Stralci da un manoscritto “Famme resta’ co’ tte sinno’ me moro”, e editi e inediti di Anna Cascella Luciani

'Rondini', olio su tela, 2012_risultato

Stralci da un manoscritto “Famme resta’ co’ tte sinno’ me moro”, e editi e inediti di Anna Cascella Luciani.

    

    

[…]
Riprendo, dopo l’autunno dello scorso anno, oggi 20 gennaio 2015, a scrivere quel che non saprei bene come definire.
Comunque…
[…]
E invece, una poesia di Emily Dickinson. La 1142, nell’edizione critica del 1955 di T.H. Johnson:

The Props assist the House
I puntelli sostengono la casa
Until the House is built
finché la casa è costruita
And then the Props withdraw
e allora si tolgono i sostegni
And adeguate, erect,
e un’adeguata, eretta,
The House support itself
costruzione regge se stessa
And cease to recollect
e smette di ricordare
The Auger and The Carpenter –
la trivella e il carpentiere –
Just such a retrospect
ed eguale ad una meditazione
Hath the perfected Life –
ha una vita compiuta –
A past of Plank and Nail
un passato di tavole e chiodi
And slowness – then the Scaffolds drop
e lentezze – poi i ponteggi cadono
Affirming it a Soul.
e la confermano anima.

Era per me importante – settantaduenne e invalida per una sclerosi multipla arrivata nei miei cinquant’anni -, abitare nella casa di Roma. Ero lì in affitto, da alcuni anni. Era importante che l’appartamento fosse tutto in piano, che non avesse gradini; che l’edificio, di chiaro stampo umbertino, avesse alle finestre persiane, che potevo – appoggiandomi fortemente al davanzale interno -, aprire con un gesto. Era importante vedere la casa di fronte, con i suoi riquadri rosa, colpita dal sole, al mattino, nella sua parte più alta.
Così, violentissima la ferita, che attorno agli sfratti si assiepa…

Importante, per me, la parete di una grande stanza: ospitava libri – molti – conchiglie – pietre. Non che andassi a vedere ogni giorno le fragili…, e le resistenti… Ma sapevo che erano lì, ne ricordavo la provenienza. Ero stata io a raccogliere le une e le altre, quando mi era ancora possibile. La stanza, gli scaffali, per me, delle meraviglie…
Dal 28 dicembre del 2012, al giorno in cui scrivo queste righe, non sono riuscita a ricostruire niente della casa che avevo. Non i quadri ai muri, non i libri negli scaffali, non conchiglie e pietre sui ripiani. I ricci di mare – trovati vuoti sugli scogli di Santa Marinella -, avevano un colore rosa e verdino. I sassi raccolti in un’estate lontana – ’68 o ’69 – su una riva dell’allora Jugoslavia, verso l’Albania. Dalle colline di mare in Toscana, un perfetto sole fossile: una bianchissima mezza conchiglia. Ricordo me stessa, giovane, in quelle gite, in quei viaggi, con Fabio, in quelle camminate.

Le vite mutano, si cambia, ci si lascia.
Gli oggetti, l’archeologia delle vite.

[…]

Ma si assiepavano le rondini, nel cortile di lato, a sinistra della casa. Quello più ampio e contiguo all’affaccio interno del palazzo. In alcune ore speciali. Mattutine. Pomeridiane.

è a giugno – verso la fine –
che smemorate le rondini
lambiscono le pareti
delle case – quasi ne tocco
una al davanzale – poi
– richiamate – il cielo
più alto – prevale

Per persona come me colpita da sclerosi multipla, e che non potrà più, per il resto della vita – per tutti gli anni di vita che possono rimanerle – passeggiare, camminare in un prato, in un campo, in un bosco, su una riva di sabbia o di sassi, va da sé che la perdita di cui prima ho accennato – pietre, conchiglie -, non è da poco!: erano i miei pezzi di natura, di doni trovati, di scoperte…, gli scaffali delle meraviglie…

[…]

     

Riprendo l’11 di aprile, trascrivendo dei versi dal libro edito nel 2011 da Gaffi Editore in Roma. Ero, in quell’anno – come sempre dai miei diciannove anni -, nella città della mia vita, dove sono nata, Roma:

foglia gentile – arrivi
quasi in casa – tocchi
come battendo un’ala
la finestra e ne resta
un passaggio di notizia
più lieta – una speranza
dolorosa – inquieta

come saranno i giorni
dell’inverno e dentro
noi – nel nostro intimo
– interno

(ma la foglia marrone
– maculata – che batte
al vetro come danza
alata ha dentro la memoria
del verde che essa
è stata e ruotando – prima
d’atterrare – simula
il girare terrestre attorno
al sole e l’astro – arrivato
il momento – la copre
– per splendore)

Era stato in autunno. Da uno dei platani – verdissimi in altre stagioni -, all’incrocio di via Otranto con viale Giulio Cesare. I due Dioscuri in albero, due amici cari per me che li vedevo anche riflessi sul vetro aperto della finestra, a maggio, a giugno. Ora lontani, dopo la furia di quelli che hanno percorso intimidazioni per mesi.

Prati, il mio quartiere romano, l’ultimo a chiamarsi rione. Alla destra del Tevere. I suoi ponti, il Vaticano, l’Angelo di ogni tempo, sulla cima del Castello, i nomi delle strade, da Vespasiano, agli Scipioni, a Germanico…
Ne conoscevo le ore, i cieli, i gabbiani, i passeri, le rondini, i più rari merli – uno in primavera -, il passero di ogni stagione primaverile, il suo cinguettio altissimo, e sempre lo stesso nido completamente cittadino – un foro non richiuso dietro una canna fumaria – nella parete di un palazzo oltre il cortile.

A volte c’era un’aria completamente rosa.
In certi momenti del tramonto.
E nei primi giorni di giugno, arrivava – presto di mattina – da via Silvio Pellico, l’odore degli alberi di tiglio. Da due filari alti e schietti…, fulgore e bellezza delle case umbertine…

Ricordo esattamente il momento del battito della foglia contro il vetro, ne sento il rumore.

Dodici anni sono molti, nelle stesse stanze, e sapevo quando sarebbero arrivate le prime rondini.
Rientrerò a Roma…, ma sì rientrerò… (Roma ospita, alberga, accoglie, nasconde e dimentica, ha scritto qualcuno…).

Da anni da altre parti del mondo, sfollamenti, migrazioni, migliaia in fuga. Guerre, mine, bombe, attentati, stragi. Queste, arrivate in Europa.
È di ieri – 15 aprile -, l’annuncio di 1.500 sbarcati dall’Africa. Gommoni, carrette del mare. Naufragi, morti, lo Stretto di Sicilia, un campo liquido di cadaveri. I soccorsi, i campi d’accoglienza oltre la soglia, da tempo…

Oggi, 19 aprile, viene data notizia di un peschereccio di migranti dall’Africa, partito dalla Libia, naufragato a 70 miglia a nord da quella costa. Un sopravvissuto, un eritreo, parla di 700 persone annegate. I soccorsi hanno salvato 28 naufraghi.

[…]

Ora sono passati molti mesi, tutta l’estate italiana del 2015 – soffocante, faticosa – in una casa, per me ammalata, la più inadatta possibile -, aspettando l’arrivo di un filo d’aria, e nelle notti, quando si tacitava il frastuono di una discoteca marina, rimanevo sveglia, per ascoltare il silenzio.

[…]

Ho perduto, dalla notte del 13 novembre, le notizie delle morti per acqua, per migrazione, per tentativo disperato di esseri singoli, o di intere famiglie, di arrivare in Europa via mare.
O per altre rotte di viaggio, i Balcani, l’Austria, via terra. E altre ancora, l’Ungheria, la Polonia, via terra.

A Parigi – 13 novembre.

Nei primi secondi di un Tg non riuscivo neanche a capire cosa stessi leggendo, nei riquadri di notizie date in inglese, poi in francese, in italiano, tale lo sgomento. Mi rivedo seduta al tavolo, sola, nel silenzio esterno e autunnale della città – dove sono capitata per sbaglio – e il fragore dei colpi, delle esplosioni, che stavano ammazzando, al Bataclan di Parigi, ottantanove persone, un venerdì sera. Capivo man mano, seguivo, ascoltavo. Attacchi dei terroristi dell’Isis. In sette luoghi a Parigi. Bar, ristoranti, lo Stadio di Francia. Lì non riusciti ad entrare, uno di loro si fa esplodere fuori, aziona la cintura esplosiva, e insieme muore un passante. Allo Stadio si giocava una partita amichevole, Francia-Germania. Era presente Hollande, il Presidente di Francia. Portato via dalla scorta. Le notizie intrecciate, il presidente degli USA, Obama, parla da Washington, poco dopo Hollande da Parigi. Atto di guerra, dichiara. Parigi sotto attacco. Proclama l’état d’urgence. Lo Stato d’emergenza. Le frontiere saranno chiuse. Il giorno dopo, altre notizie.
13 novembre. Le teste di cuoio francesi entrano al Bataclan. Cominciano ad arrivare le autoambulanze.
Penso, mentre vedo da uno schermo tv e sento le parole, i discorsi, che l’Europa non sarà mai più come prima. Notte preceduta da altri attacchi, altre morti, in gennaio, a Parigi, e in Tunisia, e a Palmira, e nel cielo del Sinai  un aereo, 224 persone. In Libano, a Beirut, il 12 novembre.
Non ho un ricordo chiaro di me stessa nei giorni precedenti il 13. Sicuramente ho pranzato, cenato, scritto delle mail, ho letto i giornali ma mi sembra, ora, di essere stata dentro gli scoppi delle une e delle altre notizie.  E alla mattina del 14 novembre, 2015, netta, al risveglio, la sensazione dell’orrore, di quell’orrore di cui solo si vorrebbe non fosse mai accaduto.

[…]

Oggi 6 di gennaio 2016, Epifania, termina il lungo periodo festivo dei cristiani. Un’amica, in augurio, attraverso mail, mi ha inviato la foto di un interno – tutto in oro – d’una chiesa veneziana. “Cara Anna, eccoti gli auguri per il 2016, tutti d’oro!”, ha scritto.
Ho ricambiato, in mail, con una foto di Roma, trovata in Internet. Dalla terrazza del Fontanone, al Gianicolo, un cielo romano “color tiepolo”, ho scritto all’amica.
Il “color tiepolo”, i cieli “color del tempo”, rosa, gialli, acquamarina, le nuvole vaganti, soffici, bianche, leggere, piedistalli per piccoli Eros, affondati nella loro infanzia.
Una poesia dei lontani anni ’70, dedicata a Fabio Guindani:

che cielo tiepolesco
stamane nella Roma
dove un uccello
unico canzona
la sua sorte di unico
passante nel quadro
d’un ottobre
fluttuante tra prime
lane, zuppa
di lenticchia, inverno
accecante. La palma
del cortile, grande,
accetta l’impossibilità
a rendere qui la sua
realtà e appoggia
stanca alle ciocche
ingiallite dove manca
il frutto della sazietà.
E il prossimo anno
tutto si ripeterà:
un cielo mattutino,
un primo bambino che
mette una lanetta
e corre per il cosmo
(dove va?), la prima
panna dopo la siccità.

     

Stralci da un manoscritto “Famme resta’ co’ tte sinno’ me moro”, e editi e inediti.

***

Poesie.

(se cambia la stagione)

I

su spiga di lavanda –
provenzale – una farfalla
si posa – in veste dorata –
pieghettata – pervinca-
celeste gli ornamenti
della leggera alata –
durerà poco come la nostra
vita – ma si dispiega – ora –
nei campi di Provenza –
dove ebbe Petrarca
le sue rime – e altri poi
a rischiarare d’arte
il poco tempo – del volo –
e l’atterraggio in sorte –

II

(di bellezza celeste
le murate – bianche –
d’Avignone – come Franco
scrive – e la regione
di vento che con ventura
di fortuna visitai con Fabio –
io alla giovane guida
di un Maggiolino rosso –
di quei tempi – squarcio
di tetto – aperto dall’interno –
di pervinca il cielo – e onda
il rosa dei fenicotteri –
in posa sull’opposta riva –

III

qui – sul nudo balcone
dal freddo invernale
privato dei suoi rami –
si posa un magro passero
guardingo – preferisce
briciole deposte
oltre un cespo nativo –
di trifoglio – che avrà petali
gialli nel vicino aprile –
quando il bacile dell’aria
– più mite sulle velette
in tremolio delle farfalle –
sciaborderà – cullando
– provenzale – il dondolio
di ali) –

IV

e allora ad un amico
in messaggio lungo
scriverò “ho ritrovato
casa – nelle mie stanze
a Roma e agli scaffali
i miei libri – di fiori –
di farfalle – minerali
di fossili – conchiglie –
le statuette del presepe
tornate ai loro posti
dietro la vetrina – i doni
di Giuseppe esposti
– tutta la camera
delle meraviglie di nuovo
sui ripiani – le sculture
dei sassi che trovavo –
e le edizioni d’arte
con le rime – e i quadri
le incisioni – e i piatti
di ceramica – gli specchi –
e i peschi dipinti
di Tommaso – e i tacchini –
e il mare dentro il quadro
– alati Eros cruciali
del ritorno – in dondolio
di culla – delle ali” –

(Inedito, marzo 2016)

*

presto alla mattina
(prima che il traffico
ricopra l’aria
e il clima) entra
da isolati un poco
più lontani un profumo
che sembra di alberi
di tiglio come venisse
dall’esterno di spazi
affascinati –
(o da un interno
balsamico di prati) –
odore dolce resistente
struggente e rivedo
gli smerli degli uccelli
i fiori (nel vaso
di cedrina) l’ibisco
sfolgorante e passeggero
e i gatti giovani
in coppia ed in amore –
beate amate
stanze – madre
dimore –

Da Tutte le poesie (1973-2009), Roma, Gaffi Editore, 2011

                     

Martina Dalla Stella, 'Rondini', olio su tela, 2013 - in apertura 'Rondini', olio su tela, 2012
Martina Dalla Stella, ‘Rondini’, olio su tela, 2013 – in apertura ‘Rondini’, olio su tela, 2012

One thought on “Stralci da un manoscritto “Famme resta’ co’ tte sinno’ me moro”, e editi e inediti di Anna Cascella Luciani”

  1. Io credo che Anna Cascella Luciani sia una delle voci poetiche più alte degli ultimi decenni. Grazie a Versante Ripido per l’occasione di lettura e soprattutto grazie alla poetessa per il lascito dei suoi versi.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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