Rubrica tre pregi e un difetto a cura di V. Panico. Su “Da grande voglio fare il Meridione” di Matteo Greco

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Rubrica tre pregi e un difetto a cura di Vito Panico. Su “Da grande voglio fare il Meridione” di Matteo Greco.

       

    

Commenti di Marilena Ingranata, Margherita Lollini, Ivano Mugnaini
su “Da grande voglio fare il Meridione” di Matteo Greco,
Cartacanta Ed., 2016.

    

  • Marilena Ingranata:

Il titolo è proprio bello ed il titolo è importante, predispone, questo è un pregio.
Alla prima poesia il mio pensiero è stato:
“mi piace; questo ragazzo mi piace, scrive con il cuore aperto, il linguaggio semplice delle persone autentiche che vogliono comunicare e non solo parlare” e poi vuole fare la frutta sui banchi del mercato e stare giallo in cima ad un limone, scendere scirocco lungo i seni, correre al mare sparpagliato in mille pieghe, restare senza fiato tra le gonne, lui vuole fare il meridione e questa è passione e la passione coinvolge, porta a sé, ecco vien voglia di fare il meridione insieme a lui; secondo pregio.

Ci sono poesie talmente intime che leggerle pare una violazione, “dove non si tocca” “sposarsi” “prima viene il racconto” “mio fratello” , insomma ho sofferto parecchio nei suoi “attraversamenti”, empatia allo stato puro, ecco un altro bel pregio, poter sentire ogni parola come fosse tua, come se ti attraversasse il petto e poter piangere sciogliendo nodi e dolore perché senti tuo ogni nodo e dolore. Poi ecco le piccole mani di Chiara che si fanno casa e madre e vita e salvezza per “Fortunato, gattino postino” , Chiara alla quale vorresti affidare anche la custodia del tuo vecchio cuore ormai disincantato.

Nell’ultima parte del libro “attracchi” si arriva vicino a casa e si comincia a parlare in dialetto, già dalla banchina, appena la piccola imbarcazione si avvicina al molo.
Io non riesco ad apprezzare le poesie in dialetto, non so mai se la traduzione in italiano renda allo stesso modo, il dialetto è una lingua e come tale ha una sua anima nella quale puoi entrare solo conoscendone tutte le sfumature, ovviamente l’apparente difetto qui è da dividere a metà, è colpa del mio analfabetismo.
Mi affido alla traduzione e Matteo mi racconta la sua terra, si interroga e la interroga le chiede conto.
Questa terra aspra ed a tratti chiusa saprà tenerlo nuovamente con sé?
Matteo ora che sei grande dimmi, ci sei riuscito a fare il meridione?

       

  • Margherita Lollini:

Primo pregio

Parla direttamente del Sud. La poesia di Greco è costellata di immagini che richiamano istantaneamente e immediatamente il meridione. Sì, proprio il nostro meridione, senza equivoco alcuno, senza deleghe a spiegazioni topografiche: scelte di oggetti, nomi, immagini ci rimandano a questo e solamente a questo. Senza dubbi, il Sud rimane iscritto nel repertorio più profondo e segreto di ricordi che fanno parte degli occhi e della bocca del poeta.

Secondo pregio

La poesia di Greco è come la spuma del mare: senza essere grave, senza essere drammatica, essa è semplicemente, coerentemente, puramente poesia. Non c’è forma barocca, non c’è complessità inutile, non c’è orpello che si possa giustificare: c’è la levigatezza, la lievità, la chiarezza, che danno corpo e voce a una poetica schietta e libera, profondamente sentita eppure senza apici sentimentali che sconfinano nel cliché.

Terzo pregio

I versi di Greco ci sono vicini perché sono moderni, sono contemporanei e attuali, parlano la nostra lingua, possiamo capirli e possiamo ritrovarci in essi. Estemporanei, istantanei, quotidiani, divertenti persino, umoristici talvolta. In essi possiamo rinvenire tutte le sfumature della conversazione e dei temi che sono i più eclettici, riconoscendo in questo tratto un gusto e uno stile che preferiamo, come lettori smarcati da una visione aulica e formale dello scrivere poetico.

Un difetto

Se il lettore fosse in cerca di qualche risposta in termini esistenziali o filosofici della vicenda umana, Greco non fa per voi. Chi si arrovella a cercare reconditi significati e sensi oltre il detto per passione o attitudine, chi non si sa dar pace dell’inquietudine di vivere, certamente lo avvertiamo che forse qui dovrà sospendere le sue gravi riflessioni e abbandonarsi alla intelligente leggerezza di un poeta che si lascia apprezzare proprio in nome di questo.

  

  • Ivano Mugnaini:

1) La freschezza, la voce nitida di chi crede che la parola possa ancora cambiare il mondo, e rende la propria utopia viva, credibile, mutando di segno la sua natura intrinseca. Il coraggio, istintivo ma anche razionale, di guardare fatti ed eventi senza retorica ma anche senza farsi annientare da saggezze stanche e stantie che sanno di resa prima ancora di aver provato a combattere. Il coraggio di stupirsi per cose semplici (che non di rado sono quelle essenziali) espresse tramite un linguaggio che è lineare per scelta, per la consapevolezza che partire dalle basi permette sia di estendere il discorso, il senso e lo sguardo, sia di conservare il contatto con il suolo, intenso anche come terra, come humus.

2) Il secondo pregio è collegato al primo, ne è frutto ed estensione. L’assenza di posizioni preconcette consente di indagare temi fondamentali con una visione immediata, priva di filtri retorici e linguistici e di altri orpelli. C’è l’autenticità dell’osservazione e la volontà di trasmettere una sensazione il più possibile libera, primigenia. In quest’ottica anche l’assunto di base, quell’identificazione con la propria terra (geografia del modo di vivere, pensare e sentire) sfugge agli schemi consolidati dell’orgoglio delle radici o della rivendicazione sociale, e diventa percorso personale, quasi un racconto della propria vicenda, sempre a metà strada tra desiderio di fuga e consapevolezza della necessità dell’impegno, o meglio della coerenza nei confronti di ciò di cui realmente si è fatti, le molecole autentiche che identificano una persona, prima ancora che un un poeta.

3) Il terzo pregio è la mancanza di paura. Se avessi detto l’incoscienza qualcuno avrebbe potuto pensare che è questo il difetto. O magari qualche altro lettore avrebbe detto che questa è la vera dote, quella che le riassume tutte. E avrebbero avuto ragione i secondi. L’incoscienza è un pregio di rilievo tutt’altro che scarso, se unita, come accade qui, ad una coscienza che a tratti soccorre, getta in mare la scialuppa e salva tutti dal mare del bathos, dalle profondità oscure non desiderate. Matteo Greco parla di Paolo Borsellino, e poco oltre, di un “gattino postino”, evoca la (r)esistenza e pochi versi dopo le luci di Natale. Interiorizza, rivisita, racconta di sé, per sé e per chi lo ascolta con quello stupore di cui si è detto, parola chiave: concede anche a chi non ha il dono del suo credere, del suo sperare, di vedere comunque colori più freschi e accesi: il rosso del sangue, il blu del mare, perfino l’oro delle luci. E quello che in altri contesti o in ambiti velati di retorica farebbe fuggire sdegnati qui incuriosisce e regala per qualche istante una visione rinnovata, quasi un’istantanea sospensione dell’incredulità che poi, in fondo, è il patrimonio dei bambini ma anche dei saggi. Prima dell’eterno ritorno dell’ironia salvifica.

Il difetto, come spesso accade, confina con i pregi e in esso sconfina. L’attenzione sulla prima persona, quell’io che domina e sovrasta tutto, quel porsi come termine di confronto e paragone, inizio e fine, funziona ma va dosato con cura infinita e attenzione. Dire che si è un’intera terra, un mondo, implica allo stesso tempo la forza di un’espressione collettiva, ma anche il rischio di andare oltre, di perdere di vista la vastità infinita delle esperienze diverse, le condizioni che cambiano, come i tempi, gli eventi, i termini di confronto e di paragone. Il passaggio dal proprio mondo individuale a quello del mondo tout court richiede graduali e lenti processi di accostamento, come un vascello che si avvicina ad un molo trafficato. Ma già in questo libro ci sono segni di tali manovre di approccio. Di sicuro non vengono e non verranno vanificati tutti i viaggi compiuti dall’autore in questo libro con occhi aperti a osservazioni e incontri ancora da riferire, con la stessa accattivante capacità di vivere e comunicare stupore.

         

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