Spalancati spazi di Claudio Pozzani, recensione di Paolo Gera

Carl Rottmann (German, Handschuhsheim 1797–1850 Munich)
Landscape, ca. 1835–45
Oil on paper, laid down on board; 8 7/8 x 10 5/8 in. (22.5 x 27 cm)
The Metropolitan Museum of Art, New York, Purchase, Gift of Joanne Toor Cummings, by exchange, 2006 (2006.116)
http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/438849

Spalancati spazi – poesie 1995-2016 di Claudio Pozzani, Passigli Ed, 2017, recensione di Paolo Gera: la parola e il gesto.

   

   

Claudio Pozzani ha pubblicato per Passigli, nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, una sua antologia, “Spalancati spazi”, che è una sintetica summa delle sue opere dal 1995 al 2016. L’ultimo componimento della raccolta rivela un’intenzione ossimorica rispetto al titolo iniziale: “Orlo”, un margine che delimita, il fondo di una giacca amata e consunta o la linea netta, estrema, oltre la quale si apre il precipizio. Mi viene voglia di impiegare questa chiave di lettura per spiegare in qualche modo la sensibilità di Pozzani e dunque la sua predisposizione poetica: un canto disteso tra slanci passionali e noie quotidiane, stop imposti dallo spleen, costrizioni che si presentano attraverso un percorso metaforico fortemente connotato da dati fisici, materiali, anche se sbrindellati da una specie di centrifuga onirica. In prima di copertina il biglietto da visita è “me ne sto andando sul tappeto volante di una barella scomoda tra cinghie che mi stringono e cielo che mi sfiora”. L’irraggiungibile soddisfazione di una stabilità è uno dei connotati più riconoscibili della sua poesia. Anche quando si tratta di amore, la figura femminile non è un approdo che possa infondere sicurezza, quanto un faro che espande una luce intermittente ingannevole. Come in un Guido Cavalcanti doverosamente aggiornato, il sentimento è sempre in bilico tra una presenza che inquieta e la sottrazione dell’oggetto amoroso, in una dialettica sfiancante che impedisce appagamento e suscita incertezza (“Il mio cuore è una sedia vuota/ dove nessuno si vuole sedere/ e il cervello una spugna fradicia/ che gli angeli strizzano nel tuo bicchiere”, Aperitivo in centro, vv.1-43). Lo stesso tipo di scoramento si registra quando la passione diventa civile e l’impegno personale diventa una specie di masso di Sisifo da spingere attraverso il percorso ad ostacoli dei riti neoborghesi della nostra società e della sua bella galleria di specchi e schermi. Per fortuna il cane sciolto, l’outsider, il non allineato, in una coraggiosa e sincera rivendicazione di maledettismo o di malapoesia alla Antonio Delfini, ha ancora l’energia e la forza critica di ridurre il macigno ad un sasso, di prendere bene la mira e di scagliare atti d’accusa. (“Liberatemi dalle ultime tendenze/ oppure cancellatemi la memoria come a voi/ perché il vostro nuovo l’ho già visto mille volte/ e mille volte più vero, più forte, più fiero”, Liberanatemi, vv.19-22, p. 49)

La realtà non è tanto diversa dalla pagina. Claudio Pozzani è un intellettuale militante e un uomo in cui la parola non può che diventare gesto. I suoi volumi sono ampiamente tradotti nei paesi dell’America Latina, dove le sue letture radunano un pubblico esteso, perché laggiù la poesia è ancora sentita come strumento di contestazione e concentra in sé un significato ancora forte di lotta e rivendicazione. Uno dei suoi ultimi libri, bellissimo, è “La marcha de la sombra”, con testi dalla doppia versione spagnola e italiana. La vocazione internazionalista di Pozzani ha un riscontro importante nell’organizzazione del Festival di poesia di Genova, da lui fondato nel 1995, e che replica nel titolo il concetto che apre l’antologia. “Parole spalancate” è il nome della manifestazione, a sottolineare il legame profondo tra quello che si scrive e quello che si fa e l’ostinata apertura delle due prospettive intrecciate. Allora i versi “spalancati spazi al di là delle tenebre” (La realtà della speranza, vv.29-30, p. 37) rivendicano non solo la possibilità di un orizzonte di vita rigenerata a livello individuale, ma anche l’esigenza mai sopita dell’utopia e di una piccola società alternativa. Ogni anno, partendo da un concetto cardine di partenza, vengono invitati grandi artisti e scrittori – nelle ultime edizioni Peter Greenaway e il premio Nobel cinese Gao Xingjian – insieme a giovani esponenti della poesia europea ed italiana. L’apertura è totale, il confronto è serrato e libero e il componimento finale è polifonico, ricco di sfumature e attualissimo. Ma del Festival Internazionale di poesia ho già scritto in un altro numero di Versante Ripido, a cui rimando.

Altro spazio che Pozzani insieme a Barbara Garassino, gestisce e mantiene vivo è la Stanza della Poesia, autentico baluardo nel panorama genovese della scrittura. La Stanza della poesia è spazio resistente e reale barricata: ogni anno dal giovedì al sabato, tranne feste comandate, vengono presentati autori noti e meno noti che leggono e discutono la poesia, raccolti e quasi protesi sulla centralissima Piazza Matteotti, davanti al Palazzo Ducale. Con la piazza c’è un rapporto dialettico complicato, perché dallo spazio pubblico si raccolgono istanze civili ed energie, ma le bolle delle manifestazioni organizzate o delle pulsioni consumistiche rischiano di straripare e di riempire, almeno a livello sonoro, i pochi metri della saletta, terra di confine, dunque, fra creazione e ricreazione cittadina.

Le onde di questi eventi riportano però più forte l’esigenza di un materiale da leggere e su cui riflettere insieme: ancora una volta scrittura e azione sono inscindibili, perché nel poemetto che citavo all’inizio esigenze di resistenza e critica sociale sono il nocciolo della questione. “Orlo”, dunque.

Lo spunto ideativo deriva dal famoso “Urlo” (“Howl”) di Allen Ginsberg, pubblicato nel 1956, stella polare della beat generation e poi diventato libretto rosso e testo sacro per tutta la gioventù arrabbiata del decennio successivo. A Pozzani basta cambiare una vocale all’inizio e già viene indicata la direzione e il senso di questo contromanifesto generazionale. “Orlo”. Sessanta anni dopo, il grido soffoca in gola e rotola dopo una non semplice manovra di Heimlich sino a fermarsi in uno stretto territorio a margine, dove si è rifugiata la presa di coscienza e la conseguente protesta. Il suolo è però cosparso dalla cenere della disillusione: “Ho visto le menti migliori della mia generazione/stare sulle dita di una mano/ prima che si chiudesse a pugno/intorno a un membro di partito”. (ibid., p. 85). Il poemetto all’inizio ha una struttura anaforica (“E sono notti di…”), attraverso un modulo che è tipico della composizione di Pozzani e che si riferisce tanto al disincanto della ballata blues, quanto al pensiero ossessivo della poesia surrealista. La notte, quella nomade e immaginifica cantata da Dino Campana, poeta nomade e insonne, diventa così il paradigma di una libertà non più raggiungibile e di una creatività strozzata dalla garrota degli itinerari e delle celebrazioni stereotipate. Siamo costretti tra lacerti di chat e discorsi aperitivi che non si chiudono mai. Siamo invitati ad una festa noiosissima, dove non si può far altro che sbronzarci sino alla più estrema lucidità. Il poeta sta in disparte, osserva gli altri che fingono di divertirsi, si chiude in se stesso o piuttosto inizia a farsi notare per i suoi comportamenti antinormativi. Ecco che viene fuori la rabbia e si entra in campo agguerriti. La consapevolezza di quanto siano cambiati i luoghi e le relazioni, non si rifugia dunque in una posizione di ripiegamento e lo sconforto, ricollegandosi al modello iniziale di Ginsberg, diventa dura invettiva. Attraverso la registrazione parodica di un lessico che dovrebbe per forza aggiornarsi sulle esigenze modaiole della tecnologia (il beat che diventa byte, le K al posto delle C, i neologismi anglofoni) si procede a spintoni attraverso le stanze sempre più ingombre di ninnoli inutili che è doveroso far cadere a terra e frantumare sotto una suola da anfibio avanguardista, majakovskiana. In particolare le stanze più interne dove occorrerebbe non risparmiare cattive maniere e gesti sconsiderati, sono quelle dove si allestisce la messa in scena della poesia contemporanea. Si può ricorrere a talismani preziosi e ormai sconosciuti, gli sputi di Cioran, i ghigni di Kraus, le urla scorticate di Artaud, l’indifferenza pietosa di Leopardi – come invoca Pozzani – ma quello che rimane è uno stanco rituale dove la pratica della letteratura ha perso ogni slancio vitale e l’unica lotta che si abbraccia è quella a tutela del proprio rendiconto personale. L’etica? No, signori, solo estetica oramai, che per i circoli della nuova borghesia è da intendersi oltretutto in maniera chirurgica (“E sono notti di rivolte/queste/ dove il vento è rimasto impigliato nei lampadari/di questo salone/e non lo scrosteranno/ né i profumi che deflagrano nei visi stirati / di poetesse dal doppio cognome/ né l’odore pungente dei salatini andati a male/ e neanche le giacche inforforate di preoccupazione/ di laureandi in lettere/ che sbavano dietro accademici grinzosi”, p.89). Contro la poesia di facciata il rischio è che ogni atto di denuncia possa essere neutralizzato e che il gran meccanismo della contraffazione possa inglobare anche la protesta, come una specie di gigante Anteo, ogni volta buttato nel fango e ogni volta risorgente con più forza e più indifferenza. Non resta che la libertà di sognare, ma nel sogno, che condivido, c’è un sentiero che riporta a una realtà meno contraffatta e più brulicante di vita libera e selvaggia. (“Sogno la ribellione dei gatti/ che si riprendano, ruderi, cofani e discariche/rifiutando con miagolii fieri e zampate veloci le vostre acciughe e casettine”, p.88). “Orlo” e tutta la creazione di Claudio Pozzani, rivendicano la necessità di una poesia dell’aria aperta, di una sua funzione diretta e provocatoria, di una sua pratica partecipata.

   

ORLO

E sono notti di pitosforo
queste,
con l’umidità
che ascende e assale
nuvole di zanzare
e tintinnìo di chiavi di metronotte.
E sono notti con o senza luna:
che importa in fondo
se in cima al porto
non si distingue
quella falce che si estingue
nei repertori di pianobar?
E sono notti senza fosforo
di una generazione
– la mia –
che non riesce ad essere madre
e resterà per sempre figlia,
che si è innamorata di ideali
senza avere idee
blade runners tra suicidio e lotta armata,
tra pallone e matrimonio
E sono notti di siamo-già-usciti-ieri
o di telefoni che squillano a vuoto,
con la rubrica che scarseggia di nomi
e l’ora di cena passata da tempo.
Cinema all’aperto già chiusi
con topi guardinghi
tra resti di popcorn e ricordi di gambe accavallate
Chissà dove sono ora
le paia d’occhi che erano qui
coppie dimmi-che-mi-ami
compagnie allora-ci-si-vede
e appunto, guardatevi,
e se non potete proprio uccidervi
almeno fatevi da un lato
o fatevi usare come carta da parati
E sono notti di battaglia
queste
tra gente che vuole vivere
e gente che non vuol morire,
tra chi vive perché deve
e chi deve perché vive.
Non è più possibile trascinarsi dietro cadaveri buoni
che pesano più di carogne
con Beat e byte,
avanguardie perenni e modernismo vecchio
con villaggi globali
in un globo villano
tra McLuhan e Mac Donald
Filologicamente scissi
tra cyber che e sai perché
tra chi ci spiega e chi ci chiede
Quanto dovremo sopportare ancora
il vecchio che resta per insegnare
e il nuovo che avanza per dettare,
uno staccato dall’altro
e per questo entrambi inutili ed errati?
Dovrei forse inventare un nuovo tempo per i verbi
perché passato presente e futuro
non riescono a fissare
quello che non esiste ora
quello che non c’è stato
quello che non sarà mai
Ho visto le menti migliori della mia generazione
stare sulle dita di una mano
prima che si chiudesse a pugno
intorno a un membro di partito
I tempi stanno per cambiare
e intanto
se n’è andato il congiuntivo
come le mezze stagioni nei discorsi d’autobus
l’autunno caldo e la primavera studentesca
spariti per sempre
soffocati da gommina e pizzetti alternativi
E sono notti di sociologico liquame
queste
e nelle caserme della controcultura
tra divise e bandiere
pantaloni extralarge e anfibi
piercing e bisogno d’appartenenza
si santificano le feste
con controrituali standard
e contromusica da classifica
Non possiamo più nuotare in questo stagno
con gracidii new-age
chakra cha-kra
Osho Yoghi, Sai Bubu e Braccobaldo talk show
con cascami alternativi
che invecchiano male
e lasciati aperti hanno fatto la raggamuffa.
L’unico sussulto che avete
è quando il cellulare suona
E’ l’unico momento
in cui vi sentite vivi
ed è soltanto perché qualcuno vi cerca
Fate lavori che non amate
proclamandovi artisti
fate poesie che annoiano anche voi
e ce le fate subire:
potete fare endecasillabi perfetti,
terzine quartine e tombole
ma restate inutili
voi
i vostri esercizi di scrittura
la vostra vita
le vostre accademie e centri sociali
le K al posto delle C
le sonorità senza testo
le teste senza sonar
senza suono
senza sonno
dormite troppo poco per poter vivere la notte
strafogandovi
di caipirinha nei disco-bar trendy
o di cancaroni nelle osterie trendy.
Vivere la notte…
e magari fosse vero
non dovrei più incontrarvi di giorno
le strade sarebbero libere
i marciapiedi tornerebbero larghi
le università sarebbero vuote
E sono notti di cartoni animati
queste
ché avete perduto l’infanzia
se mai l’avete avuta
Con la fregola
di diventare al più presto
adulti e indipendenti
siete divenuti
vecchi e succubi in un colpo solo
passando da Bip Bip
a chip, vip, trip, hip
Come sarebbe d’aiuto
alle vostre aride teste
farla finita con l’inglese
Dovreste sforzarvi e cercare parole e frasi
senza accontentarvi di monosillabi idioti.
Voi così attenti a misurare il vuoto
con i vostri maîtres à penser
Così risoluti a rincorrere il peggio
senza curarvi degli sputi di Cioran
dei ghigni di Kraus
delle urla scorticate di Artaud
dell’indifferenza pietosa di Leopardi
Voi così corretti
nelle vostre uguaglianze da poster di Benetton,
rivestite persino i sentimenti
con slogan e bandiere per tutti uguali
I colori e le frasi
dell’amore
della pace
della trasgressione
ridotti a parole d’ordine
prêt-à-porter in corteo e T-shirt
È così facile incolpare qualcuno
di rubarci la libertà
che non siamo capaci a conquistare
La libertà è un vestito attillato
che non a tutti calza bene
Bisogna avere il fisico adatto
E lo spirito
E la mente
E sono notti di pipistrelli queste
ché anche gli animali
disprezzano la vostra arroganza,
con i centri storici
che hanno sfrattato i gatti anarchici
per far posto a cani al guinzaglio
canus symbols per ricchi e per miserabili,
nutriti a bastonate, sedativi e cappottini
che si sfogano cagando per la strada
la vostra anima
che tanto non pulireste mai
Sogno la ribellione dei gatti,
che si riprendano ruderi, cofani e discariche
rifiutando con miagolii fieri e zampate veloci
le vostre acciughe e casettine
Che piccioni e gabbiani
vengano a morire
invischiati e intrappolati
nelle pettinature etnico-trendy
riempiendo cervelli vuoti con il loro sano guano.
E sono notti di Aut-Aut
dove persino Kiekeegard
scenderà in strada con il tirapugni
a farsi largo tra funghi umani e birre alla spina
in queste piazze orfane
di pallonate contro le vetrine
e di negozi senza nomi idioti
Costruire una realtà nuova
strappando al nostro io
la D iniziale
Dobbiamo essere soli
che dispensano energia e calore
non essere soli
con soltanto ombre attorno
E sono notti di rivolta
queste
dove il vento è restato impigliato nei lampadari
di questo salone
e non lo scrosteranno
né i profumi che deflagrano nei visi stirati
di poetesse dal doppio cognome
né l’odore pungente dei salatini andati a male
e neanche le giacche inforforate di preoccupazione
di laureandi in lettere
che sbavano dietro accademici grinzosi
E sono notti di mani viscide
queste
e di sorrisi obliqui
dove gli incapaci continuano a fare danni
e le menti svelte
sono costrette in ceppi d’inazione e povertà
Forse sarebbe ora di fondare una
Chiesa delle Bombe al Neutrone
che lascia in piedi i palazzi
e dissolve le persone.

L’ossario del sole
in apertura, circolo di Carl Rottman, “Panorama”, ca 1835-45, Metropolitan Museum New York

 

 

 

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