Salus di Diego Bertelli, una nota a cura di Franco Castellani

Osvaldo Crotti Arte su un viale di Dublino_risultato

Salus di Diego Bertelli, una nota a cura di Franco Castellani.

    

   

Non è un caso che Salus sia la sezione centrale della silloge di Diego Bertelli, L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, 2005). Anche la collocazione ne rimarca l’importanza, mentre la citazione di Betocchi, in esergo, ha la funzione di dichiarare fin dall’inizio la sua natura religiosa. Così, con i testi che la sezione dispone, l’autore sviluppa un dialogo, anzi un monologo, sincero, serrato, appassionato, a volte insolente, con “il padre nostro”. Di alcune poesie colpisce il nitore dello stile – la sua luce quasi ‘iperrealista’ – che a volte, nella sua nudità, esprime verità disarmanti per umiltà, annullamento, e umanità (La frazione del pane), altre invece paradossalmente sconfina nel grottesco. Si veda – nella prosa di apertura – il caso di ‘lucifero’ incarnato nella mosca : non solo rispetto a Dio ma anche in rapporto al demonio (divinità rovesciata) l’io è annichilito e sopraffatto pure dal di dentro (“il tarlo alato che più scavava, che più rodeva, che più godeva, la mosca lui e io la merda”). La sua presenza testimonia lo smarrimento del soggetto e il cuore si mette a nudo per la profonda necessità di dialogare con Lui con sincerità estrema (“capitava di sentirla quando il terrore delle cose, delle persone, era tale che pregare non bastava”). Anche percorrendo il male si vuole manifestare l’autenticità della ricerca. Al fondo del dialogo si sente una sincerità religiosa, anzi la forma più nobile di religiosità: non affettata o preda di rituali stereotipati ma incarnata nel proprio vissuto; un dialogo con il Supremo condotto anche con irriverenza (“scendi più in basso”, “cerca, se ti e rimasto un po’ di denaro, / di guadagnarti la mia salvezza”, “Come puoi essere così infinitamente buono / a nulla”) pur di stabilire un vero rapporto e di comunicare un’ansietà esistenziale autentica. Lo spirito e il corpo portano i segni di questo anelito, di questa ricerca di verità. Il soggetto non cerca sconti o compromessi e a suo modo ripercorre il suo ‘piccolo-grande’ calvario per purezza: “Guarda il mio corpo, ne porta ancora i segni. / Sono morto quasi nel dubbio”. Anche l’attacco di Una preghiera è contrassegnato da una ‘umile sfrontatezza’: il soggetto prega Dio di pregare per lui. La poesia prosegue con versi arguti che tentano di descrive Dio e la sua potenza (“tu che sei l’essere fino al non essere, / tu che sei tutto il contrario di tutto”). Di questo “tutto” fa parte anche il poeta, anche lui è una sua manifestazione, magari minima e inattesa: “Signore ascolta questa mia voce, / che si addiziona nell’infinito / all’infinito che mi sottrae”. Insomma la poesia, adottando un lessico (para?) filosofico-teologico, vuole definire non tanto il molteplice di Dio (che è nozione acquisita) quanto quello del poeta e del suo (dis-)articolato “universo” interiore, è questa la testimonianza più autentica di essere sua Creatura, e di esserla a sua immagine e somiglianza (“E che io / mi fuoriesca / mi disumani / mi annichilisca / indentro te, / universo di voci” etc.). In qualche modo la voce narrante (nel suo impeto di purificazione) chiede e desidera partecipare, per la sua misura umana, alle sofferenze di Cristo; lo denuncia la drammatica chiusa della poesia: “tienimi stretto, più dentro, più fermo, / come il chiodo ha tenuto la mano sul legno”.

Padre nostro

Padre nostro che sei nei cieli
scendi più in basso e ascolta,
fai quel che puoi se volontà rimane tale
in questo mondo inattuale, un vizio
condividi a questa mensa il pane amaro
che mi spetta,
tu debitore dei miei peccati
io cravattaro della tua grazia
e cerca, se ti è rimasto un po’ di denaro,
di guadagnarti la mia salvezza.

*

Una preghiera

Ti prego Signore,
tu che sei l’uno,
tu che sei trino,
rimettimi Dio
tu che sei zero,
tuo padre tua madre tuo figlio,
tu che sei l’essere fino al non essere,
tu che sei tutto il contrario di tutto,
prega per me.
E che io
mi fuoriesca
mi disumani
mi annichilisca
indentro te,
universo di voci che non si sente,
che non si sente così silente che la tua voce
che è contenuta nel contente
la tua presenza inesistente
nel più mai inizio del più mai fine,
che dopo l’ultimo principia,
Signore ascolta questa mia voce,
che si addiziona nell’infinito
all’infinito che mi sottrae
la tua presenza che non ha forma
perché formata, che non ha senso
perchèì sensata nel grande giro
di questo spazio,
non mi lasciare, non mi tentare
con la tua carne con la tua pietra con la tua croce
se ti bestemmio, non mi lasciare se non ti servo,
tienimi stretto, più dentro, più fermo,
come il chiodo ha tenuto la mano sul legno

                   

in apertura Osvaldo Crotti, "Arte su un viale di Dublino"
in apertura Osvaldo Crotti, “Arte su un viale di Dublino”

 

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