Storia di fantasmi, racconto di Maddalena Di Marco

Leonora Carrington, Sidhe il popolo bianco dei Tuatha de Danaan, 1954_risultato

Storia di fantasmi, racconto di Maddalena Di Marco.

   

   

L’avevo conosciuta una sera in cui annoiato gironzolavo per la rete in cerca di donne disponibili a qualche sorriso virtuale. L’avevo in lista amici in facebook da tanto ma non mi aveva mai attratto per via della mancanza di fotografie; come icona si teneva un’immagine di Artemisia Gentileschi: la cosa mi faceva presagire che fosse grassa, vecchia e racchia. Femminista probabilmente. Con pretese intellettualoidi. Quella sera era l’8 marzo e tutte le mie amiche abituali sembravano scomparse, lo stesso valeva per le nuove amicizie, in bacheca mi scorrevano post di soli uomini. Sulla barra laterale vidi apparire un “like” di questa Artemide Dehor, lasciato su un post pubblicitario di un sito letterario. Mi resi conto di avere poca scelta e che l’attributo femminista forse non era appropriato a una che non festeggiava l’8 marzo, dunque partii all’attacco con un simpatico messaggio privato d’ammiccante abboccamento, mazzo di fiori virtuale incluso.

Avevo proprio una bella immagine del profilo in quel periodo, un avatar rappresentativo della mia migliore apparenza, a torso nudo, abbronzato: un’immagine di tre anni prima, prima dell’incidente. Ho sempre avuto bei capelli e in quella foto si vedevano bene i riflessi biondi. Gli occhi sembravano azzurri perché era stata scattata in riva al mare. Rimpiangevo la materialità seducente di quel periodo pur non potendo lamentarmi degli indubbi successi che riscuoteva ora il mio avatar.

Mi concentrai sulle soddisfazioni del social network e controllai se fosse arrivata la risposta di Artemija. Niente. Neppure la notifica di lettura. Eppure era lì, la vedevo che interagiva. Dopo un paio d’ore cominciai a sentirmi offeso e un po’ provato dai rimpianti e dalla triste serata tra uomini.

Ma proprio in quel momento arrivò la notifica, lei aveva risposto. Corsi a leggere il messaggio: un sorriso. Nient’altro.
Era il caso di incalzare.
Le scrissi dunque alcune frasi carine e spiritose, di quelle che vanno sempre bene per tutte e in ogni occasione.

Dopo un quarto d’ora lei di nuovo rispose.
Con una poesia.

La poesia non è il genere letterario che prediligo, mi annoia; mi sentii sfiduciato. Leggendo mi resi conto che era una ben stramba poesia, si capiva poco, quasi nulla, era solo un’accozzaglia di parole. Pareva che la Signora avesse difficoltà ad esprimersi: forse – con quel nome – era straniera. Mi piacciono le straniere.

Provai a chiederle qualcosa, le cose semplici dell’approccio: questo è proprio il tuo nome, da dove digiti, quanti anni.
Ancora una poesia.

Mi parve di cogliere nei versi qualcosa di lei, qualcosa di dolce e misterioso, un segreto, una prigionia. Desiderai di sapere di lei, seriamente, non come capriccio. Rimasi tutta la notte a farle domande, per ogni domanda arrivavano versi, apparentemente non attinenti, sempre più coinvolgenti, ipnotici. Ormai vedevo me stesso in quei versi.
Verso mattina cercai di staccare e andai a riposare qualche ora.
Quando tornai davanti allo schermo trovai altre sue poesie, che mi aveva mandato nelle ore in cui ero stato assente. Mi dispiacque di averla lasciata sola.

Iniziò così il mio distacco dalla realtà. Così, per gioco, semplicemente. Nel giro di pochi mesi mi alienai completamente dai vecchi amici, dalle mie abituali attività. Non mangiavo più, quasi non dormivo, sempre davanti allo schermo in sua attesa.
E lei arrivava sempre meno, mi mandava a volte cose che avevo già letto o cose simili a quelle già lette.

Quando, raramente, mi rivolgeva la parola in modo “normale”, sempre a monosillabi o con brevissime frasi, mi pareva un miracolo.
Io le scrivevo lungamente raccontandole di me, del mio passato, delle mie speranze ma continuavo a non sapere nulla di concreto di lei. Lei non raccontava, su google c’erano poche e vecchie notizie di lei, nessuno degli amici in comune la conosceva di persona.
Adoravo il viso della sua icona, lo guardavo per ore. Guardandolo e leggendo le poesie mi pareva di conoscerla, mi ero figurato ogni istante della sua vita e della sua sofferenza fino a non sentire più la mia. Volevo sposarla. Glielo dissi.
Mi sorrise.

Il giorno dopo arrivò una notifica di facebook su cambiamenti nella gestione della privacy. La guardai distrattamente, accettai per accedere all’account e andai subito, come sempre, sulla bacheca della Signora (mi piaceva chiamarla così, mi pareva una bella forma di rispetto) per vedere cosa aveva postato in mia assenza.
Trovai l’immagine del profilo barrata in alto nell’angolo destro da un’evidente e spessa riga nera. Sull’immagine di copertina appariva in sovrimpressione la scritta “account commemorativo”. Incredulo lessi il post di servizio fissato in alto sulla bacheca
“Questo è l’account di Artemide Dehor, iscritta a facebook il 2 marzo 2011, deceduta il 14 novembre 2015 (il giorno del mio incidente) a 28 anni. L’account erede che ne gestisce le comunicazioni è quello del padre Anton. RIP”

Guardai le mie gambe, dove c’erano le mie gambe tre anni prima, spensi il monitor e piansi.

                               

Leonora Carrington, Sizigia, 1957 - in apertura idhe il popolo bianco dei Tuatha de Danaan, 1954
Leonora Carrington, Sizigia, 1957 – in apertura idhe il popolo bianco dei Tuatha de Danaan, 1954

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