Stato di quiete di Pierluigi Cappello, recensione di Francesco Di Lorenzo

La vita è bella, Roberto Benigni, 1997

Stato di quiete (poesie 2010-2016) di Pierluigi Cappello, Rizzoli ed. 2016, recensione di Francesco Di Lorenzo.

   

    

Una delle caratteristiche della poesia di Pierluigi Cappello è la nitidezza.
Ecco un esempio: Costruire una capanna/di sassi rami foglie/un cuore di parole/qui, lontani dal mondo/al centro delle cose,/nel punto più profondo.
Questi sei versi chiudono la raccolta Stato di Quiete. Pubblicata nel novembre scorso, è divisa in tre sezioni, per un totale di trenta poesie. Trenta poesie in sei anni. Anni difficili, come ci anticipa il poeta nella nota in apertura del volume. E tuttavia i versi non ne risentono, coprono e mitigano in qualche modo le difficoltà vissute. Se ne colgono resti, brandelli e solitudine (forse una speciale quiete) ma non si trova mai un briciolo di rancore, non c’è posto per il risentimento e la rabbia, sensazioni che non abitano le latitudini del poeta.
Ogni parola dei versi di Cappello sembra essere nata per stare là, al posto giusto. Come nello scorrere dei versi della poesia ‘Colore’ che dà il titolo alla seconda sezione del volume. C’è in essa la fusione della poesia in un racconto, esile e bellissimo, parla dello zio artigliere che protegge il bambino con la sua stazza (uno e ottantotto alla visita di leva) ma nello stesso tempo lo incita all’azione e a superare la paura del buio. E il bambino-poeta si muove nell’oscurità (con le ginocchia balbettanti) e riesce a raggiungere la meta.
Oppure come nella descrizione appena accennata, ma efficacissima, della signora incontrata in ospedale. Sembra un quadro eseguito con quattro pennellate messe al posto giusto, nel nostro caso pochi brevi versi, per accennare e rendere viva una figura di donna malata che passa per gli occhi del poeta e arriva fino al lettore, colpendolo. Ci sono poi, sempre nella seconda sezione, due poesie dedicate al padre e alla madre che sono di una struggente bellezza. In esse traspare una nostalgia del quotidiano, un ripensare a gesti e piccoli eventi che sono ancora presenti e vivi. Che hanno fatto parte della loro vita insieme e che ora sono solo sciolti nella fantasia nostalgica delle cose che purtroppo non esistono più. Ed è esemplare, nel ricordo dei genitori, la precisione dei versi, la cura nell’uso delle parole, non una in più, né una in meno.
Nell’ultima sezione, poi, c’è una poesia che dà il titolo sia alla sezione stessa che al libro intero, parla di Alba e di Stato di Quiete. Che è un po’ la cifra di tutto. Uno stato di quiete che come Pierluigi Cappello stesso ha spiegato, è una quiete solo apparente: “Ci sono dei momenti nella vita in cui stare fermi è la scelta migliore, bisogna addensarsi intorno alla propria energia potenziale e lasciarsi scorrere addosso la bufera. Non è qualcosa di passivo, significa essere l’occhio di un ciclone”. Queste le sue stesse parole. E ci dicono tutto.
Intanto, al lettore, i versi del libro di Pierluigi Cappello comunicano anche altro. Prima di ogni cosa una forte e decisa tensione etica che non si trova mai esplicitata apertamente ma esemplarmente dissimulata, distribuita sia nella scelta dei ricordi che nei temi trattati, oltre che nella grande maestria poetica della scelta delle parole. Parole cercate e trovate e che evocano un passato ancora più profondo. E qui ritorna l’eco di Ungaretti (poeta caro a Cappello) che in una sua breve nota, diceva: “Ho sempre distinto tra vocabolo e parola… Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto”. Ecco, io credo che si possa assumere l’ipotesi che sia stata la stessa procedura di ricerca delle parole usata da Cappello per queste poesie.

Infine, nella nota iniziale è il poeta stesso che parlando di energia trattenuta e di stato di quiete, cita due artisti, Morandi e Hopper. Per Cappello le immagini delle loro opere evocano uno stato di quiete solo apparente. I due artisti, vissuti essenzialmente nel 900, in fondo hanno rivisitato la classicità interpretandola in modo autonomo, rendendola unica e capace di sfidare il tempo.
Certo, per Pierluigi Cappello e per usare le sue stesse parole, non è la stessa cosa, perché “scrivere versi è preparare con ostinazione e con cura il proprio fallimento, portarne tutto il peso, non un milligrammo in meno”.
Ma questo non toglie che lo si possa fare partendo dalla classicità e arrivando a fondere versi che possono sfidare il tempo. Come lui ha fatto con questa raccolta.

Pierluigi Cappello
in apertura La vita è bella, Roberto Benigni, 1997

 

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