Rubrica tre pregi e un difetto a cura di R. Galbucci. Su “La voce delle cose” di Carla De Falco

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Rubrica tre pregi e un difetto a cura di Rita Galbucci. Su “La voce delle cose” di Carla De Falco.

       

    

Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica TRE PREGI E UN DIFETTO che per il numero di Gennaio vede protagonista Carla De Falco con la sua silloge “La voce delle cose”.

A stilare la scheda di lettura critica sono Luca Ariano, Rita Galbucci e Silvia Secco.

Si ribadisce lo spirito della rubrica, che vuole proporre di volta in volta autori e lettori con la finalità di creare spunti di scambio critici volti al contatto sempre più ampio con la poesia. RG

    

su La voce delle cose di Carla De Falco, Montag ed.      

  • Luca Ariano:

La voce delle cose di Carla De Falco è una raccolta molto intensa, con immagini “potenti”, dirette che arrivano subito al cuore del lettore. Già nella prima sezione “Ouverture” troviamo una poesia molto interessante come “Il dono”: “e quando i poeti ancora avevano / la forza della tigre nell’atto della caccia / con il soffio della speranza tra le vele / abbagliavano di luce l’orizzonte. / le parole erano rivoli d’eterno. […]” Il primo pregio è sicuramente l’efficacia di questa poesia che non bada a fronzoli con un linguaggio legato alla tradizione come per esempio nella poesia “La brezza viola della sera” dove vi è una vera e propria dichiarazione di poetica, o meglio di chi possa davvero cogliere la poesia: “[…] non è per tutti la poesia.”

Il secondo pregio è sicuramente un lirismo non fine a se stesso ma sentito che trasporta il lettore all’interno di immagini pregnanti, ben ponderate e mai banali, lo possiamo vedere in poesie come “Il posto delle cose”: “mi piace guardare nelle case / scoprire il costo delle storie / scrutare il dettaglio oltre le cose / sentire l’odore che le infetta. / e penso gli oggetti abbiano un senso. […]”

Il terzo pregio è che, De Falco è, sì una poetessa lirica, intimista, ma non solo, ha anche un occhio molto attento alla realtà che la circonda, non guarda solo il proprio ombelico, questo è evidente in poesie come “Volo rapido” con versi di stretta attualità: “in volo rapido registro / l’operaio con un picasso sui vestiti / la badante a fine turno che va a letto […]”

Poesie come queste danno molto merito ad un’autrice che dimostra di avere un ampio raggio ed uno sguardo oltre il proprio “Io”.

     

L’unico “difetto”, se così si può dire, l’ho trovato nella sezione “Miti” ed in poesie come “Euridice”, dove, secondo me, la poetessa pare essere poco spontanea, certi versi sembrano costruiti, quasi d’occasione, pur, naturalmente, essendo ben scritti e strutturati, ma un gradino sotto alle poesie fin qui lette e seguenti.  Molto ben riuscita la dichiarazione di poetica ne “La mia intervista”: “ma di me, di me non domandare / che su di me proprio non so mentire / di me posso solo confessare / che vivo un’affollata solitudine / sognando la formula o l’antidoto / per ingannare il tempo ed il suo pianto.”

    

Concludendo ci sentiamo di affermare che il libro di Carla De Falco è un buon libro, ben strutturato, con ottime poesie, versi di grande impatto e che merita una lettura attenta.

    

  • Rita Galbucci: 

Il primo pregio che mi sento di evidenziare leggendo le poesie di Carla De Falco è senza dubbio l’immediato delinearsi della fisionomia di questa raccolta .   Il CONTATTO con le cose, quindi con gli elementi imperturbabili che ci racchiudono è la qualità tradotta in poetica che guida il lettore lungo il sentiero che apre alla prospettiva della scrittrice : osservazione coscienza e contatto appunto.

Il secondo pregio è il dialogo e l’intreccio tra la dimensione esistenziale e  la concretezza, l’impatto poetico con la realtà osservata ,  vissuta e sofferta :

la promessa del mattino
col ristagno dei suoi odori
apre scuri sull’assenza
di visioni, di speranza.
poi la rabbia frettolosa
mi travolge dentro il magma
del travaglio e del sudore.
il premio delle ombre
è con la resa della sera.
la memoria delle cose
come un canto di commiato
alla fatica della luce.
ma è più in là
dentro la notte
che ritorno piena e viva
e il mio ventre aspira a cose
indicibili al buonsenso:
farmi terra a nuova vita,
farmi alba a nuovo giorno.

Il terzo pregio si incarna per me nella poesia riportata di seguito , si tratta di intuizioni elevate e dette .La poesia si fa strumento  prezioso per mano dell’autrice  nella sezione MITI,  la scrittura si asciuga diventando più scarna e potente :

seduti nel soggiorno
di una domenica infinita
senza più alcuna valigia da disfare
senza bisogno di guarire
senza timore di farsi male e di morire.
che disumano, l’eterno.

    

Dovendo segnalare come “difetto” una nota critica, direi nel caso di questa raccolta un velo di autoreferenzialità che a  tratti mette un poco a distanza il lettore.

    

Carla De Falco, una poetessa che ho avuto il piacere di conoscere leggendo questa raccolta e che invito a leggere.

    

  • Silvia Secco:

In punta di piedi e con un certo rossore, ma grata per questo invito, vorrei iniziare col dire che i pregi da elencare sono quattro, non tre. Il quarto lo metto per primo ed è l’opportunità data a chi scrive ed ama la poesia, attraverso questa rubrica, di scoprire una nuovo autore. Grazie, perciò, a Versante Ripido per questo invito alla lettura: un pregio e un privilegio per me.

All’interno della raccolta “La voce delle cose” di Carla De Falco, tre pregi -come tre perle- sono, per me, tre poesie. Si fanno desiderare fino alla quarta e penultima sezione “Miti”, prima della chiusura ma, e forse proprio per questo, esse appaiono preziose nella loro brevità che non ha bisogno di niente altro e che potrei definire intensità densissima, olio essenziale.

– La prima,

“L’eternità”

ci sono storie con ignoto inizio
inizi la cui fine è mistero
misteri chiusi dentro un pianto. 

e pianti spalancati su un bianco
cielo di gesso. 

Soli cinque versi. La prima terzina si chiude con il verso “misteri chiusi dentro un pianto” che potrebbe, da solo, bastare a chiarire la qualità dell’intero testo e che, invece, si espande con generosità nella chiusa dei due versi finali, per i quali si rimane sgomenti, come quei “pianti spalancati” come occhi, “su un bianco/ cielo di gesso”. Bellissimo anche il ritmo: un battito di ripetizioni a fine ed inizio di verso (inizio/ inizi, mistero/ misteri, pianto/ pianti), rotto dal “bianco” che scardina ed amplifica in assonanza il “pianto” del verso precedente.

– La seconda,

“Punti di vista”

seduti nel soggiorno
di una domenica infinita
senza più alcuna valigia da disfare
senza bisogno di guarire
senza timore di farsi male e di morire. 

che disumano, l’eterno.

Cinque versi ed una chiusa che, anche qui, basterebbe eccome (“Che disumano, l’eterno”), ma che arriva a chiarire l’insensata “infinita” “domenica” dell’abitudine dei due soggetti (immagino siano due), seduti nel soggiorno a contemplare, ognuno nella propria solitudine, la consapevolezza di non avere, di essere privi. Leggo questa poesia come una fotografia del disamore, che si accorgere di essere “senza più”, “senza bisogno”, “senza timore”.

– La terza,

“Euridice”

NON PARLARMI.
TRATTIENI IN PUGNO LE PAROLE.
NON GUARDARMI.
INCROCIAMO MUTI I NOSTRI RICORDI.
NON VOLTARTI.
NON PUOI, NON DEVI GUARDARE
I MIEI GRANDI ASTRI ARDENTI
CHE SCINTILLANO NEL NERO DELLA MORTE.
NON VOLTARTI. 

un attimo e tutto si rivolta.
la terra la inghiotte in uno spasmo
e morte per sempre la sigilla
dura come guscio di conchiglia.

Particolarissima nella scelta formale e grafica di scrittura. Si fissa chiara, ad insistere nella memoria dopo la lettura, grazie al ritmo che, anche qui, batte come un cuore, degli ultimi quattro bellissimi versi: “un attimo e tutto si rivolta./ La terra la inghiotte in uno spasmo/ e la morte per sempre la sigilla/ dura come guscio di conchiglia.”. Ed è durissimo il crescendo dei verbi “rivolta” – “inghiotte” – “sigilla”: privo di assoluzione, terminale.

    

– Il difetto è un peccato ed è rappresentato, ancora una volta, in modo particolare da una poesia presente sempre in questa sezione: “L’anello del sole”.

Sono dodici strofe per dodici mesi. Peccato per la lunghezza, faticosa (a mio parere) anche per la stessa autrice, che non ne avrebbe, invece, alcun bisogno. E peccato per una certa ricerca manieristica della rima a fine verso, qui come altrove, che un po’ lo banalizza.

Grazie a Carla De Falco per la generosa offerta del proprio lavoro poetico.

copertina

One thought on “Rubrica tre pregi e un difetto a cura di R. Galbucci. Su “La voce delle cose” di Carla De Falco”

  1. Ringrazio Luca Ariano, Rita Galbucci e Silvia Secco.
    La loro accurata e sapiente lettura del mio ultimo libro è un dono prezioso.
    Intanto perché sono stati sinceri e disinteressati, cosa non comune in certo mondo letterario che si alimenta prevalentemente di recensioni “complici” scritte da amici e per amici.
    E poi per la pluralità dei giudizi espressi che mi ha molto colpita.
    In particolare, Ariano (e molto lo ringrazio, visto che da un anno mi dedico quasi esclusivamente a poesia d’impegno civile) ha colto ne “la voce delle cose” i segni del mio primo tentativo di andare oltre quell’ “ombelico” che, da sempre, sta un po’ troppo a cuore ai poeti, ma che, fatalmente, come sottolineava Galbucci, infastidisce e allontana il lettore dal testo.
    Di Secco mi ha colpito la nota sulla tematica del disamore in certe poesie che parlano del mito e del divino. Penso abbia colto una sofferenza che a tratti celo anche a me stessa, tanto è profonda.
    Le Vostre note saranno per me spunto di riflessione e futuro lavoro.
    Per ora a tutti, e a Paolo Polvani in testa, l’augurio che sia un 2015 pieno di poesia.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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