gli acquirenti americani, puritani, non volevano vedere in salotto. Mia madre, che era una donna puritana, li tagliava e li metteva tutti insieme in un cesto: un cesto di piccoli peni. Io cucivo al loro posto dei fiori.” Lei in un certo senso eredita questa qualità terapeutica della riparazione di un tessuto lacerato dal tempo. “Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. E’ una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo.

In Louise Bougeois c’è un paradigma sul processo creativo molto chiaro e istruttivo: in lei tutto parte dall’infanzia, dominata dal complicato e tormentato rapporto con il padre che abbandona la famiglia per partecipare alla Grande Guerra, dove fu ferito. La madre la trascinò per mesi nei vari ospedali in cerca del padre, in una sorta di pellegrinaggio della sofferenza e del dolore che ritornerà nelle sue sculture. Louise è convinta che il padre non tornerà più e quindi in lei cresce sempre di più il senso di abbandono, ma alla fine della guerra tornerà a casa, sempre più prepotente, colpendo fortemente la sua sensibilità in una continua perdita di autostima: “Ho sempre sentito di dover fare un grande sforzo per farmi perdonare il fatto di essere femmina“. Nelle sue interviste ritorna un ricordo, un episodio dell’infanzia in cui suo padre al termine di un pranzo intagliò la buccia di un mandarino e la staccò dal frutto, in modo da creare un pupazzetto con un pene eretto, per poi rivolgersi ai commensali e dire: “Mi dispiace che mia figlia non possa esibire una simile bellezza. Lei, è ovvio, lì non ha granché“. Louise così commenta il fatto: “A distanza di tanti anni, l’episodio è ancora così vivo nei miei ricordi. Come fosse successo ieri. Cosa possono fare i bambini, la notte, se non piangere, piangere? Anche se è inutile: i genitori arrivano con uno specchio e dicono “Guarda come sei brutta quando piangi”. Il padre non aveva pudore nei suoi riguardi e la portava con sé al bordello lasciandola fuori ad aspettare, aveva molte amanti ed una, l’insegnante di inglese dei figli, ad un certo punto andò a vivere con lui, in famiglia. Il rovesciamento e la liberazione dai cattivi ricordi e dalle situazioni di quotidiana sofferenza legate alla figura paterna avverrà nel 1974 con l’opera The Destruction of the father, dove in una specie di grotta poco illuminata una serie di forme organiche (organi genitali, cavità, protuberanze rigonfie) formano un paesaggio inquietante. Al centro, Louise racconta che è situato il padre, su un tavolo da pranzo, smembrato e ridotto a pezzi, come una pietanza indecente senza commensali. Così affronta la paura, un altro dei temi che tornano nella produzione, ed elabora il lutto: la perdita “fisica” del padre morto e la perdita “morale” della figura paterna. Già, perché “A farmi lavorare è la rabbia – dice Louise – e la memoria mi aiuta a capire perché mi sento come mi sento e faccio quello che faccio. Bisogna essere accurati nei ricordi. L’obiettivo è rintracciare la fonte della propria ansia. In questo consiste la psicoanalisi e a questo mi serve la scultura.Il mio lavoro è l’opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia… la memoria e i cinque sensi sono strumenti di cui mi servo. Il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere e la difficoltà di amare ed essere amati… Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura dice la paura della separazione e dell’abbandono Le emozioni sono proiettate all’esterno, in una forma e in uno spazio. L’inconscio è portato alla coscienza attraverso l’arte”. E, ancora,La mia arte è un modo esorcizzare i demoni che mi inseguono fin dall’infanzia… una volta terminata la scultura sento che ha eliminato l’ansia che provavo. Gli artisti progrediscono così: non è che migliorino, è solo che ogni volta sono capaci di resistere meglio ai loro propri assalti. L’ unica vera arte che ho praticato tutta la vita è stata l’arte di combattere la depressione, la dipendenza emotiva… quello che mi interessa è la conquista della paura. Nascondersi, confrontarsi, esorcizzare, vergognarsi, tremare e alla fine avere paura della paura stessa. Questo è il mio tema. Questo credo è il tema.”

foto 2Louise ancora bambina inizia ad essere consapevole di quello che la famiglia può nascondere dietro al perbenismo borghese, compromessi e menzogne che vengono messi in atto per celare la vera realtà. “Per dieci anni ho visto lo sguardo muto di mia madre, ho odiato mio padre per quella sua violenza inaudita su di noi. La famiglia può essere disseminata di ghigliottine“. Negli anni Novanta, ormai settantenne, realizzerà una serie di installazioni chiamate Cells dove sono rappresentati i diversi ambienti della casa della sua infanzia, ingabbiata da una rete metallica e sovrastata talvolta da un’imponente ghigliottina.

La casa, simbolo universale della famiglia e luogo dell’infanzia, assumerà quindi nell’arte della Bourgeois l’aspetto di una casa degli orrori, di scenari da incubo, oscura, labirintica, claustrofobica, priva di uscite e di speranza. Un luogo di solitudine, di paura, di dolore. Una casa che diventa installazione per uscire dai labirinti della mente in un atto di catarsi creativa al termine di trent’anni di analisi e di un ancor più lungo percorso di chiarificazione e liberazione interiore. La madre è una figura centrale, terrificante e monumentale. Il rapporto con lei è molto profondo e intenso, è una figura forte e presente, ma allo stesso tempo anche colpevole e debole, una madre importante per la conduzione e il mantenimento della famiglia, una madre che “ricuce” gli strappi, ma anche dipendente dal marito al punto da accettare in casa la presenza dell’amante di lui: “Mia madre sedeva al sole per ore ad aggiustare arazzi. Le piaceva davvero. Questo senso di riparazione è profondamente radicato dentro di me. Lei era la mia migliore amica” . Quando la madre muore nel 1932, Louise tenta il suicidio gettandosi in un fiume. Alla fine del 1990, Louise inizierà ad utilizzare il ragno come immagine centrale nella sua arte, chiamerà Maman enormi ragni incombenti di bronzo, un’ode alla madre, come racconta lei stessa nella ormai famosa spiegazione dell’opera: “Come un ragno, mia madre era una tessitrice Come i ragni, mia madre era molto brava, paziente, delicata, un’amica in cui cercare protezione. Lei era intelligente, paziente, opportuna, utile e ragionevole. Era indispensabile come un ragno.La madre ritorna anche in She-Fox (1985), una scultura in marmo nero senza testa e con un taglio alla gola. E addossata a lei, un a figura minuscola, l’autoritratto dell’artista.

L’avvicinamento di Louise al mondo dell’arte avviene agli inizi degli anni Trenta quando abbandona gli studi di matematica alla Sorbonne per l’École des Beaux-Arts. Delusa dall’ambiente formale ed accademico continua gli studi seguendo lezioni private alla Académie Ranson, Académie Julian, Académie de la Grande-Chaumière, e lavorando negli studi di vari artisti a Montparnasse e Montmartre. Conosce André Breton e Marcel Duchamp (“Breton e Duchamp mi rendevano violenta… il loro pontificare… Essendo un’esule, le figure paterne mi davano ai nervi), Fernand Léger (suo “maestro”), Mark Rothko, Alberto Giacometti (“Era un uomo difficile. Aveva una grande paura di uscire. Era paralizzato dalla paura. Tutti erano gentili con lui, ma era come un bimbo perduto), Francis Bacon, a cui dedica uno scritto (“Guardare i suoi quadri mi rende viva. È quasi come essere innamorati. La sua opera è uno dei più grandi omaggi alla donna) e, in seguito, Robert Mapplethorpe, che sarà l’autore del suo più celebre ritratto. Nel 1938 sposa lo storico dell’arte americano Robert Goldwater e insieme a lui emigra negli Stati Uniti stabilendosi a New York, dove continuerà gli studi. Dopo gli inizi come pittrice e nelle incisioni, negli anni Quaranta rivolge la sua attenzione alla scultura, e inizia a fare le prime mostre.
Tra il 1938 e il 1947 realizza una serie di dipinti, le Femmes-maisons, e anche molti disegni: sono figure inquietanti che mostrano feti che escono dalla bocca, gravidanze, parti, figure infantili confinate da volti adulti, ibridazioni femminili/maschili, quasi a voler sottolineare la forza dirompente della femminilità in una sorta di metamorfosi/annientamento della natura maschile, una “castrazione” vivificatrice attraverso la fertilità femminile.

Nel 1949 mostra i primi esempi delle sue opere tridimensionali alla Peridot Gallery, abbandonando infine la pittura per la scultura. «I disegni sono secondi alla scultura – afferma – perché non hanno il potere di esorcizzare i demoni». Louise figlia. Louise madre. Altro suo tormento è stata l’esperienza della sua stessa maternità, combattuta tra un senso di inadeguatezza e di amore profondo. Ha sempre avuto paura di non essere fertile tanto da adottare un bambino appena sposata. In seguito le sarebbero nati altri due figli. Nell’opera The Woven Child ha creato una madre che è senza testa e senza arti, un torso composto da pezze di tessuto cucito crudamente che non abbraccia né guarda il bambino; in Do not abandone me ferma il momento in cui il bambino viene espulso dal corpo della madre. Sono entrambe figure in tessuto (tra cui resti di indumenti e biancheria personali, asciugamani), materiale carico di calore, intimità, quello che però manca nel messaggio della figura, che sembra esprimere invece un senso di impotenza nell’assoggettamento a una legge di Natura che lacera nel dolore la carne e i tessuti. La nascita come separazione, come approdo a un destino di solitudine e di abbandono. Il corpo spesso mutilato è uno dei soggetti principali della sua creazione artistica, si può leggere tutta l’angoscia, la rabbia, la gelosia, la solitudine, le ossessioni erotiche, ma anche la vitalità, la continua ricerca attraverso l’arte di esorcizzare il suo passato, dando alle sue paure e alle sue ansie una forma e un senso fisico, per affrontarle nuovamente e quindi guardarle in maniera distaccata.

Nel 1945 espone per la prima volta 12 dipinti incentrati sul tema della figura della donna, tema ricorrente e approfondito poi negli anni dell’impegno femminista. La donna è una “Dea Fragile”, come recita il titolo di una sua opera, creatura divina portatrice di vita. Alcune sue sculture rivelano la volontà di rintracciare proprio quelle forme semplici cui si lega l’archetipo iconografico della “Dea madre” paleolitica, dalle forme morbide, dal ventre prominente, dal volto indifferenziato. Diventerà femminista negli anni Sessanta, si definirà “esistenzialista”, capisce che ha avuto una mostra troppo tardi ma continua. La sua lunga vita le ha permesso anche di restare ai margini e di osservare come in poco tempo tutto può cambiare. Certo non è un caso. Passano i movimenti di contestazione e il femminismo degli anni Sessanta, con l’emergenza di una critica che si chiede “perché non ci siano state artiste donne” (Linda Nochlin, nel 1971) e che pone la questione delle relazioni tra politica sessuale e stili dell’arte (Lucy Lippard, 1971); passa il lavoro di tante artiste che pongono il problema storico e economico della legittimazione del successo, delle forme politiche della identità e della differenza, del corpo, del genere, attraverso lo stesso lavoro della Bourgeois. E lei, ai margini del riconoscimento, procede con autonomia lungo i percorsi di una ricerca originale, al di là di quello che accadeva nella scultura maggiormente storicizzata e sostenuta a livello internazionale. Louise Bourgeois non condivide il femminismo ideologico e anche se mette la maternità tra i temi fondanti della sua arte non si può dire sia idealizzata, anzi, la permea l’ombra dell’abbandono, della perdita, della paura e del dolore. Ma ravvisa al contempo una qualità che le è molto necessaria, la resistenza: “Una donna non ha spazio come artista finché non ha ripetutamente dimostrato che non si lascerà eliminare.

Per ogni fase del suo lavoro è possibile cercare i rapporti di contiguità con movimenti o tendenze dell’arte della seconda metà del Novecento. Dove trovarli? E’ lontana da tutti gli “ismi” della storia dell’arte ma senza negarli. Non le interessano semplicemente. Nel 1947 produce un ciclo di incisioni dal titolo He disappeared into complete silence, forme verticali, geometriche, che sembrano corpi con al posto della testa una casa; a volte dalle finestre escono braccia che si protendono verso l’esterno in cerca di qualche cosa, dal tetto escono ciocche di capelli che l’artista vede come pensieri che chiama “ piume”, dal soffitto pendono scale sospese che non portano da nessuna parte o enormi ragni incombenti. Nel ’51, suo padre muore e Louise entra in depressione, passa le giornate a letto e per un decennio non fa più una mostra fino agli anni Sessanta, ma continua a lavorare: la serie Personaggi, 24 totem di legno, vuole ricordare gli amici lasciati a Parigi e che non vede da più di dieci anni. E lo fa da New York, riproponendo le strutture dei grattacieli dello skyline della città. Sperimenta in seguito materiali nuovi come plastica, latex e resine. Nel 1967, durante un soggiorno a Pietrasanta, scopre il marmo, con il quale realizza i Cumuls, sovrapposizioni di protuberanze falliche e di seni materni. Comincia anche a lavorare il rame, il bronzo e la pietra, aumentando il formato delle sue opere e concentrandosi sul tema della sua infanzia. Nel 1980 nascono le Celle, installazioni che riproducono, come si è detto, piccoli ambienti domestici, realizzati con materiale di scarto o collezioni di oggetti personali, anche gli abiti materni o quelli di lei bambina. Allo spettatore è negato l’accesso, può solo spiarne l’interno, in un atto voyeuristico del dolore della memoria altrui. Cells si presta, di volta in volta, a essere visto come cella di punizione, prigione, manicomio o convento, ma anche la cellula che compone il corpo umano. Come a dire che siamo fatti di dolore, elemento integrante la memoria. Sono le opere più intime della Bourgeois, gli ambienti della casa dell’infanzia, la stanza dei bambini e la stanza dei genitori. Sono la geografia invisibile di una memoria triste che lega insieme i ricordi passati nei differenti tipi di dolore: quello fisico, ma anche quello emozionale, mentale e intellettuale.
Rimasta a lungo nota ad una ristretta cerchia di critici e conoscitori, nel 1982, con la prima mostra dedicata ad una donna al MoMa di New York, Louise Bourgeois raggiunge il successo. Nel 1993 le viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia, dove è chiamata a rappresentare gli Stati Uniti . Alla fine degli anni Novanta inizia a produrre straordinarie opere scultoree e bidimensionali in tessuto, resti di stoffa riciclata in figure, colonne, e libri. La sua è Arte come superamento, continuo, del trauma dei fantasmi parentali, come superamento della paura, che ha come approdo la paura della paura. Essere artisti è una garanzia di salute mentale, come affermò più volte. L’artista è in grado di sopportare il proprio tormento, riscattandosi dalla paura del dolore: “Ho paura del potere. Mi innervosisce. Nella vita reale mi identifico con la vittima, per questo mi sono data all’arte. Nella mia arte io sono il carnefice”. La mia scultura – diceva in un’intervista del 1997 – mi permette di ri-esperire la paura, di darle fisicità, così da farla a pezzi»”: rivivere le emozioni, uscire con un esorcismo da una condizione di passività autoimposta, dipanare il filo dei traumi rimossi, appaiono così i motivi-guida di un’opera che ha fatto dell’esplorazione ostinata dei fantasmi più potenti e oscuri della psiche umana il proprio baricentro.

Tuttavia negli ultimi anni della sua vita, il lungo viaggio attraverso l’angoscia e la sofferenza, ha trovato spiragli di serenità attraverso disegni, incantevoli intrecci e incastri di stoffe realizzati con i vestiti appartenuti all’artista e alle persone da lei amate, soprattutto la madre, con le sue lenzuola e i suoi asciugamani, tutti materiali legati alla pelle e alla vita, e con collage di bottoni, fiori e perline in queste opere si respira uno stato di dolcezza e calma meditativa, di riappacificazione con se stessa, la riconciliazione con la propria storia. La rigenerazione di sé si è conclusa il 31 Maggio 2010 all’età di 98 anni a New York.

Come ha scritto l’artista Pat Steir, le sculture di Louise Bourgeois hanno l’aspetto familiare di sogni ricorrenti ricordati all’improvviso, di forme generate da un’instabile amalgama di memoria, fragilità, solitudine, desiderio bruciante e abbandono, ricerca di equilibrio e caos irrimediabile: sono cuori di metallo e di pietra che si rivelano fragili come bolle di vetro.

foto 18 (2)

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Le citazioni delle frasi dell’artista sono riprese dal libro:

Louise Bourgeois, Distruzione del padre/Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000.
Curatore: M. L. Bernadac, H. U. Obrist
Traduttore: G. Lucchesini, M. Majnoni
Editore: Quodlibet
Collana: Quaderni Quodlibet
Anno edizione: 2009

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immagine d’apertura: Mother, Bong Joon-ho, 2009

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