Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola: genesi e sviluppo di un progetto, di Bartolomeo Bellanova

Ingmar Bergman, Come in uno specchio 1961_2_risultato

Antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” – Presentazione della genesi del progetto e riflessioni correlate, di Bartolomeo Bellanova.

    

   

Si calcola per difetto che almeno 20.000 uomini, donne e bambini siano morti cercando di attraversare il Mediterraneo dalle sponde sud a quelle a nord, negli ultimi 20 anni e il tassametro della morte tutti i giorni aumenta.

Questa progetto viene proposto da quello che dal 2012 al 2014 è stato individuato come comitato organizzatore di “100Thousand Poets for Change”, a Bologna. Il gruppo è formato da Pina Piccolo, Antar Mohamed Marincola, Gassid Mohammed, Marina Mazzolani, Bartolomeo Bellanova, Benedetta Davalli, persone di diversa provenienza, età, retroterra culturale, accomunate dall’interesse per la scrittura poetica coinvolta nello svolgersi della cronaca e della storia, con competenze nel teatro, nel lavoro di traduzione e nella critica letteraria e poetica. Nel panorama dei comitati organizzatori della manifestazione globale “100TPC” localizzata nel mese di settembre di ogni anno, il nostro gruppo si è caratterizzato per la continuità di progettazione durante tutto l’anno, realizzando eventi poetici e incontri culturali legati alla scrittura, in collaborazione con altri gruppi e associazioni, riviste, che si occupano di poesia, realizzando pubblicazioni, partecipando a festival, in un rapporto costante con gli Istituti d’Istruzione Superiore e con l’Università. Dal 2015 abbiamo assunto il nome di multiVERSI, sintesi dello sforzo costante di una visione multiculturale, plurale e aperta della nostra “missione”.

Il nostro gruppo crede nella poesia come veicolo, mezzo di cambiamento e denuncia, poesia che dà voce a chi non ha abitualmente voce e che con questa sua vocazione la poesia esce dagli ambienti per gli addetti ai lavori, dalle conventicole per diventare bisogno primario dell’Uomo. Subito dopo l’annegamento del 3 ottobre 2013 di 367 migranti a pochi metri dagli scogli di Lampedusa, a salvezza quasi conquistata, abbiamo lanciato a amici e poeti che avevano partecipato ai nostri incontri, la richiesta di scrivere per sostenere insieme il nostro dolore, la nostra indignazione e il desiderio di un cambiamento diffuso e improrogabile. Ci siamo trovati quasi di getto, a soli due giorni da quelle ingiuste morti, con una prima trentina di testi che il 5 ottobre, nel corso di una commemorazione in Piazza Maggiore, abbiamo raccolto in un semplice libricino e consegnato ai rappresentanti delle comunità somale e eritree bolognesi.

Le vicende successive collegate a quell’annegamento col seguito di bare in fila sul molo, di riconoscimento dei corpi dei ripescati, delle tragedie dei minori sopravvissuti senza famigliari e del maldestro invito da parte delle autorità italiane all’ambasciatore eritreo a partecipare ai funerali di stato, hanno ispirato altri numerosi versi. Da qui nasce la collaborazione con siti come Versante Ripido, che ha promosso una riflessione tra i suoi iscritti, e la pubblicazione on line in forma di e-book del materiale fino a quel momento pervenuto sul sito di GLOB011 sotto-il-cielo-di-lampedusaOfficina d’Informazione Glocale (dove tra l’altro i trova nella home page una recensione dell’antologia e un’intervista a Pina). Poco dopo arriva la gradita proposta da parte di Rayuela Edizioni di pubblicare le poesie raccolte e quelle eventualmente aggiunte entro il mese successivo. Nasce così l’antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Annegati da respingimento” pubblicata a gennaio 2014, che raccoglie le emozioni sconsolate, indignate, struggenti, amare di una settantina di poeti italiani, africani, medio orientali, brasiliani e statunitensi.

Sulla scia del successo dell’antologia presentata anche all’interno di progetti scolastici e di eventi socio culturali di sensibilizzazione verso queste tematiche, visto anche il numero di poesie e riflessioni che continuavano spontaneamente ad aggiungersi sul tema, nasce il progetto di una seconda antologia. Come multiVERSI non volevamo che il faro sul dramma dei migranti si spegnesse poco a poco e che la contabilità degli annegamenti susseguitisi per tutto il 2014 potesse diventare notizia abitudinaria, quasi quotidiana a cui non dedicare più attenzione di quelle sulle mattanze delle balene o dei tonni.

Abbiamo, tra le altre cose, voluto dare informazione e denuncia della cosiddetta operazione MOS MAIORUM scattata il 13 ottobre 2014. Ho scritto nella mia lirica omonima: “Il 3 ottobre 2013 abbiamo buttato fiori in mare: che crescano cespugli di rose vermiglie per migliaia di annegati nel giardino senza fondo del Mediterraneo! Un anno dopo abbiamo iniziato la schedatura di chi non è annegato. E allora investiamo le forze e le energie di 18.000 uomini per schedare, identificare, catalogare, espellere migliaia di altri uomini, rinchiusi nella torre d’avorio sotto assedio dei barbari che premono ai confini. Sì, i confini … Quanti milioni di morti d’ascia, di coltello, di spada, di pistola e di cannone nei secoli per difendere dei confini che nemmeno gli uccelli migratori rispettano. E i confini creano e espandono la tela di ragno della burocrazia. Ho visto occhi, ho visto occhi di sorelle e fratelli eritrei che con meraviglia, non con rabbia, ma con incredulità mi chiedevano perché per rinnovare permessi e carte avrebbero dovuto andare presso la loro Ambasciata. Sono le regole civili, amici ! A voi che siete scappati dal regime infiltrato dappertutto, sui barconi, nei CIE, nelle associazioni, che vi scheda e vi pedina noi chiediamo di andare dagli zelanti funzionari del vostro dittatore per richiedere umilmente un timbro. Che senso ha questa confessione? A che ricatti, bassezze, violenze di ogni genere condanno la mia famiglia con la mia fuga? Non ho trovato risposte perché tutto questo non ha un senso”.

copertinaPrende forma in pochi mesi “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola”, pubblicata dallo stesso editore a fine marzo 2015, che si apre con la bellissima poesia di John Donne “No man is an island”. Questo volume raccoglie le liriche di una sessantina di poeti (numerosi poeti che avevano fatto parte della prima antologia, ma anche nuovi autori) scritte fino agli ultimi giorni di gennaio 2015. Come sintetizzato bene nel titolo in questa seconda antologia alle tante sensibilità diverse sul tema migrazione, si affiancano riflessioni più generali sull’imposizione dei confini nella vita degli uomini, sul posto dei reietti nella nostra società, sul significato della parola esilio espresso da Loredana Magazzeni: “Se potessimo insieme pensare e insieme respirare e nutrirci nessuno sarebbe in esilio”. Troverete versi sui migranti con la bocca cucita di Roma, Ponte Galeria, parole dure sull’Europa terra chiusa, una ballata sulla nave dei folli che si rifà a una tradizione medievale delle repubbliche baltiche, versi sui C.P.T. Batte in testa e nel cuore come un tamburo la lirica “Pelle” di Reginaldo Cerolini : “Non temere la mia pelle non è un confine, ma un inizio senza fine”. Sono raccolte anche alcune lettere dei disperse in mare, brevi e intensissimi messaggi perduti dai migranti che non sono mai sbarcati vivi sulle nostre coste, tratte da Repubblica del 19/9/2014. La sezione finale “post Charlie Ebdo” è dedicata a riflessioni a pochi giorni dalla nota strage di Parigi tra cui segnalo “La croce del musulmano” scritta dal poeta iracheno Gassid Mohamed, che vive da alcuni anni a Bologna. Questa lettura porta immediatamente a immedesimarsi anima e corpo in quelli di un ragazzo medio orientale anonimo che si trova a camminare per le nostre strade e a compiere le solite azioni di vita quotidiana nei giorni successivi alla strage di Parigi. Ci chiede di riflettere ancora una volta sull’assurdità dello scontro di civiltà, sui tanti pregiudizi, falsità e sospetti che trasudano dai nostri sguardi e che feriscono come stilettate.

A coronamento del lavoro svolto per la selezione dei testi e la pubblicazione della seconda antologia è nata la collaborazione con Emergency, concretizzata nella devoluzione del 10% del prezzo di copertina a tale Associazione e alla prefazione al volume scritta da Gino Strada.

A poche giorni dall’uscita dell’antologia si consumava nel Mediterraneo la più grande strage di migranti finora avvenuta: l’annegamento di un barcone con circa 850 persone a bordo tra il 19 e il 20 aprile. La situazione dopo la fine dell’operazione “Mare nostrum” a novembre 2014, è, infatti ancor più drammatica. Subentra “Triton”: la regia del dramma passa all’Europa, con pochi mezzi e un duplice innegabile risultato: pochi costi sul bilancio europeo, tre milioni di euro al mese e un’ecatombe di morti, lutti e disperazione, oltre duemila in soli sei mesi fino agli ottocentocinquanta del 19 aprile 2015. Del resto Triton è un’operazione di controllo delle frontiere europee, non di raccolta e salvataggio: le parole sono macigni precisi, la differenza tra vita e morte è chiara senza inutili commenti. Cosa sono tre milioni al mese sul bilancio europeo? Un goccia d’acqua del Mediterraneo insanguinato in un bilancio che spesa centinaia di migliaia di euro per discutere del diametro delle cipolle e della lunghezza minima dei cetrioli. E ora nuove solenni promesse da chi un anno e mezzo fa aveva già promesso invano. Ci credono davvero sudditi senza memoria pronti a bere ogni cosa? Forse i potenti hanno capito che tutto ci scorre addosso: lutti, brutture e violenze, come l’acqua sporca di un fiume in piena quando l’onda dei primi martellanti telegiornali diventa increspatura. E ora parole stonate come affondare, distruggere, respingere, parole roboanti, taglienti, missilistiche che dovrebbero spaventare forse gli scafisti e la mafia afro – italiana. probabilmente vedremo qualche barcone scassato saltare in area colpito da un drone intelligente, vedremo effetti speciali da dare in pasto ai telespettatori in prima serata. E la cattiva coscienza dei capi di stato, chi più chi meno, sarà sedata come quella di molti europei. Ma chi vive in buche e fogne da mesi e aspetta e ha già pagato in tutto o in parte il suo lascia passare per l’inferno a “Caron dimonio con occhi di bragia[1]”, come potrà uscire “a riveder le stelle”[2]? Pensiamo forse che se scarseggiassero i barconi da trasporto le bestie trafficanti di uomini e donne che hanno già riscosso il prezzo di ogni anima abbiano scrupoli a sotterrare tutti vivi o a trasformare migliaia di uomini, donne e bambini in bersagli mobili per tutti gli sparatori facili nell’inferno libico?

Il Financial Times che di contabilità se ne intende scrive per ogni traversata rende agli organizzatori otto volte il costo di un barcone e tutti sanno che la legna in Africa non scarseggia.

In questa tragedia infinita vorrei che le nostre parole fossero parole – carezza come alleviare, suturare, curare le ferite profonde di pelle e cuore, assistere, solidarizzare, dare un futuro. Sostantivi che si vergognano a uscire dai denti timorosi dell’accusa infamante, del dito puntato a gridare: “buonista!”, diventato sinonimo di incapace, ingenuo, sfigato. Certo non sono così ingenuo da pensare che la questione migrazione si risolva in modo duraturo e stabile con una personale disposizione d’animo. L’emergenza Africa è un macigno che i governi occidentali si guardano bene dal sollevare, al massimo ci scavano intorno qualche buca nella sabbia. Come possiamo pensare a un orizzonte di sviluppo e speranza per quei paesi martoriati finché governanti occidentali e dirigenti delle principali industrie d’armamenti e delle aziende di sfruttamento delle risorse naturali condividono lo stesso banchetto o, addirittura, i secondi sono nominati dai primi?

Come possiamo immaginare uno scatto d’orgoglio della politica quando le principali aziende alimentari, farmaceutiche e manifatturiere che finanziano le campagne elettorali dei nostri aspiranti governanti, hanno il loro fottuto tornaconto a mantenere instabilità, caos e malgoverno per meglio impossessarsi delle terre africane e delle ricchezze del sottosuolo?

E’ sempre più impellente far sentire la propria voce e raggiungere con questi volumi più persone possibili, più ragazzi possibili. Prende impulso anche da quest’ultima strage il progetto del nostro Gruppo di mettere in rete studenti superiori di Bologna con coetanei siciliani, lombardi e dell’intera penisola, che ha portato come primo immediato e spontaneo risultato ad uno scambio di punti di vista e di testi tra i liceali bolognesi del “Minghetti” e i loro omologhi di Patti, Messina. Nei giorni scorsi la nostra instancabile coordinatrice, Pina Piccolo ha iniziato la paziente tessitura di questa rete a cui invitiamo a anno partecipare numerosi con idee per eventi, presentazioni o quanto insieme possiamo condividere.

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[1] Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno III Canto

[2] Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno XXXIV Canto

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Variazioni sulla parola esilio

di Loredana Magazzeni

    

In duemila ancora oggi davanti alle coste di Lampedusa.
Le navi militari prelevano i profughi. Si attrezzano tendopoli.
Dormono stivati in caserme a centinaia.
Le madri li avevano stretti in un ultimo abbraccio prima di partire.
Nella sacca solo la coperta contro il freddo di marzo.
Davanti a una terra che schiude loro i suoi tesori di sterpaglia
alcuni saltano le recinzioni e fuggono verso il futuro.

Il futuro è una parola che non ha confini.
Chi potrà contenere la speranza dentro delle palizzate?
La giovinezza mostra i suoi muscoli insanguinati e le sue vene.
Il sole fa chiudere gli occhi e asciuga le lacrime.
Domani sarà un nuovo giorno per un progetto invisibile
che tenta percorsi e sparge le sue spore nel vento.

Com’è sempre stato. Salpare le vele e gettare le reti.
Le donne a restare, rassegnate al tempo che passa.
Chi è in fuga si sente di troppo nel suo stesso paese.
Di troppo siamo tutti nel mondo, alveare comune.
Se i beni fossero miele, che fluisce e consola.
Non sangue né armi a forma di gioco
su cui saltano i bimbi, brillano come stelle di giorno.

Con i se e con i ma non si fa la storia. Eppure se tutto fosse diverso.
Se potessimo insieme pensare e insieme respirare e nutrirci.
Nessuno sarebbe in esilio, la terra il nostro paese.
Ho bisogno di una lingua di poesia che torni a dire tutto questo.
Anche se ho poche parole per dirlo, se dire questo è balbettare parole.

***

Ai migranti di Ponte Galeria

di Luca De Risi

    

Cùcita bocca a non respirare
Bocca cucita a non mangiare
Cùcita bocca a non parlare
Bocca cucita a non ricordare
Cùcita bocca al già morire
Bocca cucita nulla da dire
Cùcita bocca a non baciare
Bocca cucita dalla nostra barbarie
Cùcita bocca a mortificare
Bocca cucita da ricattare
Cùcita bocca a imprigionare
Bocca cucita da liberare
Cùcita bocca dentro il dolore
Bocca cucita sull’orlo del cuore
Cùcita bocca la tua di ieri
Bocca cucita la mia, tu dov’eri
Cùcita bocca dell’ultimo al mondo
Bocca cucita da girotondo
Il girotondo della bocca cucita
Cùcite bocche per restarci la vita
Un filo due labbra
un ago una vita
bocca cucita
la rima è finita

***

LA PELLE

di Reginaldo Cerolini

A Zhaer e Julio

     

Un giorno io
ti farò entrare nella mia pelle
e incontrerai il sangue vivo dei
naufraghi di cinque continenti,
iI battito finito dei loro cuori
che non toccando la riva
non ha così potuto trasformarIi
in detenuti di prevenzione per colpe future,
in speranzosi fuggitivi, in vu cumprà,
in schiavi, in lustra scarpe, in puttane,
in badanti, in spacciatori, in femminielli esotici,
in tagliatori di canna da zucchero, baby sitters,
in mafiosetti della strada, in bande di reietti,
in mungi-vacche e lavoratori dei campi
non pagati, in cucitrici a tarda notte,
in compagne di signorotti, in mastini
per donne liberali per assenza di coito,
in venditori di giochi luminosi per le strade,
in mani aperte a travasi di pietà, né
hanno avuto la sorte di essere ragazze
e ragazzi in centri di bontà in attesa di
adozioni, di essere portati a passeggiare
senza guinzaglio nei giardini e nei palazzi
padronali, che non si sono potuti mischiare
con i giovani bene delle università, bere birra,
scoprire le erezioni e gli umori fra suoni di chitarra
gli sguardi di ragazzi bastardi ed i capricci di ragazze nuove,
fumando porra in una piazza, vendendo
droghe col sorriso sulle labbra mentre, la luna uguale
a quella della terra lontana, gli avrebbe fatti sentire come
la vita leggiadra -fuori dalla famiglia e dalle religioni-
suona come un’ arpa dentro l’euforia dei polmoni:
ah la giovinezza!; che non hanno potuto aprire Khebab,
pizzerie, rimesse di vestiti ed enternet coffees di western
union e cambio valute, ne’ alimentari open sino a tarde ore
ad accompagnare e smerciare la fame e l’ansia della città
che non dorme; e sentirai la carne
di quelli che non sono potuti diventare scaricatori
nei porti di gioia, né operai di tempi matti, né bariste
delle buone ore, che non hanno potuto lavare le scale
delle palazzine o fare i massaggiatori occasionali, né diventare
lava piatti e condividere sotto i ‘lavura negro, paky, giallo,
straniero o, te ne vai a ‘fanculo di un padroncino,
il riso allegro di altri simili; che non hanno potuto mandare
a scuola -nelle classi a rischio- i figli piccoli, coi vestiti
dei figli più grandi – loro- divenuti in questa Terra – chissà perché-
così ammutoliti e strani, che non hanno potuto ospitare un cugino
o subaffittare inaciditi una stanza ad un’intera famiglia,
che non hanno saputo fare divorzi ed avere l’assistenza sociale,
né una volta diciottenni rivendicare lo Ius soli, che non hanno potuto
tentare in capannoni o nelle periferie di chiese abbandonate
i culti rinnovati e qualche tinta di tradizione,
che non hanno potuto picchiare in inglese, in lingue africane, in albanese,
in russo, in rumeno, in arabo, brasiliano o portoghese,
in hindi, in cinese o italiano … i loro figli e le donne,
con quel rancore e senso d’impotenza latrante dentro il cuore;
e allora sentirai l’odore vivo di tutti questi
morti, che non hanno potuto sognare di scrivere sui giornali,
aprire un blog, unirsi in gruppo per non sentirsi soli, che non hanno
potuto articolare la rabbia in diritti umani, né aspirare a diventare
sportivi osannati, scrittori di razza, cantanti che attizzano
adolescenti dell’epoca globale, invitati di lusso in trasmissioni
nazionali, né politici che ribattono all’ansia degli estranei o
semplici maestri per il domani.

E allora unito alla mia pelle, alla bonaccia di queste erranti
anime, finalmente – in me- ti sentirai straniero.

Non temere. La mia pelle non è un confine, ma un inizio
senza fine.

Ti mostrerò il tesoro di questa dura scorza
e il segreto alloro ove, si muovono in volo,
con desideri colmi di tenerezza e forza, stormi
di allodole: e sono loro, io ed ora tu.

Lìberale …

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La poesia  Pelle parteciperà alla Biennale di Milano 2015 insieme ad una scultura vegetale, che rappresenta appunto la pelle, accartocciata ed a una maglietta trovata nelle coste dell’adriatico, sulla sabbia, che ho strappato e su cui ho scritto la poesia. Fa parte di un progetto più ampio, che si Intitola “Radici” appunto.

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Ingmar Bergman, Come in uno specchio 1961
Ingmar Bergman, Come in uno specchio 1961

              

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