Rubrica poesia dal mondo, puntata a cura di Anna Belozorovitch: Kazimir Malevič

felicia browne, schizzo di case di un villaggio con alberi e campagna sullo sfondo, data sconosciuto

Rubrica poesia dal mondo, puntata a cura di Anna Belozorovitch: le radici-dita di Kazimir Malevič.

 

     

Non è un fatto noto che Kazimir Malevič, autore del celebre Quadrato nero (1915), sia stato anche poeta. Composti tra il 1909 e la metà degli anni ’20, i testi poetici di Malevič sono sorti senza l’intento di costituire una vera e propria raccolta poetica ma più come cronaca di un pensiero in continua evoluzione. Attraversano diverse fasi stilistiche, dalla composizione descrittiva alla sperimentazione futurista, dalla leggerezza di uno haiku sino alla densità dei brani più estesi che esplorano la filosofia Suprematista, fondata dall’artista stesso. Il linguaggio poetico di Malevič rivela una percezione mistica del proprio ruolo di artista: molti componimenti presentano forti risonanze di passaggi del Vecchio Testamento e della simbologia massonica.

Molto spazio è dedicato alla natura, espressione del Divino, entità ora accogliente ora distruttrice alla quale Malevič spesso rivolge un discorso diretto. La riflessione in chiave mistica sulla natura riflette una tendenza dell’epoca non soltanto in Russia ma anche in Europa[1]. Se da una parte il futurismo esaltava il dominio dell’uomo sulla natura attraverso il progresso tecnologico, dall’altra parte il Cristianesimo «non aveva eliminato la poetica religione della natura, la certezza che nell’universo tutto fosse stato creato per l’uomo»[2]. È evidente che Malevič fosse molto interessato da questa tensione.

Il testo Perché dal loculo del mio nucleo, scritto a metà degli anni 1910[3], ruota attorno a un dubbio straziante: se l’uomo è duplice – buono e cattivo, senza che nessuno dei due volti prevalga – allora anche la forza che lo ha creato deve essere altrettanto ambigua. Specularmente, se la forza creatrice è al contempo fonte di dolore e distruzione, è inevitabile che essere distruttivo sia anche destino dell’uomo. La soluzione è, in entrambi i casi, quella di allontanarsi dall’entità cui Malevič si rivolge; cercare il superamento del rapporto tra creatore e creatura.

Molto affascinante e per certi versi diverso da tutti gli altri testi è Hanno portato la legna, datato all’anno 1917, che si caratterizza per una chiara sequenza narrativa. Sembra per certi versi voler raffigurare lo scontro tra Uomo e Natura, proponendo una serie di opposizioni binarie (semantiche, grammaticali), rivelando un tentativo di destabilizzare la capacità di giudizio del lettore[4]. Il punto di vista, infatti, cambia più volte nel corso del racconto, il quale ora privilegia il desiderio di vita dell’albero, ora l’utilità che ne deriva per gli uomini. Nell’uomo «scaltro» che sconfigge l’albero, ottiene il fuoco, sparge le ceneri sui campi, può essere riconosciuto un richiamo a Prometeo, distruttore del vecchio[5].

Tuttavia, protagonista indiscusso del testo è proprio l’albero, anche a causa dello straordinario grado di parentela che sembra avere con l’uomo. Lo confermano le abbondanti descrizioni degli stati emotivi dell’albero, ma anche l’antropomorfizzazione del suo tronco puntualmente chiamato «corpo», che risponde alla tradizione linguistica largamente diffusa di utilizzare lo schema corporeo per la descrizione delle piante[6]. La sua “umanità”, tuttavia, è concentrata soprattutto nell’immagine delle radici-dita che si tengono al suolo: quelle dita alla base delle quali gli uomini con l’ascia, silenziosamente, segheranno. Non è la prima volta che questa metafora appare: se qui le radici sono paragonate a dita, la poesia Perché dal loculo del mio nucleo si chiude con dita umane che si aggrappano al suolo come fossero radici.

Hanno portato la legna è anche una “poesia tragica” nella definizione aristotelica del termine: composta in maniera drammatica attorno a «un’azione sola, intera e compiuta, con un inizio, un mezzo e una fine», procura piacere nella sua completezza e unità[7]. Nella stessa scena nella quale noi lettori conosciamo l’albero, impariamo a soffrire e commuoverci per lui, realizziamo l’inevitabilità del suo destino; attraverso il proprio destino tragico l’albero diventa tutto ciò che di lui ricorderemo.

Malevič, voce narrante, sarà anche fruitore della legna. L’artista prenderà in mano l’ascia e spezzerà ulteriormente il “corpo” portatogli, così come, d’altronde, già desidera fare con le forme tramite la pittura. Nell’abitazione calda, si sente fiero e vittorioso. Ma l’ombra del sacrificio non svanisce e il terrore primitivo di quell’albero che sperava nella sopravvivenza e cercava risposte nell’azzurro dei cieli continua a lanciare richiami alla dimensione più intima del lettore.

Entrambi i testi parlano di un cambiamento, sofferto e necessario, drammatico e glorioso. Le radici non sono mai elementi passivi, prolungamenti rigidi di un corpo statico, ma al contrario costituiscono il punto di partenza di un possibile destino, il nucleo una scelta drastica. Alle radici si può rinunciare ma non è meno doloroso di quanto sarebbe rinunciare alle dita. Tuttavia, quando le dita non sono più libere di staccarsi da ciò che trattiene l’individuo dall’avanzare, allora la scelta è dovuta. A.B.

___________________

[1]   Gli Inni di Apollon Grigor’ev, usciti nel 1915, sono stati oggetto di molta attenzione in Russia. Se ne sarebbe interessato anche Aleksandr Blok. Ma Il tema della grandezza della Natura è presente anche negli Inni della notte di Novalis, le odi di Victor Hugo, le poesie “oscure” di Tjutčev e Fet (Turčin V. S., “Metamorfozy form u Maleviča” in: Idem, Obraz Dvadcatogo… v Prošlom i nastojaščem, Moskva, Progress-Tradicia, 2003).
[2]   Alpatov M., Le icone russe: problemi di storia e d’interpretazione artistica, Torino, Einaudi, 1976, p.257.
[3]   Šatskich A. S., “Kommentarii i primečanija”, in: K. S. Malevič, Proizvedenija raznych let: stat’i, traktaty, manifesty i deklaracii, proekty, lekcii, zapisi i zametki, poėzija, a cura di A. S. Šatskich, Moskva, Gileja, 2004, p.571.
[4]   Marinova M., “Malevich’s Poetry: a ‘Wooden Bicycle against a Background of Masterpiece’?”, in: Slavic and East European Journal (SEEJ), Vol. 48, n° 4, 2004, p.583-6.
[5]   La figura di Prometeo viene spesso menzionata dagli studiosi di Malevič. Secondo Pardta (Padrta J., “Le monde en tant que sans-objet ou le repos éternel. Essai sur la précarité d’un projet humaniste” in: J-C. Marcadé (a cura di), Malévitch Cahier 1, Recueil d’essais sur l’oeuvre et la pensée de K. S. Malévitch, Lausanne, L’Age d’Homme, 1983, p.135), il parallelismo è possibile nell’ambizione a diventare un Dio-creatore. Ma, nota, questa ambizione appartiene alla giovinezza dell’artista. L’insieme dei testi di Malevič mostra che questa immagine di sé cambia nel tempo.
[6]   Cardona G. R., I sei lati del mondo. Linguaggio ed esperienza, Roma-Bari, Laterza, 2006.p.57.
[7]   Aristotele, Poetica, Roma-Bari, Laterza, 2011, p.53.

***

Kazimir Severinovič Malevič (Kiev, 23 febbraio 1878 – Leningrado, 15 maggio 1935) è stato pittore, teorico dell’arte, scrittore, scenografo. Pioniere dell’arte geometrica astratta, nel 1912 definisce la propria pittura “Cubo-futurista”, mentre nel 1915 fonda il Suprematismo, di cui sono espressione i celebri Quadrato nero (1915) e Bianco su bianco (1918). Con il Suprematismo l’artista auspica il superamento delle forme, puntando a un’arte che attraverso la sensibilità umana arrivi ad essere “espressione pura senza rappresentazione”.
Poco conosciuti al pubblico sono i suoi testi poetici, composti tra il 1909 e la metà degli anni ’20. I testi sono stati pubblicati per la prima volta in lingua russa nel volume K. Malevič, Poezija, a cura di Aleksandra Šatskich, Epifanija, Moskva 2000. Le traduzioni proposte sono parte del volume Kazimir Malevič, Poesia, cura e traduzione di Anna Belozorovitch, Lithos Editrice, Roma 2015, pubblicato con il sostegno economico di The Malevich Society, New York.

    

“ДРОВА ПРИВЕЗЛИ”

Взяли пилы топоры веревки, и пошли войною
На леса. Вошли одетые подпоясанные,
И распоясались и разделись размеряли тело леса.
Зарубили пометки на старших
И молча подходили к дереву люди и у самоих пальцев
Корней начали пилить. Молча переносило дерево
боль свою, и смотрело в синий простор.
            Оно имело надежду на свои сучья и корни.
Оно думало, что никто не вырвет его с земли.
И стихийным бурям противостанут ветви,
и защитят ствол его.
            Для этого с каждым годом рождало все новые
и новые сучья.
            Ждало бури, а потому глубоко вошли его корни.
И вдруг незаметно в тихий солнечный день,
подошел человек, с ужасной пилой, и спилил
дерево. Закинул веревку и повалил огромное тело
к ногам своим.
            Так победил дерево хитрый человек и из тела
срубил себе защиту, добыл огонь и пепел использовал в поля
для овощей.
            Вспомнить о дереве побудил меня стук в дверь
дрова привезли“.
            Вышли посмотрели куски тела.
Взял топор колун и эти куски дробил, куски еще боролись
держали крепко тело свое не хотели без боя сдавать ни куска.
            Но руки мои вгоняли все больше и дальше
железо-колун и распалось в щепы полено
            Так гордый с победой вошел в жилище
свое нагретое деревом.

*

“HANNO PORTATO LA LEGNA”

Presero seghe asce corde, andarono in guerra
Contro il bosco. Entrarono vestiti e con cinture strette,
E le allentarono e si svestirono il corpo del bosco misuravano.
Con le asce segnarono gli anziani
E in silenzio gli uomini s’avvicinavano all’albero e proprio sotto le dita
Radici iniziarono a segare. L’albero sopportava in silenzio
Il proprio dolore, e guardava nello sconfinato blu.
            Sperava nei suoi rami e nelle sue radici.
Pensava che nessuno l’avrebbe strappato dalla terra.
E a tempeste violente si sarebbero opposti i rami
avrebbero protetto il tronco.
Per questo sempre nuovi rami generava
anno dopo anno.
            Si preparava alla tempesta, perciò le sue radici s’erano spinte in profondità.
Ma inavvertitamente in una serena giornata di sole
s’avvicinò l’uomo, con una lama spaventosa, e segò via
l’albero. Lanciò la corda e rovesciò ai propri piedi
l’enorme corpo.
            Fu così che l’uomo scaltro vinse sull’albero e col cadavere
si costruì il riparo, ottenne il fuoco, sparse la cenere nei campi
per la verdura.
            L’albero m’è venuto in mente sentendo i colpi alla porta
hanno portato la legna”.
            Siamo usciti abbiamo guardato i pezzi di corpo.
Ho preso l’ascia col cuneo e ho colpito, i pezzi ancora si dibattevano
tenevano stretto il loro corpo non volevano darla vinta senza resistenza.
            Ma le mie mani hanno spinto ancora, più in profondità
il ferro il cuneo e il ceppo s’è disfatto in schegge
            Così fiero della vittoria sono rientrato nella mia abitazione
scaldata dal legno.

***

Почему из склепа средины моей
Подымается пламя доброты и ласки
К каждому прорвавшемуся, и простершему руки и ветви к низу бездонных глубин
            Почему все устремляется из твердыни
и в одно и то же время цепко корнями
держится земли, ты ли убегающее
не смело, или же пустить тебя
не хочет нечто.
            Почему я обуян добротою, тогда
когда суть моя состоит из зла [и добра]
            Почему все из тебя выходящие
стремятся к убийству
если это твой мудрый закон
то почему ты в одно и то же время
защитным цветом прикрываешь
            Значит ты мудрый и злой
защищаешь его, жалеешь, значит в тебе
та же доброта, что и во мне
Ведь я тоже из тебя как и все
Ведь ты меня создал из трупов
Ради меня убив их тело.

            Я из ряда убийств
Но как выдти мне в то что
мне принадлежит, как очистить себя
от награбленного. Ведь я часть
награбленного.
Добро и зло составляют две половины
мои, также как и ты состоишь
и почему всегда раздор во мне
и война неустанна, когда же победа
будет, и что должно победить
Кому принадлежит корона бытия
Да Ты меня создал из ряда
убитых за их счет ты построил меня
            Но я возстаю, и хочу выдти к
самому себе чистому прозрачному
и когда очищу себя, то убью зло.
Мне не нужны тропинки про
топтаны мною, я буду ничем
и не будет желудка и не будет
зубов.
Я не посягну на тебя мой брат
ибо одинаково бежим, но зачем
ты глубоко держишь корни.
Отрежь пальцы пусть останутся
Тебе нечего держаться.

*

Perché dal loculo del mio nucleo
S’alza una fiamma di bontà e tenerezza
Verso ognuno che si è fatto strada, e ha allungato
le braccia e i rami verso abissi senza fondo
            Perché tutto è proteso fuori dalla rigidità
ma al contempo con tenacia si aggrappa
con le radici al suolo, o fuggi con indecisione
o tutto è contrario alla tua
fuga.
            Perché sono invaso da bontà, se
il male [e il bene] è nella mia essenza
            Perché tutti quelli che da te provengono
sono portati a uccidere
se è questa la tua legge saggia
perché allora allo stesso tempo
celi sotto il colore mimetico
            Allora tu sei saggio e malvagio
lo proteggi, lo consoli, allora in te
c’è la stessa bontà che in me
Perché come tutti provengo da te
Perché con cadaveri mi hai creato
Dopo averne ucciso il corpo per me.

            Io sono uno della serie di omicidi
Ma come uscirne verso quanto
mi appartiene, come ripulirmi
da questo bottino. Sono
io stesso parte del bottino.
Il bene e il male sono due metà
di me, tu pure sei così composto
e perché c’è sempre in me la sfida
e la guerra è incessante, a quando infine
una vittoria e quale parte dovrà vincere
A chi appartiene la corona della vita
Si Tu mi hai creato da una serie
di uccisi e a spese loro hai costruito me
            Ma mi ribello, e voglio andare incontro
a un me pulito trasparente
e quando mi sarò purificato, ucciderò il male.
Non ho bisogno di sentieri
già da me tracciati, io sarò nulla
e non ci sarà uno stomaco, non ci saranno
denti.
Fratello mio, non sono una minaccia
corriamo entrambi allo stesso modo, ma perché
affondi le radici in profondità.
Taglia le dita che restino lì
Non hai motivo d’aggrapparti.

                     

felicia browne, schizzo di case con una albero dai rami spogli in primo piano, c. 1929 - in apertura schizzo di case di un villaggio con alberi e campagna sullo sfondo, data sconosciuta
felicia browne, schizzo di case con una albero dai rami spogli in primo piano, c. 1929 – in apertura schizzo di case di un villaggio con alberi e campagna sullo sfondo, data sconosciuta

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