Rubrica poesia dal mondo, puntata a cura di Luca Ariano: Golan Haji

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Rubrica poesia dal mondo, puntata a cura di Luca Ariano: Golan Haji.

   

     

Questo mese proponiamo Golan Haji con alcune poesia tratte da “L’autunno, qui, è magico e immenso”, libro tradotto dall’arabo da Patrizia Zanelli e curato da Costanza Ferrini (edito con licenza Creative Commons by-nC che può essere scaricato in versione elettronica su www.sirente.it). Molto interessante il saggio di Giacomo Trinci così come l’introduzione di Costanza Ferrini che introduce il giovane poeta (1977) così: “Golan Haji, poeta, traduttore in inglese, medico patologo. La sua lingua madre e il curdo, ma compone le sue poesie in arabo, e talvolta le traduce in inglese. Ha abbandonato Damasco nel 2011. Nella sua poesia si trova l’epica, l’eco dell’antica versificazione araba, la mistica, il mito, insieme alla poesia contemporanea di tutti i paesi, di cui si nutre.” In effetti leggendo i versi di Haji, subito sentiamo che il poeta siriano è molto legato alla tradizione, pur essendo attualissimo per tematiche e stile: “ […] Ci vestiremo come i ciechi, / mentre le rughe che il dolore alleva / con gli artigli dalle viscere / si affollano agli angoli della bocca / e degli occhi: / non v’è posto che il tuo viso.” Poesia con folgoranti squarci lirici che denotato una notevole maturità, un linguaggio colto ma mai artefatto o costruito: “ […] Quante volte son rimasto a fissare il cellulare / come uno schiavo supplicante dinanzi al negriero sordo, / aspettando il suo squillo illuminato, / un messaggio o una voce / che mi sollevasse o riducesse al silenzio. / Mi portino pure all’inferno. / Ci vado io con le mie stesse gambe! / Non per vantarmi ma per riposare e guarire.” In questi versi evidente il richiamo all’attualità, alla contemporaneità, di un poeta che non ha certo paura di descrivere la realtà che lo circonda, poesia che l’ha costretto all’esilio dalla Siria. L.A.

   

Dicevi: “L’universo è più accoglienteimage1
d’una tomba.
Amo chi non conosce i propri avi.
Tutto è sospetto e io son guardingo per natura”.
Non temere nulla.
Il tuo cuore ti vede
e la carezza è un’onda da non trattenere in mano.
Ti voglio ascoltare:
i sussurri erano il sentiero dell’urlo,
e la palpitazione una parola
come una talpa nel polso.
Non avere paura.
Chi bussa alla porta con la pietra
del proprio anello
è un ospite che ravviverà questa casa.

 

***

Mucchi di fiori bianchi sul marciapiede
e mucchi di parole nel petto.
Come un uccellino di strada
attraversi un angusto e vivo presente.
Su un lato della via torreggiano i rovi
verdi, con le corone viola
che si tramuteranno in oro,
come quando han bucato una gomma
della bicicletta e staccato un filo
della cinta ricamata di tua sorella.
Dietro i rami i morti si fan la barba
e una nube di fumo tremola
come acqua percorsa da un brivido profondo.

***

Un pesciolino rosso come il frutto
del sommacco saltella tra le spighe.
La lapide è una porta con uno specchietto al centro.
Il vento sfoglia un piccolo Corano
nero che dispiega le ali sul terreno.
Un bimbo sta davanti alla porta stretta,
mela in mano
nocciole e uvetta nelle tasche,
ma nello specchio solo una nube distante.

                       

Daniele Pezzoli, "Stazione"
Daniele Pezzoli, “Stazione”

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