Rubrica tre pregi e un difetto. Su “Il peso del paradiso” di Sergio Maria Serraiotto

ADELA SEQUEYRO

Rubrica tre pregi e un difetto. Su “Il peso del paradiso” di Sergio Maria Serraiotto.

       

    

Questo mese la rubrica  “Tre pregi e un difetto” ospita Sergio Maria Serraiotto e il suo “IL peso del paradiso”. 

Commentano il libro, evidenziando pregi e difetti: Natalia Bondarenko, Miriam Bruni, Paolo Polvani e Enzo Santese.  

    

su “Il peso del paradiso” di Sergio Maria Serraiotto, Lietocolle Ed. 2015.

    

  • Natalia Bondarenko:

Ho il privilegio di conoscere Sergio Serraiotto personalmente, perciò sono riuscita a sorprendermi nel momento in cui questo ‘gigante buono’,  di poche parole e di una freddezza apparente,  è riuscito a ‘produrre’ (mi scuso per il verbo) un libro di  grande valore sentimentale.
Sarebbe questa sorpresa a risultare il primo pregio. Sergio Serraiotto non scrive soltanto d’amore. Il suo pensiero finisce con il toccare temi inattesi come la Grande Guerra (Quota 1331, Monte Grappa), l’orrore della Shoah (La casa delle bambole) e anche recenti tragedie (Mc Gaza) in modo sorprendente, che però non stona in nessun caso con il contenuto dell’intero libro. È come se fossimo lì, a sfogliare il quotidiano in un bar dalla prima pagina all’ultima, iniziando dalla politica e finendo negli annunci dei funerali locali. Ci sta tutto perché l’autore riesce a parlare di molte cose con una profondità sentimentale disarmante e unica.

Sergio Serraiotto non è un poeta lirico anche se crede di esserlo. Piuttosto usa tutti i canoni della liricità volgendoli a suo favore, sdogana ogni tanto i suoi confini e cerca di ridisegnarne di nuovo con un linguaggio fresco e contemporaneo.

…Ieri ho fatto uscire di casa l’amore,
sono rimasto solo,
con il caffè tra le dita
in attesa di scrivere qualche bugia.
Invece,
ho riempito il cestino
con inutili verità quotidiane.
L’amore poi è tornato
a leccare latte dal piattino,
l’ho sentito starnutire…




Le sue poesie sono immediatamente accessibili e riconoscibili, gli aggettivi che usa sono utili e necessari. Non so se si possa parlare di una liricità esistenziale, ma la sua poesia non ti stanca mai e non ti delude perché essere onesti, per Sergio, nonostante tutto (e tutti), significa esistere.

Il terzo pregio, indubbiamente, è l’ironia e l’autoironia. A piccole dosi, ogni tanto, quel poco che basta e che serve, un distillato di grappa pregiata come quella, di Bassano, la città da dove proviene Serraiotto. Lui è dissacrante con se stesso, con la realtà e la filosofia del suo vivere; con cinque righe riesce dire tutto e anche di più:

Sto bene
perché
ho imparato a bastarmi.
Sembra poco,
ma è tutto qua.

Un difetto? Non serviva cercarlo a lungo: la copertina del libro risulta completamente estranea alle poesie che andrete a leggere. Le valige, i treni… Il viavai metropolitano c’entra poco con la vita di provincia così cara all’autore compresa qualche espressione dialettale usata in qualche poesia in modo del tutto spontaneo: le osterie, le bevute con gli amici, la quotidianità quotidiana ai piedi del Monte Grappa sono il suo habitat naturale, anche se il posto più frequentato da Serraiotto è il cuore che non sarà mai così grigio come la copertina di questo bellissimo libro.

    

  • Miriam Bruni:

Sergio Serraiotto ci offre spremute d’anima, ricordi, bilanci di vita, considerazioni. L’onestà che innerva il libro mi pare il primo pregio da sottolineare, soprattutto lì dove essere sinceri coincide col nominare mancanze, sconfitte, toccare tasti dolenti.

Ti ho persa quel giorno / che pioveva col sole (p.19) Il conto delle utopie / l’ho pagato a caro prezzo (p.40) L’orologio appeso alla parete / s’è stancato d’osservarmi. (p.41) In me / c’è solo un posto libero, / quello della felicità inattesa. (p.46) C’è sempre un amore da srotolare, / fino alla fine, fino al dolore. (p.53) Questa mia vita scompiuta / è impalpabile (p.54)

Su questa linea la poesia a mio avviso più forte e significativa è “Imperfetta-mente”.

Qui
steso sul letto
ricoperto di foglie di tiglio,
sembro un tronco contorto d’ulivo.
Sotto di me ricci appuntiti
impediscono il riposo,
la carne marcisce al contatto –
una stigmate per ogni menzogna.
Dalle mie estremità
escono rametti di paglia,
dentro sono più vuoto
di uno spaventapasseri.
Dentro – manco di senso.

Se in un primo momento questa raccolta poteva apparire molto accessibile, di rapida e facile lettura – davvero priva di fronzoli ammicanti!- devo però ammettere che al secondo e terzo giro questi testi – visti anche nel loro insieme – acquistano un spessore diverso: viene da porre e porsi domande, da inciampare un pò, restare perplessi, o provare empatia: secondo pregio! Come una tavola apparecchiata con semplicità ma su cui poggiano piatti cucinati col cuore. (Benvenuto lettore, accomodati!) Anche il lessico, perlopiù colloquiale e ordinario, cattura qui e là l’attenzione con termini dal sapore inedito, gustoso. Ad esempio lì dove aggiunge particelle privative a “esigente” e “compiuta” dando luogo a termini originali, sopra cui l’orecchio e la mente non possono non soffermarsi: inesigente e scompiuta…

“Sapessi almeno dov’è il mio est, m’incamminerei verso il (ri)sorgere quotidiano” (p.54) Ecco il terzo pregio, per quel che mi riguarda: l’esistenzalità e l’essenzialità dei temi, impreziositi anche da due suggestive e affatto semplici poesie di Cé Mendizabal, come a suggerire che la vita di ciascuno è avvolta in un velo di mistero, a volte drammatico, a volte suadente…

Un passaggio che mi ha subito colpito è l’immagine di “Sergio nella bottiglia” (p.38), molto icastica e diretta ma anche paradossale, forse per questo così poetica ai miei occhi.
“gettate un sasso / chi la rompe – vince” continua l’io narrante, quasi che finire scolato in un tombino possa essere comunque preferibile al restare prigioniero, isolato, o come dirà più avanti “ovattato”. (e regalami un’ipotesi contraria / a come sono – / bianco, /ovattato, / nullo. p.75)
Un’altra poesia sintomatica di questo filone e che sottopongo volentieri alla vostra attenzione è quella di pag.78:

Sì,
che ai primi raggi
scintilla la neve sulle montagne.

che è piacevole il tepore dentro casa
guardando le lacrime gelate sui vetri.
Sì.
Ora però,
che non ci sei più
vivo di solitudine,
cercandomi gli occhi
caduti qui, da qualche parte,
in mezzo ai ricordi.
E sì,
non è poco tutto questo niente.

Quello di cui ho avvertito una certa “mancanza” è quella “ricerca sul suono e sul linguaggio” a me personalmente molto cara e che però, forse, nell’idea e nella poetica di Serraiotto vuole intenzionalmente risultare “secondaria rispetto alla ricerca sul senso” – come sottolinea anche Guido Capuani nella prefazione –
Ogni autore porta con sè e porge nel modo che gli è più congeniale la propria sensibilità e vicenda. Ringrazio dunque Versante Ripido per l’invito a leggere e commentare questo libro, e Sergio per averlo composto e pubblicato!

   

  • Paolo Polvani:

Il primo pregio significativo di questo libro è il titolo. L’idea del paradiso viene istintivamente associata a sensazioni positive, a visioni che sconfinano nell’idillio, non si discostano dal margine dell’estasi. Ma qui la parola “peso” ne ribalta la classificazione stereotipata, insinua il dubbio che il paradiso abbia un prezzo, possa costituire anche un peso, che il suo percorso di avvicinamento sia cosparso di trappole e di insidie, sia tutto in salita, spalanchi la porta al dolore e alla nostalgia. E infatti lo sviluppo poetico è tutta una narrazione dei lividi che sbattere negli spigoli della vita comporta.

Secondo pregio è una sincerità che rasenta l’eccesso:

Guardami ora che sono nudo
che, come un acrobata, mi aggrappo alle corde per non cadere
che mi sono abituato ai margini della tua bocca chiusa…

in una delle composizioni più struggenti e più riuscite dell’intera raccolta, o anche la nuda semplicità di questo attacco: – Sono Sergio / Sergio nella bottiglia…- oppure questi versi, nei quali risuona una desolata eco: – ora, / grazie a te / ho ruvido anche il cuore.- Oppure la poesia che chiude la raccolta:

Non prendertela a male.
Lo sai,
i poeti sono monotoni,
vergano risme di carta
sempre con lo stesso cuore,
con la stessa pena,
con la stessa sconfitta.

Terzo pregio è uno spirare leggero di poesia. Capita spesso che nel passeggiare tra i versi di un libro si accendano le luci sulle tematiche, sullo stile, sul messaggio che ci pare di cogliere, e si trascuri quello che tiene insieme un libro e ne costituisce la genesi e il senso: il soffio della poesia.

Che qui si avverte in maniera diffusa, è una brezza, un venticello che accompagna il lettore lungo lo snodarsi dei versi: – nell’alfabeto dei miei silenzi / rosso è il colore che conosce la croce. –

Soprattutto in alcune composizioni in cui uno sguardo affettuoso e malinconicamente ironico allestisce un piccolo teatrino del quotidianio, come nella poesia Un vecchio:

Anche il vento ti scherza da dietro
facendo volare il giornale
oltre la grata, sui binari,
e gli ultimi capelli s‘alzano dritti
a rincorrerlo.

Il difetto: più che un difetto si tratta di mia personale idiosincrasia: le parentesi!
Non tante (per fortuna!), ma quelle che ci sono giocano a spezzare il ritmo e l’attenzione.

    

  • Enzo Santese:

Nella prima raccolta (“Il negozio delle lacrime usate”, Samuele editore, 2012) Sergio Maria Serraiotto si crogiola nel labirinto della metafora, utilizzandola come antidoto a quelle punte ispide del vivere, che generano nella sua riflessione il ritmo anestetico della malinconia.

Ora invece le settantadue poesie della silloge “Il peso del Paradiso”, sono caratterizzate da un’espressione più immediata e, a volte, mutuata dal parlato senza nulla togliere alla specificità poetica. Così in composizioni eterogenee per umore interno e intonazione emotiva, l’autore veneto conferma l’efficacia di una vena creativa che si ripiega sul personale, sul dato biografico, per allargare poi lo sguardo critico sulla realtà circostante, nella quale si intrecciano comunicazioni, si combinano sentimenti, si confrontano idee.

Il libro è costituito da vari frammenti che si saldano peraltro in un mosaico sommosso da diversi stati d’animo, da differenti perni generatori di una poesia che non indugia sul fine seduttivo della forma, ma si sostanzia di un registro espressivo portato anche al calore colloquiale. Il titolo allude al Paradiso non come a un sito della trascendenza, ma a una situazione metaforica di benessere che il singolo raggiunge, il più delle volte, attraversando prima i territori della sofferenza. Non è un caso che il precedente volume del poeta fosse “Il negozio delle lacrime usate”, una sorta di discount dove “acquisire” i tormenti inevitabili e necessari al successivo riscatto di serenità.

In Sergio Maria Serraiotto sorprende comunque il contrasto tra la carica umana, innervata dal piacere vivo di immergersi con tutti i sensi nella realtà, e l’attitudine a un ripiegamento interiore a tratti tormentoso.

      

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