Rubrica tre pregi e un difetto a cura di R. Galbucci. Su “Conoscenza del vento” di Marco Bini

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Rubrica tre pregi e un difetto a cura di Rita Galbucci. Su “Conoscenza del vento” di Marco Bini.

       

    

Nel  numero di Marzo di Versante ripido ho il piacere di ospitare nella rubrica Tre pregi e un difetto Marco Bini  scrittore giovane attivo nello scenario poetico non solo come autore, ma come promotore di eventi e sostenitore della parola poetica a tutto tondo. A commento della sua raccolta “Conoscenza del vento” edito da Ladolfi Editore (2011) le note di lettura critica di Alessandro Brusa e Rodolfo Cernilogar entrambi poeti . R.G.

    

su Conoscenza del vento di Marco Bini, Giuliano Ladolfi Editore (2011)

    

  • Alessandro Brusa:

Marco Bini è un ragazzo che la parola la sa far scivolare bene tra le dita. E tra le dita di Marco la parola non è strumento, ma è oggetto stesso della creazione poetica; un mezzo che si fa protagonista: sfuggente quanto basta.

Non amo fare elenchi puntati (mento, mi sono necessari come acqua di mulino) ed in questo caso mi piace ancora di meno, perché imbrigliare i versi di un poeta come Marco è fare categoria di un colore: si trasforma in Pantone la sconsideratezza che è la cifra propria di questo libro.

Ma tant’è..

Ho un debole per i poeti che trattano il reale come un difetto necessario della vita. Ed è esattamente ciò che fa Marco fin dall’inizio

Sarà volgendo a un più rigido inverno
– la neve di soppiatto come una spia
a colmare frontiere e demarcazioni –
col favore della conservazione dei tessuti,
si osserva la mappatura delle cose
senza asperità e maggior definizione.

La realtà è presenza costante in questo lavoro, mai dimenticata o messa a margine, ma ammantata di un pensiero che è di un passo fuori dal tangibile fiato delle cose: questo è il primo pregio di questa raccolta.

Subito di seguito il secondo pregio che se vogliamo è sequenza propria del primo, ovvero lo stupore, inteso come apertura di sguardo sul mondo. Marco accoglie il lettore, lo trasporta nei suoi versi col tremore di un benvenuto fatto di oggetti: oggetti del cuore e della mente, oggetti reali ed idee che si fanno materia nel lavoro attento con cui Marco stringe il fiato di chi si avventura nei suoi versi come in una foresta.

Ci potevo giocare ore ogni giorno
o aprirlo a casaccio, farne un cuscino
o una capanna, scoprire persino
una Germania in più del necessario.
Un dono di mio padre il primo atlante.
Capii il senso di “provvisorio” […]

E come dicevo all’inizio, Marco con le parole ci sa fare.. ed anche la sintassi il ragazzo la consce bene. Lo stravolgimento retorico continuo con il quale frantuma e ricostruisce il discorso è condotto con grande maestria e lo spossessamento che ne deriva è assolutamente confacente e strumentale spalla allo stupore di cui sopra.

    

Ma.. e c’è sempre un ma, arriva ora il difetto: ovvero l’essersi lasciato prendere un po’ troppo la mano da questa destrutturazione sintattica che porta lo spaesamento e lo straniamento del lettore a livelli troppo elevati perché possa cogliere appieno la delicatezza e la semplicità dei temi che questa raccolta ci regala.

[…] da soli venivano
a volte incosciente un vero e proprio ritmo
seguito a memoria, privato di smanie
del nuovo, senza mistero, assimilato.

    

  • Rodolfo Cernilogar: 

Pregi:

  1. Il libro di Marco Bini è un libro di poesia, e non una raccolta. È stato pensato con una sua architettura, è stato costruito con perizia e precisione, un mattone dopo l’altro, studiando la costruzione complessiva, la tenuta, gli accordi interni, i bilanciamenti di pesi e slanci verticali. La geometria che si riconosce nella struttura del libro è speculare alla sua sostanza, alla “mappature delle cose”, alla ricerca di senso attraverso un’osservazione della realtà che si fa “misura degli angoli”, tentativo di accogliere il passato, trovare un posto nel presente, attendere un futuro che ha il sapore dolce e crudele di una perdita, anche se non sappiamo bene quale e perché, e solo un’epifania di luce può restituire quello che abbiamo perso:

S’accese dalla città un’appendice
dilagò rapida la luce ai margini
del centro esatto, geometria aveva
l’avvenire e collocazione adesso.

Dicevamo la struttura: abbiamo una poesia iniziale e una finale (mascherata da sezione, “Chiusura degli indici”), a chiudere e sigillare le quattro sezioni. La prima e la terza più brevi, “Stanze del fiume e dell’Atlante”, quattro poesie, e “Conoscenza del vento”, sei poesie, la seconda e la  quarta, speculari anche nei titoli, che si richiamano, con variazioni, “Il costo del lavoro”, dodici poesie, e “Il costo della vita”, dieci poesie. L’attenzione al bilanciamento dei pesi si nota anche nella scelta del metro: endecasillabi per le sezioni brevi (il metro principe della nostra tradizione poetica che Marco Bini usa con disinvoltura), versi più lunghi (Pavese, ma anche Montale, Pagliarani) per le sezioni sul “costo”: come se il confronto con i temi della vita e del lavoro avesse bisogno di una slargo nella prosa, della contaminazione, dell’impurità (anche se poi la “prosa” del verso lungo si impiglia nella rima, a ricordare da dove è partita). Il senso del presente sfugge e il verso lungo prova a blandirlo, accoglierlo, contenerlo:

Il mondo è un manufatto insistente tra le dita,
mentre il tempo va di lima: stempera gli spigoli
e ottiene la misura auspicata, una storia al singolare.
Così si impara a stipare di niente i granai, a mulinare
i palmi alla corrente per stringere nelle mani solo vento,
un vuoto da graffiarsi tra i capelli, con le unghie.

  1. Lo stile, richiamato dalla citazione di Roversi in esergo: “Nell’inverno lo stile è tutto”. È invidiabile la sapienza stilistica di Marco Bini. E dato che si fa poesia non è cosa da poco. Il come si dice una cosa è importante quanto quello che viene detto. Conviene ripeterlo, per fare chiarezza: per “ridare senso / e grinta di parola” (nella poesia più novecentescamente – come si diceva anni fa – programmatica del libro).

Abbiamo detto già della metrica, usata con perizia e cognizione di causa. Ma anche una cura nella scelta delle parole, nell’uso parco degli aggettivi, nella punteggiatura controllata, nella disposizione di immagini e suoni: uno stile funzionale all’osservazione e all’attesa, dove è il noi a parlare, come a sottolineare il destino comune dell’essere uomo in questo tempo invernale. È il sentimento della pietas che viene richiamato con la figura di Enea, che poi “decide per il meglio: sopporta”.

Uno stile che mette in primo piano le cose, i personaggi, gli ambienti, i paesaggi. E dietro la mano del poeta che prende appunti e dà voce, forma e sostanza. Dietro, però. Anche quando è lo Storia a entrare nella pagina, dell’atlante e dell’infanzia:

Ci potevo giocare ore ogni giorno
o aprirlo a casaccio, farne un cuscino
o una capanna, scoprire persino
una Germania in più del necessario.
Un dono di mio padre il primo atlante.
Capii il senso di “provvisorio”: era
l’anno millenovecentonovanta,
ne usciva una ogni mese di edizioni.

  1. Ci sono versi e immagini che valgono da soli il prezzo del biglietto. Perché è vero che stile e struttura sono importanti e ci danno la misura del fare poetico. Ma poi di un libro di poesia ci portiamo dietro pochi versi. Sono gli stessi versi che andremo a ricercare a distanza di anni o ci torneranno in mente senza volerlo:

Si sente allora propagarsi come un cerchio
nell’acqua, dalla gabbia del torace un pulsare
– preciso – un tempo forte senza sbavature.

***

[…] il solito bicchiere a rimettersi in sesto, a Francoforte
poco oltre Modena;
                                       qui anche un rampicante
sfibra nel dovere, ha bisogno di una sedia.

***

                                               […]ricorda un agguato
in piena regola il nostro, caso mai compresso
fiutassimo d’istinto l’odore di un altrove
tra testa e destinazione, perché più nulla qui
è rimasto che sia un qui.

     

Difetto:

Se dobbiamo trovare un difetto è la scelta del titolo del libro che non ci convince a pieno.
Ma più che indicare un difetto, fare un invito a Marco Bini: a dare più spazio alla sua pietas verso i personaggi, a mostrarceli di più, siano essi di provincia o di metropoli, farli muovere sulla pagina mentre li riprende con i suoi versi che sanno dirci di loro e di noi:  “una storia al singolare”.

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