Solo brevi domande esiliate di Griselda Doka, lettura di Luigi Paraboschi

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Solo brevi domande esiliate di Griselda Doka, Fara Editore 2015: lettura di Luigi Paraboschi.

    

    

“Esiliate “. “Domande esiliate.”…………..
il titolo di un libro, specie di poesie, non è mai casuale, io ritengo che il titolo possa spesso rappresentare la chiave per capire quel libro, e su questo titolo ho sostato, direi che mi ci sono fermato parecchio tempo, cercando di decifrare la ragione di quell’aggettivo, solo di esso, perché del sostantivo, leggendo i testi, potevo anche comprendere il significato.

Ma ad un tratto, una poesia di questa giovane autrice di origine Albanese, che scrive direttamente in italiano, adattando successivamente i suoi testi alla lingua di famiglia, mi ha aiutato a comprendere il significato di quel “esiliate“ .

La poesia è la n. XXXII e ne ho estratto questi versi, per me sintomatici di un disagio esistenziale

Non ricordo con esattezza
la prima volta che mi persi
forse non riconoscendo il seno di mia madre
(capita a un bambino su tre, le dissero
dopo ore di distacco)
e così ho imparato presto a non fidarmi di
me stessa

Si potrebbe pensare quindi ad un condizione di esiliata quasi dalla nascita, quella di questa poeta, un sentirsi sradicata addirittura dal seno materno, e infatti il corpus di questo libro è in gran parte un viaggio all’indietro per ritrovare quel legame con la madre che lei afferma di avere smarrito quasi dal primo vagito.

La madre è figura dominante di quasi tutte le poesie, ed anche quando queste vorrebbero parlare semplicemente del presente dell’autrice, si capisce attraverso la lettura, che ogni verso è dominato dall’archetipo di questa figura di donna con la quale essa deve fare continuamente i conti.

E questa figura-simbolo viene quasi presa per mano dall’autrice e portata sul palcoscenico immaginario di questo libro fin dall’inizio, ma occorre per capire meglio la cornice nella quale si è sviluppata la storia tra madre e figlia, anche tenere presente la condizione socio- politica in cui l’Albania si è sviluppata dopo la seconda guerra mondiale.

La dittatura del partito comunista Albanese, incarnata dal suo primo segretario Enver Hoxha dal 1945 fino al 1985, ha tenuto isolato il paese da ogni forma di contatto con il mondo esterno fino a dopo gli inizi degli anni ’90, costringendo la vita di ogni cittadino alla dipendenza assoluta economica e militare dalla Russia di Stalin dal 1945 fino al 1956, data del XX congresso del P.C.U.S, e, dopo questo anno, dalla Cina di Mao, per giungere infine al distacco anche da questa, e arrivare all’isolamento completo dal mondo comunista, quando questo paese aveva imboccato la via attuale di un capitalismo di tipo occidentale, che, agli occhi di Enver Hoxha rappresentava il massimo dei tradimenti immaginabili per chi voleva essere fedele al vero marxismo leninismo.

In questo quadro socio politico prende corpo la storia della madre, fin dalla poesia n II 

Odorava di morte
il tuo grembo
quando come nube primaverile

ti scorrevo dentro

nelle mani delle vecchie del
paese
un ritornello diventava
la figlia del partigiano
la giovane promessa
al nuovo commercio
di un paese che produceva
sapone nero
e latte in polvere
e tante munizioni
con orgoglio
una cinta stretta
dava la forma all’abito in poliestere
azzurra
uguale alle altre
hai riposto le tue scarpe
dietro la soglia di pietra
nessuna mano a ungerti la fronte
di miele
né riso
né grano
ti attendevano

La madre era “la figlia del partigiano“ e la figura mitica del padre doveva rivestire agli occhi degli abitanti del villaggio in cui era andata a vivere dopo le nozze, un aspetto quasi eroico (infatti la resistenza contro i fascisti italiani e poi l’aggregamento alla resistenza titina contro i nazisti erano l’orgoglio portante della propaganda del regime).

Molto acuti gli accenni alle condizioni di vita nel matrimonio, ove si rilevano i versi in cui si parla de “l’abito in poliestere azzurra”, e a quel gesto di riporre “le scarpe dietro la soglia in pietra” (forse per non logorarle con l’uso, vista l’estrema povertà di quei tempi), e altrettanto chiara la scarsa accoglienza ricevuta da parte dei parenti o dei vicini.

Esiliata dall’inizio anche la madre, non solo la figlia che sarebbe venuta, come si vede da questi versi nella stessa poesia

il vecchio di casa
e i giovani mandavano giù a fondo
i figli che sarebbero arrivati
e le sorti del Partito
che presto avrebbe reso
questo paese
il più prospero del mondo

La condizione di quel mondo contadino è quella comune a moltissime donne anche italiane di quell’epoca, e la madre è costretta a convivere con i genitori del marito, e ad accettare la condizione quasi di serva all’interno della famiglia

hai imparato presto
l’arte del silenzio
e mai rispondesti
sul cosa avvenne dopo
e a quelle prima di te
alle altre come te
nessuna risposta
navigano la mia lingua
solo brevi domande esiliate 

perché strisciava per terra lei
la più piccola di casa
anche quando non strofinava
e puliva
e lucidava
il pavimento in cemento
avrei dovuto fare la puttana
mormorava
con tre uomini in casa

E’ dolorante condivisione di esilio quella dell’autrice che scrive nella poesia III

Servirebbe un incantesimo di sonno
alla memoria corrosiva
per dimenticare momentaneamente
chi siamo stati
in quell’angolo del mondo
dove congelato è rimasto il volo dell’aquila

e nella poesia VI troviamo ancora questa forma di pietas cosi ben espressa in questi versi

e chissà se qualcuno ha mai saputo
sollevarti la fronte
e bagnarti le labbra
per facilitare le parole
quelle che ancora inseguo

ma nella poesia n. XVI la pietas si associa al dolore per il riconoscimento dei sacrifici sostenuti dalla madre, e alle rinunce che le hanno piegato il carattere

Anche tu eri fronda
dove il sacro vento di Tomor
aveva testato la sua furia
e piano piano ti sei modellata
rinunciando alle foglie       

Il canto si fa via via sempre più addolorato, diventa quasi un lamento, una richiesta di perdono per non avere saputo tenere fede alle speranze che la madre riponeva in lei, come leggiamo nella poesia XV 

Perdonami
se non so dare sollievo alle tue vite
rigorosamente plasmate per forgiarne una
mentre io, tua figlia
accompagno per mano le mie
vite anonime, impacciate, ostinate
cercando di salvare l’unica
la tua

Mi dispiace madre
se non ho mantenuto la grande promessa
se ho disobbedito

e non ho imparato a volare
per la tua gioia 

E tutto culmina nella brevissima poesia XVIII che riporto per intero

Ero la brezza
con lo sguardo rivolto indietro
quel sorriso innocente
e il gioco avventato

Ero la nostalgia 

Sono un insieme di ricordi frammentati
che pendono dalle tue labbra

In essa affiora un altro sentimento che si accompagna al concetto di esilio, la “nostalgia“ e che cosa è questo sentimento sfuggente, ambiguo se non un protendersi indefinitivamente verso ciò che si è perduto?

Si ha nostalgia della patria, come hanno scritto sia Kundera che Anna Harend, si può avere nostalgia della lingua, perché ci si può sentire sballottati quando si passa da un paese all’altro, ma io credo che la nostalgia di cui soffre Griselda sia quella di sé stessa, e di quello che è stata ed anche di quello che avrebbe voluto-dovuto diventare per far felice la madre, e lo si intuisce con chiarezza da questa poesia, la n. XXII 

Ti ritrovo sempre lì
nella piccola stanza
pallida e fredda
appoggiata ai muri indifferenti
al rimbombo della tua mente
non ti affacci nemmeno alla finestra
spaventosamente chiusa
al buio di fuori

oggetti intirizziti ti fanno compagnia
e non sai di essere calcata
sul foglio bianco della mia solitudine

So che meriti più di due miseri versi
come quelli che scrivevo sul quaderno rosa
e poi strappavo
in colpa per le parole ingoiate
Mamma ascoltami…

Non sbuffare
oggi è la tua festa
respira forte
e non contaminare il mio sangue
non aggrottare le sopracciglia, madre
non ci rimane molto tempo
e non tutto è stato vano
perché ancora domini
il mio silenzio
e sovrana accompagni i miei tic
il tocco dei capelli
le unghia spezzate 

e quell’insignificante ticchettìo della penna
che si confonde allo scricchiolio delle dita

Non ha di certo risolto con questa raccolta la Nostra autrice il rapporto di amore inespresso per mille ragioni in gioventù verso la madre, ma ci ha provato con forza, rivivendolo con intensità attraverso un linguaggio fatto di frasi sincopate, dal ritmo talvolta spezzato ma seducente, che possiede una sua musicalità singhiozzata priva di retorica o di cenni enfatici, sempre all’agguato, quando si parla di sentimenti, specie di quelli tra figli e genitori.

Un’autrice della quale certamente sentiremo parlare ancora in poesia.

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