Lo schermo d’argento. Poesia al cinema di L.V. Stein: Eternal sunshine

'Tina (omaggio a Tina Modotti)', olio su carta da pacchi, 2008_risultato

Lo schermo d’argento. Poesia al cinema di L.V. Stein: Eternal sunshine

 

Esiste una poesia del settecento che si trova ad un solo grado di separazione da un film degli anni duemila.
“Eloisa to Abelard”, del poeta inglese Alexander Pope, pubblicata nel 1717, è una lunga lettera in versi in cui Eloisa si rivolge all’amato, anni dopo la loro forzata e irreparabile separazione.
Ora che sono sempre lontani, di quell’amore le restano solo le parole, le sue, con le quali si ostinerà a ricordare – a loro per primi, e al resto del mondo, nel tempo – la devastante forza di un amore, e insieme il rimpianto feroce di un desiderio inestinguibile, e impossibile.
Eloisa si ribella. Non accetta la punizione che le è stata inflitta, quella vita monastica che l’ha strappata per sempre all’uomo che ama. Non si rassegna. Non è capace di dimenticare. Le preghiere non placano il desiderio.
Allora invoca l’oblio. Il sublime dono della dimenticanza, che conduce alla beatitudine.

“Com’è felice il destino della vestale senza colpa!
Del mondo dimentica, dal mondo dimenticata.
Eterno splendore della mente immacolata!
Ogni preghiera accettata e ogni desiderio rassegnato.”

 

Quasi trecento anni dopo, nel 2004, due geni visionari, attorno a questi versi ci costruiscono un film, con Jim Carrey e Kate Winslet, due attori famosissimi, ma atipici, al tempo stesso dentro e fuori dallo star system.


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L’oblio salva. Su questo si basa l’intuizione di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, regia di Michel Gondry, francese, musicista, autore di video musicali e pubblicitari, sceneggiatura di Charlie Kaufman, americano, già firma dello script di un altro film pazzo e acutissimo, “Essere John Malkovich”.

Il collegamento è semplice. La rimozione del ricordo. Quante volte dopo un amore finito ci siamo augurati di dimenticarcelo al più presto. Si parte da qui. Da questo desiderio umano di tregua dal dolore. Al centro c’è una coppia “scoppiata” e la possibilità di cancellare dalla mente i ricordi, affidata ad una ditta specializzata dal nome emblematico di “Lacuna”. Quindi, i due (e non solo loro) sceglieranno di cancellarsi, ma.

E’ da quel “ma” che nasce un intreccio perfettamente articolato, ricco di dialoghi raffinati e ironici. Insomma, un gioiello, un po’ fantascienza, un po’ commedia romantica, colto, filosofico, ma senza prendersi mai troppo sul serio – i versi di Pope, oltre che nel titolo, sono esplicitamente citati in una scena esilarante, dove con dolcissima ignoranza Alexander Pope viene scambiato con Pope Alexander.

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I titolisti italiani, non sapendo resistere alla tentazione della banalità, hanno trasformato il titolo originale (troppo lungo? troppo colto? troppo antico? troppo poetico?) in “Se mi lasci ti cancello”. Così, all’apparenza, il film è l’ennesima sciocca commedia americana. Ma pubblico e critica se ne sono accorti e hanno riconosciuto in fretta uno dei film più belli degli anni duemila.

Alla fine, in amore, l’oblio perde.
L’invocazione di Eloisa alla dimenticanza, è solo retorica. Cosa sarebbe rimasto di lei se avesse abbandonato la sua passione. Se non avesse subito per sempre la tortura del desiderio. E la consapevolezza della sua completa irrealizzazione.
Alla fine, è il tormento dell’amore che ci definisce. Sopra ogni cosa, siamo grumi di passione.
Destinati a ripetere tutti i nostri errori, con meravigliosa tenacia.

                       

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