Rubrica tre pregi e un difetto a cura di R. Galbucci. Su “Stati d’amnesia” di Lella De Marchi

Alberto Cini, tecnica mista

Rubrica tre pregi e un difetto a cura di Rita Galbucci. Su “Stati d’amnesia” di Lella De Marchi.

       

    

Lella De Marchi è la scrittrice che ho scelto di ospitare nel numero di Luglio di “Tre pregi e un difetto”. Quando conobbi Lella e la sua poesia alcuni anni fa, rimasi subito impressionata dalla sua scrittura originale , una scrittura dal ritmo impalpabile ma denso di spunti sempre folgoranti che emergono e procedono in un dipanarsi incalzante di sensibilità estrema. La poesia di Lella De Marchi ha la qualità di un sussurro, ma arriva al lettore forte come sempre riesce la buona poesia.

A commentare “Stati d’amnesia” le note di altri due poeti : Francesco Sassetto e Carla De Falco.  R.G.

    

su “Stati d’amnesia” di Lella De Marchi, Lietocolle Ed. 2013.

    

  • Carla De Falco:

Ho letto l’opera di Lella de Marchi senza nulla sapere di lei e del suo lavoro artistico, ma ne sono rimasta ben impressionata.

Il libro è diviso in cinque sezioni (stato di fuga, stato di materia, stato animale, stato di confine e stato di continua amnesia) e il primo punto decisamente a favore di questa silloge è la ricchezza di rimandi intra-testuali: sottili richiami tessono il libro come una tela, da poesia a poesia, di sezione in sezione. Il lettore può cogliere, tra un componimento e l’altro, un dire ininterrotto, mai franto dalla cesura di un punto definitivo e viene chiamato a riempire interessanti spazi di vaghezza semantica, come chi è chiamato a sciogliere un enigma, per citare il titolo di una delle poesie più belle della raccolta.

l’enigma
non visti si vive
gli interstizi, non viste
s’annidano le polveri
sopra gli scaffali
ogni giorno
mi avventuro dentro al parco
portando a spasso
la donna
che non sono
come un caso
di memoria occulta
mi rivedo,
come un caso
di plagio non voluto
mi rileggo,
porto
una ferita
aperta sulla pelle,
incisa traccia,
bustrofedica,
l’enigma
che non sciolgo

C’è una buona struttura narrativa interna, insomma, ed il testo non è mai vittima di certo frammentismo aforistico che abbonda in molte (troppe?) pubblicazioni di esordienti.

Il secondo punto a favore di Stati d’amnesia è la presenza di un tema dal fascino lirico intramontabile: l’erranza. Come evidenzia anche Campi nel suo bel saggio postfatorio, si tratta di più di un libro sul divenire: siamo in presenza di un vero e proprio organismo vivente in perpetuo movimento. Di questa poesia sul nomadismo, sul vagabondaggio e sulla disappartenenza mi ha colpito in particolare (ed è il terzo pregio del libro) il bell’effetto che si ottiene nel leggerla a voce alta, come per esempio nei versi

è la vita, stagnante dei lati, il caldo
del brodo che ci ha preceduti, prima ancora
che tutto dal fumo tornasse
al suo moto, in ogni contorno

C’è tanta cura del suono nella scrittura della de Marchi e ciò è sempre segno di una maestria che va scomparendo, ma che – a mio avviso – è proprio fondante dello scrivere vera poesia e non limitarsi ad andare continuamente a capo.

Veniamo al difetto. C’è da premettere che è problema comune di ogni lettore “forte” quello di sentire consumate e stanche le parole, ma dal mio punto di vista l’autrice cede un po’ troppo spesso ad immagini abusate (goccia nel mare, frammento di luce, abbraccio materno della terra, vuote panchine) e quasi sempre quando descrive l’immancabile, ipertrofica interiorità di un io che – qui non concordo con Campi – finisce col risultare un po’ invasivo.

    

  • Francesco Sassetto:

La raccolta su cui mi è stata generosamente richiesta da Rita Galbucci una nota di lettura – un onore e un privilegio poter scrivere da poeta di un altro poeta – di pregi ne ha ben più di tre, ma questa è la regola del “gioco” e cercherò di rispettarla.

Un piacere, prima di tutto, leggere questa silloge affascinante e avvolgente, compattissima nella sua tessitura strutturale e stilistica (fitta di echi, richiami, canto e controcanto, che già mostrano una raccolta profondamente pensata e pesata). L’autrice attraversa, nelle cinque sezioni, (“stato di fuga”, “stato di materia”, “stato animale”, “stato di confine”, “stato di continua amnesia”) una condizione esistenziale fondata, appunto, sulla stasi, su di una fissità allucinata, un’immobilità immutabile, punto d’arrivo di “movimenti” apparenti e vani: “ogni segreto che c’è/ è una domanda che corre/ all’indietro,//una lettera senza//sonoro, che resta/al mittente”. Si vive infatti nell’amnesia, non tanto come patologica dimenticanza (ma anche), quanto come ignoranza, vuoto, smarrimento, impossibilità di ricostruire, rintracciare un senso nei nostri percorsi, segnati dalla ripetizione incessante, assurda di gesti, incontri, eventi e relazioni: “la mappa si sfilaccia si disfa/ogni sentiero si resta, vivi dietro/ai vetri, mille occhi alla deriva dietro/ai vetri”, che non possono realizzare il ”cambiamento” e nemmeno costruire reali “appartenenze”. Si rimane, quindi, soli e vuoti in un deserto affollato di domande destinate a non avere alcuna risposta.

Questo mi sembra l’assunto fondamentale del libro ed il suo primo pregio: una poetica disincantata e lucidissima, tesa ad indagare, esplorare il nostro stare al mondo, il frequente girare a vuoto, ritrovarsi a percorrere le stesse strade, il dedalo incomprensibile in cui ci muoviamo, sono la pasta di cui si nutre questa poesia. Montaliana per rigore, asprezza, per l’inesausta, seppur vana, ricerca di un “varco”, una via di fuga, un senso. Una tematica esistenziale, dunque, astorica (perché collocata prima e/o dopo la storia) dove lo stato umano si allarga e si può leopardianamente assimilare – così almeno io leggo la sezione “stato animale” – a quello degli altri esseri viventi, alla natura tutta. Basti guardare alla vicenda – terribilmente analoga alla nostra – del lombrico che procede per movimenti meccanici e reiterati, aspettando “il gesto/sconosciuto il colpo/che lo spezzi in due metà”. E, come scrive nella splendida “formichieri”, anche “noi restiamo//avvinghiati,/appuntiti affusolati spioventi/tutto verso il basso/….a contarci in tasca/le termiti”.

Condizione dolorosa, che si paga cara: “costa fatica rifare/l’inventario ricordare/ quello che non c’è//costa fatica ogni giorno/ripartire da ogni punto/che non può tornare”, cedendo talora a “pianti rotti, mentre fuggi/la frequenza/dell’assenza mentre mastichi/i tuoi vetri/, spezzati sparpagliati,”. Anche in questi momenti di esternazione di un’intima, acuta sofferenza, il tono si mantiene composto, dolente ma misurato, a volte dolcemente malinconico: “…io sono/ anche questo, dentro ad una fessura vado/intrecciando come l’ortica la mia solitudine,/muta, di strade di marciapiedi, vuota,/di clacson e di rumori”. E pure serpeggia spesso tra i versi il desiderio di una vitalità autentica, di un respiro, una comunicazione con l’altro che possa condurre ad “un filo nuovo,/appartenere a un altro mondo non finire/con tutto il corpo nel disegno,/come gli animali/presi/nella rete”, come scrive in incipit della sezione “stato animale”, riecheggiando la montaliana “maglia rotta/ nella rete che ci stringe”.

Un pregio è poi la capacità rara di usare la prima persona singolare come fosse plurale: l”’io” qui diventa anche un “noi”, esprime sentimenti, domande, smarrimenti che riguardano tutti, una continua, spasmodica quanto inattingibile ricerca di senso che avvolge, cattura, emoziona il lettore: “…quasi di noi/ci sorprenda il disperdere le tracce dentro/linee ipotetiche dell’aria, diagonali/trasversali, sottoposti al vento/alle stagioni…” Pregio notevole, questo, se si pensa a tutta la pseudopoesia scritta da un “io” puramente autoreferenziale, tutto chino sul proprio ombelico, spesso piagnone e fastidioso. Evita benissimo questo pericolo Lella De Marchi e le poche allusioni personali, peraltro ben occultate nella trama del discorso poetico da essere appena percepibili, hanno quel carattere di esperienza comune di cui dicevo prima. La poetessa ha ben chiaro ciò che vuol dire e lo fa senza sbavature, senza orpelli, lambiccamenti o deviazioni. Da qui la forza del pensiero che anima ogni lirica, che taglia e incide con la precisione e la determinazione di un coltello.

Terzo pregio: un tessuto stilistico e linguistico personalissimo e molto efficace, rarefatto, quasi sospeso e, allo stesso tempo, incisivo e tagliente, che sa creare un’atmosfera di soffocamento, di irrespirabilità attraverso l’utilizzo di un materiale lessicale preciso, concretissimo e insieme allusivo e metaforico: ricorrono infatti più volte la “matrioska”, la “fuga”, il “segreto”, l’”enigma”, l’”aderenza”, la “linea”, la “curva”, il “cerchio” ecc, definendo un campo semantico fortemente simbolico. Una parola poetica scarna ed essenziale, che molto affida anche ai suoni, alle rime ed alle assonanze reiterate, intrecciate, l’evocazione di una dechirichiana (e kafkiana) fissità di ogni evento, dove anche un semplice gesto quotidiano diventa insensata ripetizione, perplessità e mistero: “sono un punto/interrogativo,/che dorme nel mio letto/che si guarda nel mio specchio/che diluisce la sua notte/in un risciacquo,/ogni mattino”.

Trovare in un’opera così riuscita, coerente e convincente un difetto sarebbe ingiusto e ingeneroso, ma se proprio vogliamo “fare le pulci” e stare a questo gioco, la sola piccola sbavatura che mi sento di indicare è nell’eccessivo ricorso, talora, alla ripetizione dello stesso vocabolo, come in “eterno presente”: “vivo un eterno presente, privato/del presente, poiché temo/di non essere presente/a chi è presente”, dove, secondo me, l’autrice rischia il “gioco di parole”. Un dettaglio, ripeto, e del tutto marginale, a fronte di un’opera di autentica e toccante poesia.

copertina Stati d'amnesia

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