Storie di Damiano Sinfonico, recensione di Stefano Iori

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Storie di Damiano Sinfonico, Casa editrice L’arcolaio 2015, recensione di Stefano Iori: istantanea-mente.

    

    

La poesia racconta Storie. Di città che si avvistano tra loro o che abbracciano chi viaggia (ripetuta catacresi, ché borghi o metropoli non hanno occhi né mani), di ripensamenti nella Parigi di Victor Hugo (una danza, una ballata? – quest’ultima parola mi riporta al titolo di una raccolta poetica di Hugo stesso: Odes et ballades, 1826), di congetture lasciate sospese e di sorprese, a Palazzo Spinola o nei sogni che potrebbero prendere vita in quella Zlotogrod ambìta ne La cripta dei cappuccini di Joseph Roth.

Spesso puntuale, alla prima o seconda riga, l’ambientazione, ovvero la definizione della scena: un ponte, l’acquario, un ospedale, Aquileia, Bratislava. Luoghi, oppure nomi che corrispondono a noccioli di pensiero, come quello di Cartesio, con le sue Meditazioni metafisiche. E se la scena si tratteggia in prima battuta, ecco che subito il racconto prende pieghe inattese che lasciano scivolare chi legge ben oltre lo spazio ipotizzabile in esordio.

In ogni componimento di Damiano Sinfonico c’è una sottile punta di stupore, come sovente accade in un racconto o in una novella. Penso soprattutto al “classico” finale delle prose brevi: chiuse che spiazzano, alludendo a rivoltamenti o accogliendo svelamento. Sono d’altro canto prose-poesie quelle del giovane autore. Della poesia c’è il segreto, della prosa l’intreccio, trama scarna e svelta, fatta di ricordi e sogni. Istantanee scattate dentro la mente.

Frequenti gli elementi del viaggio, come mappe o bussole, ma ci sono pure oggetti che collegano, che pongono in relazione. Telefoni e lettere, mezzi che si utilizzano quando si è lontani o quando si sceglie una comunicazione per propria natura distaccata (diplomatica). Anche la morte fa capolino: il viaggio estremo, l’ultimo per quel che ne sappiamo, il più grande. E poi quadri, altre scene dentro la scena principale, a delineare la possibilità di invenzioni a spirale che rendono superfluo il limite del rigo, inutile margine, peraltro, quando senza eccessivo sforzo di può andare oltre. E mi ricollego qui al secondo capoverso.

Che altro dire? Solo leggendo e rileggendo le poesie-Storie-viaggi traspare la risposta, fatta della non-materia immaginifica che il lettore libera in controcanto di verso in verso (di riga in riga). E dopo l’ennesimo confronto mi convinco che Sinfonico vuole viaggiare proprio con me, anche se non è chiara la meta. Naturalmente l’invito sarà rivolto a chiunque altro si imbatta in questa breve silloge. E allora lasciamoci trascinare. Andiamo con l’incoscienza di una postuma adolescenza. Alla ricerca, con passo spontaneo, della farfalla della perspicacia. Prontezza d’intuito, acutezza nell’intendere ciò che è velato. L’inconnu è d’altronde a portata di mano. Nella verità di ogni giorno vissuto con la grazia del pensiero.

Ripenso infine al primo componimento della raccolta. Proprio il primo, dove appare il nome di Costanza d’Altavilla, donna-ingranaggio della medievale macchina del potere che per tutta la vita reagì agli eventi storici piuttosto che governarli.
Chissà perché la Gran Costanza di dantesca memoria? Mi chiesi di primo acchito.
L’autore la nomina narrando di una telefonata: Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla. / Mi hai investito di parole che qualcuno era morto. / Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente. / Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
E poi la chiusa: Mi hai colto tra miniature medievali / Invischiato in faccende che non mi riguardavano.
Nessun coinvolgimento con le affascinanti icone di fine 1100, effetti da noncuranza alle parole dell’interlocutore (che pur dicevano di un evento grave), le postume scuse in poesia (anzi, solo la pretesa di auspicata comprensione) a chi parlava dall’altro capo del filo. E il fantasma di Costanza.
Trionfo del pensiero distratto (debole) proprio in avvio.
Un chiaro segnale. Un buon motivo per rileggere Vattimo e Rovatti.

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