Sacro e profano, poemetto inedito di Gabriele Via

Sergio Leone, C'era una volta in America_due_risultato

Sacro e profano, poemetto inedito (maggio 2015, composto per Versante Ripido) di Gabriele Via.

   

  

Gabriele Via scrive versi, non appartiene a nessun gruppo, nessuna corrente, nessuna accademia.
La sua scrittura nasce nel tempo storico. (Ha conosciuto in gioventù Roberto Roversi ed Elio Pecora), e il dialogo con la generazione dei padri lo ha formato, semplicemente.
Tuttavia la ricerca del nostro poeta tende ad ampi spazi e si dedica al tempo, oltre che in senso storico e scientifico, in chiave filosofica, teoretica, teologica, simbolica e astrologica.
La poesia che si delinea negli ultimi dieci anni (è quasi terminato un lavoro di organizzazione del libro che ne renderà giustizia) conduce lungo una sintesi espressiva; è un cammino spirituale di un artista libero che si muove con verità e dignità di belva ferita fra diverse discipline specifiche da cui il verso si distilla come quinta essenza.
A Bologna cura le iniziative letterarie dell’associazione culturale ABC.

*

Sacro e profano: sette gradini
una metafora: itinerario
filosofico tra simboli
materiali della luce.

Il recinto sacro stabilisce il luogo
di una seconda economia.

Come un sorriso, prima o dopo
la parola che viene:

Scrive il poeta: “Abbandonato
in questa dolina / Che ha il languore
Di un circo / Prima o dopo lo spettacolo”

Cosa succede quando dico sì?
(Il suo prima e il suo dopo:
novità di un ricordo. Celebriamo
il memoriale…)

Ogni giorno tutta l’economia
del cielo si risolve
su di un piccolo orto:
che piova, oppure no.
Ne va spesso del pane
e del potersi prendere cura
dei cari. E la pietà per cui
l’ospite e lo straniero sono sacri,
e amiamo ascoltare storie
di mondi lontani.

Cosa succede quando dico sì?

Ogni tanto incontri poi dei giovani
idioti ed entusiasti attorno a un vecchio
che allora vende a caro prezzo
la sua situazione e millanta
una raggiunta libertà: “a questa età”
dice costui “mi godo la libertà
di dire quello che mi va”. Non dice però
loro che vivere fino a quel punto
è seppellire gli altri. Prima uno o due,
poi una generazione e quindi un’altra…

Ho visto mia madre e mio padre
piangere sulla tomba di loro figlio.
E quindi ho poi pianto sulle loro.
Essere onesti vale più di ogni altra cosa.
Ma vale solo per chi cerca la verità,
col cuore. Il cuore è quella cosa
pronta a tutto per il bene.

Cosa succede quando dico sì?

La giovinezza è un ricordo.
Lo sanno tutti, tranne i giovani
che confondono spesso l’intuizione
per i confini estremi dell’universo,
o non sanno che intraprendere il viaggio
ti rivela proprio questa trasformata
comprensione. Allora per la prima volta
riassapori un adagio di un maestro antico;
certo lo conoscevi a memoria,
ma non ti diceva allora quel che ti rivela oggi.
“Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”.
La giovinezza è un ricordo.

Ma se un giorno andando per metafore
dovessimo entrare nella pioggia?

E l’acqua celeste si lascia andare,
permea dalla sfera madre su di noi;

E piove come meglio non potrebbe
pura, incondizionata, totale, resa.

Abituàti al cielo la chiamiamo
pioggia: la nostra memoria amniotica
la vede però come un movimento
di rarefazione. La pioggia è madre
di ogni filosofia. La sua sostanza
contiene Talete; il suo movimento
conduce ad Anassimandro, e ad Eraclito.

E, come la filosofia, dove manca
la si invoca, e dove viene
si aspetta che se ne vada via.

E abbiamo saputo dal genio ruvido
dei sogni che la pioggia è voluta venire
a toccare con mano la fede che non conosce:
qui dove la luce finisce,
e nascono le cose create;

perché mentre lei cade
i suoli figli già spuntano:
convinti di tornare oltre il cielo
fino al sole, una foglia per volta,
per smemorata velleità vegetale.

E la pioggia sparita in omogeneo mare
volta lo sguardo azzurro e si riconosce
come premio celeste di questo dimorare
che abbraccia in ogni modo la terra.

1)

Quel che conosco io di Dio

Quel che conosco io di Dio non viene
solo dai libri della Rivelazione;
o dalla luce naturale del sole;
e neppure dalla placenta umida
del vitello visto venire alla luce.
Non viene dalla parola di un amico,
dal silenzio o dal disvelarsi di un sogno.
Ma dal puro sgorgare dal cuore della Sua voce.

Così lo conosco non soltanto
nel petalo di rosa caro
ai comitati devoti a Maria;
non solo nella culla del fanciullo;
ma nel dolore di vene rotte
dentro la croce di carne del corpo;
e nello spaccarsi del guscio di noce;
nel languore di esilio del commiato;
nel respiro che gli anni si prendono
disegnando a pelle sulla faccia
l’abito nuovo della mia vecchia voce.

Perché verso la fine del libro ti è chiaro
che più di ogni altra cosa,
dove Dio si trova più a suo agio,
uscendo dalla sua casa che è il cuore,
è la voce. Dio è la voce.
Non una voce qualsiasi, ma la voce,
quella che ti parla e ti rivela…
Senza bisogno di niente altro.

La luce di uno sguardo, tanto bella,
prima che diventi un bacio perduto…
Lì nasce la voce che innamora il mondo.
Lì a Dio piace che tutto questo
prosegua in pieno mistero
che si manifesta e si sfugge,
rivelato e nascosto,
tra una palpebra e un deglutire appena.

2)

Liberazione (tu, noi, io)

Che lo capiate o non lo capiate
questo cuore sa solamente amare
le cose che non ci possiamo portare,
per questo incontrate come un urto
di luce buona sul pericolo
di vivere, che ci fa corpo e promessa
sul precipizio pratico della novità
del volto, che la buona educazione
meticolosa ha insegnato a tradire
tutto di un fiato e a norma di legge.

Ma se tu mi riconoscessi un giorno,
come l’acqua dolce di un fiume amico,
e volessi con me andare in quel lontano
prossimo e poi dimenticare
a memoria tutti i canti di Omero,
di Saffo e Catullo, raggiungeremmo
insieme il bacio salino del mare.

E da là ci volteremmo alla terra
senza alcun timore per il domani.

3)

Certo siamo tutti molto indaffarati, ma
la bellezza di alcuni papaveri
proni nel seno del fosso è un urlo.

Ha perso ogni pudore la piccola
strada di campagna ora nera e
percorsa da un mantello di catrame.

Solo i gatti, il languore della luna,
e la costante resa dei papaveri,
sono rimasti gli stessi, qui attorno;
solo lo schiaffo luminoso della bellezza.

Non il nostro punto cieco di aggancio;
non la corda lisa che ci impedisce
di volare. Non più le nostre arringhe
che rinnoviamo e cambiamo, secondo
dove tira il vento e le sue nere vele
spiegate all’orizzonte dei nostri occhi.

Tra l’identità e la differenza
la somiglianza la troviamo sempre là,
seduta al tavolino (mai lontana)
che si beve un caffè con la verità:
parlano, come amiche, e sanno entrambe
che ogni tuo pensare cerca il loro
mistero. Non fanno parte della troupe.
Ogni sera il regista le vede a cena,
sono sempre amiche di qualcuno.
E se per certuni sono tangibili,
per altri traspaiono in tutte le cose…
Ogni risultato dipende da loro,
eppure scambiare l’una per l’altra
costerà più di ogni altro spettacolo,
più di ogni altro cammino presto asfaltato.

4)

Qui è il nuovo cammino della vita

Scrisse il poeta, stando a galla,
che il cammino è sempre da ricominciare.
Ti sei chiesto allora dove ci avrebbe portati
la gaia scienza?

Tra queste luci, per l’opaco che ho veduto,
precipitate e dal mare assunte, in seno
fino a tenebre di porpora
e misterioso inchiostro,
io non posso credere che la morte
sia solo un sonno nel lume celeste
ma ammutolire.

Forse ci interroga la parola, vivace
e paga di non ottenere risposta
alla stessa temperatura del sangue
e formulata in una memoria pulsar
che viene ad essere vita, ancora.

Ora che il tempo cede la sua fede
al pomeriggio confesso delle cose, ora.

Dio, inimmaginabile ritorno,
preghiera, buona volontà: effetto.

Tu conosci il lutto americano,
qui, su tutte le opere del mondo,
che dormono tra polvere assetata.

È un fatto che Dio entra nella storia.
Dimmi: come lo riconoscerai?
Cosa sarà concretamente questo spezzarsi
del pane che illumina, salda, e il cuore scalda?

Ma tu ricorda: Dio ritorna
nel cuore dell’uomo… Sta già per tornare.

5)

Le condizioni per cui dire “luce”
e una libertà davanti a ciò che piace:

questo cuscino trasparente, mio:
il solo riposo nella bufera
che da sola si produce in città,
sorda al pensiero che libera e abbraccia.

E una gratitudine, tutta intera
di attendere come di ricevere,
che ti dice eloquente e muta,
come una tradizione, che la vita
non si esaurisce tutta qua. Oltre
le acque che vanno sotto le ombre;
oltre il minuto infinito del dolore,
la domanda che riemerge
in un uguale tremore,
il gallo che canta, tra gli sguardi, allo stupore…

I volti che hai visto volere la vita
o alla vita distolti o ad altro rivolti.

Tutte le cose non paghe di un punto,
non chiuse fra pagine, né vive nel dire,
e pure vivaci come intenzioni.

Quel remoto vivente che attende farsi
tra la bocca e per le mani,
con la pazienza di una carne per Dio,
come il germoglio la finestra nel sole.

Qui stiamo solo per dire casa;
e uno strappo di luce nell’amore.
In questa trinità fatta di noi due.

6)

Il migliore dei mondi possibili
(O Abramo e Isacco ad Atene, senza coltello)

Oggi qui c’è il vento, e ci sono i rumori
di quando lo spirito ha abbandonato la casa
entrando quindi in ogni cosa, senza ostacolo di siepi,
avi, desideri o paure. Sento allora tutte le voci,
e se pure quasi non ci sia più nulla
sono chiamato a rimanere, e ad ascoltare:
qui non nascerà mai più nessuno.

E rivivo tutto: le donne, il loro cuore
volto in qualche modo misterioso
e naturale alla casa, per questi attimi
piangono ed hanno il viso di madonne.

E gli uomini piuttosto stanno muti
col disegno del mare di Ulisse
sul volto. Solcano così la terra
perimetri di viaggi, tra lucerne di faro
e naufragi d’armate ripiegate.
Tanto sospinti lontano da casa:
congestione di guerra tra le mani.

E c’è una dolcezza in tutto questo,
aspra, che sa di pane e sa di vino.

Tira vento quindi e cadono le pigne,
e rotolano tra nulla e il mondo;
oppure i pioppi urlano grigi fino al Po.

Non un animale più, dove un tempo
a terra frequentavi ogni giorno
e cani, e gatti, e polli, e conigli,
capre, topi. Uccelli tra i rami, ora,
insetti, e ragni. L’acqua non passa
più dove non c’è vita: nessuna rana
prega nel tempio; né un agitarsi
di animali freddi, o uno spazzare
di canne compare in fondo a un prato
dove si attarda un cielo in ostilità.

Era già tutto così ben approssimato
e incompiuto e pieno di imperfezione
il mondo, quando furono altri
a calcare prima le scene;
prima di noi, prima di me,
e per un assai magro riferire.

Degli elementi, dell’anima, della vita
e degli equivoci del mistero
già ne ribadiva bene Eraclito
simile a Omero, ma senza disegno.

L’eredità, più che le chiavi di casa
e una dispensa, è invece un’indicazione:
“fai attenzione che il terzo gradino
è tutto sbrecciato, e potrai cadere”.
Non molto di più, parrebbe.
E questo basta ad essere uomini
nel respiro glauco di un’alba, ancora.

In vita e in natura non esiste uguale,
vige il simile e risuona il canto.
Mangiato ogni silenzio di bocca amara
quel che conta è che io ho scelto Dio.

Così muore la paura dell’uguale
e nel sangue del nuovo una carne
riprende a respirare in altro.

7)

Tutto questo nasce come ricordo.
La verità non ha un suo contrario
e nulla le è speculare.
Si plachino i geometri.
Esiste poi eventualmente l’amore,
la struttura cosmica dell’abbraccio,
il perdono, e la capacità di rassettare
con un gesto antico il bavero mal messo…
La verità… Cosa potrà dire
davanti al mistero di due che si guardano
e nulla è più come prima… ?

Nella cassetta degli attrezzi dell’idraulico
non troverai l’acqua. Dentro il pianoforte
non ci sono le note. Chi cerca la verità
ha commesso il primo inevitabile errore.
Vediamo ora cosa resta da fare.
Tutto è manifestazione di una volontà.

                

Sergio Leone, C'era una volta in America 1984
Sergio Leone, C’era una volta in America 1984

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