Rubrica tre pregi e un difetto a cura di V. Panico. Su “I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli” di Giancarlo Baroni

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Rubrica tre pregi e un difetto a cura di Vito Panico. Su “I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli” di Giancarlo Baroni.

       

    

Commenti di Edmondo Busani, Carla De Falco, Enrico Gurioli, Enzo Santese
su “I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli” di Giancarlo Baroni,
riedizione illustrata Grafiche step Ed., 2016.

    

  • Edmondo Busani:

La nuova edizione – I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli – arricchita da illustrazioni, nasce per rendere omaggio a un amico indimenticabile, e l’urgenza di inserire testi, quelli raggruppati nella seconda parte, già pubblicati in altre edizioni o su riviste e alcuni inediti.

I testi propongono un viaggio poetico che si riverbera sulle creature del cielo, mentre il poeta riflette: “Allora proietti sul sofà/ l’angolo allegro della tua memoria/ ogni volta finalmente ringraziando/ quanti hai amato.”

La leggerezza del verso è il primo pregio dell’ordito letterario; essa sostiene le diverse raffigurazioni, ora con precise descrizioni ornitologiche, ora con lieve ironia. I pennuti diventano simili a figurazioni umane: forti e deboli; il volo è ampio o limitato; alcuni sono spietati, altri dolcissimi; tutti dialogano come nelle favole pedagogiche. Essi ci appaiono “intolleranti” verso i loro simili ma si rivelano indulgenti e ironici con gli umani, mostrando di comprendere le loro debolezze. L’io narrante si confonde con l’io poetico, continuamente. Il secondo pregio è la raffinata soluzione poetica di questi dialoghi, che tracciano contorni a un più ampio disegno aperto alla soluzione filosofica ma anche alla fragile descrizione pittorica. L’uomo poeta s’incanta, nella composizione letteraria e nell’osservazione delle creature alate per trarne momenti divinatori e di conoscenza (o coscienza). Egli ascolta voci e guarda lo stare degli uccelli: ora raccolti sui rami, ora nel volo

predatore o immobili su picchi irraggiungibili. “Là in alto intanto voi ve la ridete/ di noi che gridiamo/ che fingiamo di invocarvi come ossessi.”

Le parole intrecciano la riflessione filosofica – ecco il terzo pregio che compare con la sordina per non interrompere un delicato ed esile equilibrio compositivo – mentre la malinconia contamina i versi, l’inquietudine umana si realizza nell’imperatore Federico II che perde il proprio potere volendo seguire nel volo il suo Falco Cacciatore, così, consegnando i suoi uomini alla sconfitta. Se l’atto devozionale contrasta con la spavalderia del rapace, i merli statuari, appollaiati tra le tegole dei monasteri, continuano la funzione di guardiani alla vita che trascorre fino “… Ai confini fra la terra e il cielo… “; lo scatto fotografico del verso, occhio di falchetto, ha il compito di guardare la modernità, seguendo il volo del poeta, che rincorre la libertà concessa agli abitanti dell’aria… “Fino alla Cittadella/ antica fortezza farnesiana…” da cui ripartire per un viaggio da un oceano all’altro.

Mi sono chiesto se fosse possibile isolare un difetto: nulla! La perfezione è il difetto, perché non è reale neppure in poesia, infatti “Il cielo oggi è come un negozio di parrucchiera, / pieno di chiacchiere che gonfiano i capelli/ e di pensieri inutili.” D’intorno risuonano “soltanto gridi di rondini/ soltanto gridi.”

       

  • Carla De Falco:

Si tratta di un bel libretto colto, per accedere al quale occorre essere attrezzati tanto in storia medievale, quanto in storia moderna. Per coglierne tutti i riferimenti intertestuali giova aver percorso più volte le pagine di Dante, ma anche di Quasimodo e poi ovviamente di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine. Nessuna “poesiola” improvvisata, dunque, come tante ahimè circolano in giro e purtroppo non solo in rete- Siamo in presenza di una poesia pensata. E sapiente.

L’architettura del testo mi sembra molto fondata sull’antinomia tra guardare e vedere. E vengo dunque al secondo pregio: si tratta di un lavoro che si affranca da certo frammentismo cui la lirica contemporanea sembra averci condannato, per recuperare invece una struttura aerea (ҫa va sans dire) ed agile, eppur composita e “pensata”.

Si diceva che molto è giocato su antinomie e binomi. Centrale, mi è sembrato il dualismo tra realtà e finzione che cela la grande “menzogna”: viviamo un mondo violento, brutale, primigenio e al contempo corrotto dal male alle radici, che in nessun caso trova riscatto, neppure nella dimensione che immaginiamo più edenica. Si leggano, solo a titolo d’esempio i versi seguenti:

(Falco di palude)
Osservi, dalla cima di un pioppo nero,
le anatre in abbondanza
e adesso ghermisci una moretta
riemersa dall’acqua dello stagno. La spolpi
dopo averla spennata
uncinando la preda con gli artigli

Infine ho trovato bella l’idea di inserire in questo bestiario contemporaneo un punto di vista “altro”, che è dato sia dall’immagine e dal tratto figurativo che talvolta affianca il testo, altre volte lo completa, sia dalla focalizzazione variabile: per lo più sono gli uomini a descrivere il mondo degli uccelli, ma accade anche il contrario come in Presagi e in vari altri testi. Gli uccelli si rivelano saggi e talvolta cinici, messaggeri del lirismo del mondo e la lingua poetica sembra talvolta voler inseguire il loro volo che resta inesorabilmente inafferrabile.

Nota negativa, e vengo al difetto, in tutte le liriche mi è sembrato un descrittivismo a volte verboso e francamente non utile né al suono né al senso del testo poetico. Va bene lo sforzo di rendere poetico l’impoetico, ma maggiore attenzione alla ritmica e al suono avrebbe, a mio avviso, giovato.

  

  • Enrico Gurioli:

Giancarlo Baroni è un poeta visivo e si vede. Anzi si legge. Entra attraverso la sua penna di merlo parmigiano  fra le fronde della tua vita. Nei suoi testi poetici c’è il racconto del volume illustrato scovato in biblioteca, del fumetto appena sfogliato, degli affreschi di palazzo osservati con il naso all’insù e lo sguardo curioso ficcato nelle sale dei musei visitate chissà dove. C’è la natura mediata dall’immagine necessaria, asciutta, senza il compiacimento del naturalista convinto. Nella successione di poesie de “ I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli” ci si riflette come esseri in volo; ci si identifica talvolta nell’airone  oppure nel falco di palude frugando tra le parole in quella singolare ambiguità semantica dell’autore; una scrittura non metaforica bensì una stesura fatta con lealtà emblematica da un poeta che per anni ha collaborato con la redazione del quotidiano della sua città.

Con la sua  poesia, Giancarlo Baroni si libera dall’ingombro senza eccedere nella ridondanza della frase ad effetto   offrendo al testo il valore di un prezioso cammeo o di una gradevole miniatura con quell’incastro di forme e significati propri dell’arte poetica. Anche quando racconta di parmensi stremati dall’assedio orgogliosi per avere sconfitto Federico II mentre osservava gli sparvieri in volo.

Un’altra buona ragione per  scrutare tra le fronde degli alberi della poesia di Baroni è quella di essere presenti a noi stessi, talvolta con ironia per ripararci dagli schizzi del fango che arrivano dalla strada. Oppure vivere nel tentativo maldestro “di indovinare dai nostri voli il vostro futuro i progetti di chi ci sovrasta”. Ma gli uccelli ci richiamano subito  “Vi illudiamo di essere coinvolti in quello che non sappiamo.” Con loro si rientra nella poesia del Novecento quando  Giancarlo Baroni conferma così di aver perso la sua corona di alloro, caduta nella pozzanghera, anche lui investito dalla carrozza del tempo.  Quindi non seguiteci nel nostro volo, fa dire agli uccelli, noi abbiamo perso l’aureola di poeti, il nostro è soltanto un volo in libertà, abbiamo nelle orecchie semplicemente il nostro canto senza la crepuscolare “desolazione di un povero poeta sentimentale”.

C’è il dandismo colto e sofisticato di Baudelaire assieme al pessimismo moderno di Montale in Giancarlo Baroni, poeta contemporaneo che vive a Parma: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Poi con “La vita è emersa dal mare come un sommergibile ma le burrasche si sfogano al suolo e i raggi raggiungono la terra come voi quando smettete di volare”Giancarlo dimostra di avere trovato nel corso della natura (forse) un suo segreto risolutore di leopardiana esistenza.

Un terzo buon motivo per leggere o rileggere “ I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli” pubblicato in seconda edizione da Grafiche STEP Editrice è rappresentato dalla organizzazione formale dell’impaginato. Si respira l’aria della tipografia di Gianbattista Bodoni e la raffinatezza da editore di Franco Maria Ricci senza eccedere nella futilità del segno.

Questo lavoro editoriale mostra però il vero volto dell’orgoglio parmigiano di Giancarlo Baroni fino a farlo diventare un piacevole difetto: nell’edizione del libro manca la spudoratezza dell’imperfezione.

         

  • Enzo Santese:

Primo pregio: il filosofo Amelio nell’operetta morale intitolata Elogio degli uccelli li definisce “le più liete creature del mondo”. Ma l’attenzione a questi animali occupa una centralità di rilievo in numerosi pensatori e letterati; basti pensare agli Uccelli di Aristofane, che inquadra il loro privilegio di “guardare” dall’alto le miserie umane. In tempi più recenti Elena Gianini Belotti in Voli focalizza la diffusa abitudine a umanizzare i volatili.  L’opera di Giancarlo Baroni (I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli, Grafiche STEP editrice, 2016, con prefazione di Pier Luigi Bacchini, pubblicata la prima volta nel 2009 da Mobydick e ora recuperata e ampliata) ha il pregio di sviluppare con originalità l’idea del rovesciamento del punto di vista. L’autore dimostra una vera passione e profonda conoscenza del motivo trattato, esprimendo quasi una tensione etologica; i “suoi” uccelli non cinguettano, ma hanno l’attitudine alla parola, al ragionamento che sviluppano in colloqui riguardanti l’ecosistema in cui vivono. In alcuni punti paiono addirittura pettegoli nella tendenza a sviscerare problematiche, che fanno emergere con chiarezza come la distinzione di specie (animale, vegetale, umana) contiene in sé anche una marcata idea di separatezza.

Secondo pregio: sicuramente l’ironia è uno dei tratti portanti del libro dove l’autore, sia quando parla “in prima persona” sia quando entra nei panni, anzi nelle piume degli uccelli, sviluppa considerazioni che, pur vertendo su problematiche conflittuali tra volatili e uomini, mantiene sempre un tono che smorza la polemica nel sorriso e, in ogni caso, mai è percorso da livore nei confronti di coloro (cacciatori in primis) che sono i nemici giurati. Peraltro il disquisire pacato e leggero forse rende ancor più aspro nei contenuti il j’accuse.

Terzo pregio: il modo con cui la seconda parte del libro è stata aggiunta alla prima (già pubblicata nel 2009 ed esaurita) avviene con la naturalezza di un completamento necessario, quindi senza fratture nell’unitarietà dell’opera che nei voli degli uccelli, nel loro infrattarsi gioiosamente nell’intrico del verde, nel discutere come fossero davvero amici al bar dello sport, si disegna un reticolo di sollecitazioni molteplici per il lettore – anche il meno vicino per sensibilità all’argomento – grazie alla convincente concatenazione di immagini ed elementi narrativi.

Il difetto può essere rinvenuto in varie liriche dove il tono descrittivo – quasi da manuale ornitologico – nuoce con la lenta aderenza al reale al guizzo poetico che innerva invece il verso in altre poesie, caratterizzate da un preciso intento metaforico oppure da una disinvolta rarefazione del concetto, capace di rimandare ad altri significanti; esemplare risulta, a tal proposito, la lirica tripartita Davanzali e tetti, costruita su una serie di immagini che germinano l’una dall’altra come per un fenomeno “naturale” di poe-genesi.

Un’accensione esageratamente idillica spinge talora l’autore a raccontare se stesso in una forma di contiguità francescana nel rapporto tra l’uomo e i volatili.

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