Stranieri di Francesco Sassetto, una lettura di Luigi Paraboschi

MISTO_MG_9768

Stranieri di Francesco Sassetto, Valentina Ed., 2017, una lettura di Luigi Paraboschi.

    

   

Il titolo potrebbe indurre a pensare che si tratti di una raccolta di poesie e riflessioni attorno a quello che sembra essere il problema principale del nostro tempo: gli sbarchi di immigrati e del conseguente loro insediamento nei vari luoghi disposti o meno ad accoglierli, ma non è così.

Meglio dire che, è così, ma non solamente così.

Premetto che il lavoro è articolato in tre rami: uno intitolato Aqua alta, esclusivamente in dialetto veneziano; il secondo è Altri annegamenti, ed il terzo, Stranieri. Malgrado quest’ultimo sostantivo lasci pensare che tocchi una sola parte del libro, la lettura di tutte e tre tende a mettere in evidenza una condizione di estraneità generalizzata e non semplicemente confinata agli immigrati.

Preciso che Aqua alta è la parte che mi ha toccato più intimamente, sia per i temi trattati sia per l’uso del dialetto veneziano al quale bisogna riconoscere una musicalità cantata che forse nessun altro dialetto italiano possiede, se escludiamo il milanese parzialmente inventato di Franco Loi . So, per esperienza personale di scrittura in lingua di paese, quanto sia arduo indovinare e trascrivere correttamente le parole. Occorre tener presenti i suoni e gli accenti, e quanto sia arduo fuggire dalla tentazione sentimental-popolare di lasciarsi andare ad una rievocazione ambientale di maniera per la quale il dialetto sembrerebbe, per alcuni, essere fatto.
Occorre essere veri poeti per fare vera poesia; sembra un’ovvietà la mia, perché le tentazioni di cedere al sentimentalismo di maniera sono forti nei poeti mediocri ed il rischio di cadere è sempre presente, ma a me sembra che la cantata in veneziano sia quella che maggiormente si presta per la sua dolcezza di suono ad apportare ai temi affrontati il peso dei contenuti talvolta sgradevoli, e Sassetto fa ciò in modo eccellente.
La poesia che apre questa raccolta e sulla quale mi soffermerò, è un quadro naturalista che descrive la situazione all’interno di un bar di prima mattina, e l’osservazione che l’autore compie, avendo rilevato da qualche tempo l’assenza di uno dei soliti baristi, lo scoprire, tra i commenti sul livello dell’acqua alta e la fretta di sorbire caffè e brioches, che questa persona è stata colpita da una malattia grave e forse senza molte speranze, apporta al lettore il primo senso di estraneità, lo induce a prendere coscienza del fatto che siamo spesso stranieri gli uni agli altri, pur vivendo spesso a contatto di gomito.

Riporto qualche verso di questo lavoro:

‘na macia de luse nel scuro quel bar pien de gente,
de spente, borse e giornali e comande sigàe, ombre
che va fora e dentro de furia
                                          e i do òmeni in traversa
oci e man che core sincronizài, un casìn de vose
nel vapór de le machine soto pressión.

Possiamo anche sforzarci di girare in lingua italiana ciò che abbiamo letto (e il volume è corredato da una traduzione letterale che aiuta a capire) ma questa non saprà rendere il vigore, la forza, la sciabolata di luce caravaggesca che c’è in quella “macia de luse“, in quelle “spente“ che tante volte avremo riscontrato in qualche bar di stazione, nella confusione di ordinazioni urlate (comande sigàe), nell’andirivieni di persone che entrano, bevono e prendono il treno, il metrò, o il traghetto in questo caso, il tutto contornato e avvolto dal vapore delle macchine sotto pressione e dei due baristi “oci e man che core sincronizài”. A me sembra che, in questo primo pezzo, più che di poesia si possa parlare di pittura, e penso a un quadro di Renoir, quello famosissimo che ritrae una barista vista frontalmente e riflessa nello specchio alle sue spalle, ma direi anche che il movimento dell’intera azione della poesia si adatti meglio alla pittura futurista alla maniera di Balla, l’unica che ha saputo rendere il movimento durante le azioni che ritraeva.

Mi rendo conto che l’esame di questo testo sta prendendo molto spazio nella mia lettura, ma stralcio ancora qualche verso dal quale veniamo edotti sulla malattia che ha colpito il barista che è assente:

Gigi sta mal
                 me dise Dino, vint’ani insieme a far i café
un bruto mal
                 me fa sotovose intanto che ‘l nèta el bancón
co i oci sbassài, el respira a fadìga
                             no ‘l tornarà più qua co lu.

A me in questa strofa colpisce il gesto di un barista di passare lo straccio sul bancone per pulirlo delle tracce e quel tenere gli occhi bassi, parlando sottovoce con l’interlocutore.

E dov’è l’estraneità vi verrà forse da domandarvi. E’ in quei versi che ne riprendono altri precedenti su analogo tema del livello dell’acqua alta, è qui:

l’acqua domàn tocarà da novo i sentotrenta
e se sùpia siròco
                                 anca de più.

è nel riportarci tutti dentro un fenomeno naturale al quale i veneziani sono avvezzi da sempre, qualcosa che avvolge la loro città, come la morte, che li fa sentire stranieri, è quel destino comune che Montale, riportato in apertura del libro, descriveva:
ore perplesse, brividi/ d’una vita che fugge/ come acqua tra le dita/; inafferrabili eventi,/luci-ombre, commovimenti/ delle cose malferme della terra/

Vorrei parlare anche di una poesia in dialetto, intitolata Mama dove l’estraneità logora progressivamente anche i rapporti madre e figlio ed è tutta dentro l’affluire di versi dai quali appare in tutta la sua gravità il peso degli anni di una persona costretta ad esser accudita, e nei cui confronti l’autore si rammarica di dedicare poco tempo

… ti volevi parlàr
co mi de quei scritori e de la scuola,
             cosa fasévo e come che ‘ndava
                       e mi sempre de pressa,
poco tempo par ti, massa poco,
                      na giossa
apena nel mar de le to ore longhe
de vodo e pensieri.                         

Questa madre perde progressivamente la poca autonomia che le resta fino a quando:

       Ti xe sbrissàda via na sera, el cuor
xe ‘ndà sempre più pian
         fin a tàser del tuto

La traduzione afferma che “sbrisada” voglia dire “scivolata“ e, non essendo io veneziano, non ho elementi per pensare il contrario, ma confesso di essermi soffermato a lungo su questo verbo, senza guardare la traduzione, lasciando galleggiare nella mia mente il significato che le attribuivo nel mio subconscio, e per me sarebbe andato bene anche tradurre “sgretolata/ sbriciolata“ ma poi ho capito che “scivolata” era perfetto perché lasciava intravvedere al lettore un fluire della persona nel tempo, come quell’acqua che perennemente avvolge Venezia. Se si può commuoversi per un verbo, a me è successo per quello, lo devo ammettere.

E ancora straniero al mondo circostante malgrado gli sforzi per corteggiarlo dentro la sua espressione più leggiadra, quella femminile, è il personaggio di Mario il quale, dopo che la moglie lo ha lasciato, pur di non rientrare in casa, non fa altro che

tacàr botón co tute quante, el ride, el schersa
                         ghe fa l’ociéto, gentìl e galante

e pure è straniera l’anziana signora incontrata in treno che ha perso da poco il marito e che sintetizza in questa strofa, dolente ma stupenda in quel suo verso finale, la sua dolorosa condizione umana

Na vita intera mi e lu, sempre tacài,
do ante de un armarón
che no ‘l se sèra ben
se no ghe xe tute do.

E concludo a malincuore la lettura di questa parte in dialetto veneziano riportando per intero questa poesia – per la quale ometto ogni traduzione perché lascio ai lettori il piacere di interpretarla. E’ un canto di solitudine e di domande per le quali tutti non abbiamo risposte e perciò siamo a nostra volta stranieri a noi stessi:

E ti te vardi indrìo

qualche volta
                  ti te fermi un minuto a pensàr e
ti vedi ‘sto vodo grando
che s’ingióte tuto, un mùcio
nero sensa più nomi né vose
                 qualche luse sì, ‘na giossa
de sol che se ga impissà par un fià, ti te la ricordi
apena ormai tanto smarìa
ne l’anema covèrta de caìgo. 

Ghe sarà qualchidùn
           un cielo ciàro più in su de ‘sta capa de fumo
de ’sta piova che sbrìssa su le pière
e strassìna via fògie finìe
                   e pólvare e grumi de pòcio.

Ghe sarà qualchidùn sì,
             un mago co la bala de vero, sconto
in qualche cantòn, che conosse i parcossa e
i parcome, che sa el senso de ‘sto baracòn 

               ‘sto córar su e zo, ‘sto fredo
Indosso,
ma mi no go mai capìo e anca ancùo che vado
da novo avanti e indrìo
                             buratìn da do schèi

                               no go ‘ncora capìo.

Straniero è anche il mondo della scuola al quale l’autore appartiene come professione, ma sarebbe troppo lungo elencare i versi di questa sua estraneità, mi permetto solo di stralciare il finale di una poesia dal titolo “E subito se taca co i piani“ nella quale sono rappresentati i problemi dei difficili rapporti da educatori e famiglie, tese solo alla giustificazione dei comportamenti dei figli:


perché xe sta qua la me bravura
far giràr ben la procedura,/ far
queo che ‘l capo me dise de far,
ingolfà anca mi ne la me paura,
ransignà dentro la me viltà. 

E ancora il sentirsi stranieri penso sia il sentimento diffuso in tanti Veneziani di origine, di fronte allo scempio compiuto dall’ignoranza della politica e dall’egoismo dei commercianti di fronte al turismo di massa, e Sassetto lo dice bene in questa strofa della poesia “I ne ga robà Venessia”

La ga butàda su uno stramàsso slódro
e i ghe xe montài de sora.
A sentenèra.

Chiarisco solamente per fare afferrare meglio al lettore la forza di questi versi, ove, nel primo di essi, ho la necessità di tradurre quello meno comprensibile di “stramàsso slódro” con “materasso fetido“ per rendere con l’immediatezza necessaria l’associazione visiva con l’immagine di uno stupro di gruppo operato ai danni della città.

Potrei e desidererei proseguire nel dettaglio l’esame di altre poesie in veneziano, ma non posso ignorare che vi sono nel libro anche due parti in lingua italiana, altrettanto valide, ma rischierei una eccessiva lungaggine. Non posso però ignorare che i temi toccati dal poeta passano dalla riflessione sulla propria condizione fisica che si domanda:

quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
                  e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
                   l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano
                   che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

e proseguono con la considerazione triste nella quale emerge ancora la ”estraneità“ dopo un incontro con una persona ritrovata dopo anni: “ritrovarsi a tratti, a segmenti casuali di tempo“ che conduce a “alcune notti di baci e tremori, di mani/intrecciate e sudore”, ma il senso del vivere esula dalla casualità e dalla fugacità e porta alla conclusione che “Star saldi al riflusso dell’onda che s’alza e travolge/improvvisa violenta/ non smarrire la rotta, non affondare/ è dunque anche questa, lo vedi,/ arte che si deve imparare”.

Il poeta dedica la terza parte del libro a coloro che nel linguaggio collettivo nostro sono ormai gli STRANIERI, coloro che si diffondono a macchia d’olio dentro i nostri paesi e dentro le città, e il suo esame si allontana dal facile sentimento di accoglienza che spesso vediamo rappresentato da una parte della nostra società, come pure dal sentimento opposto, quello del rifiuto, dell’intolleranza. C’è benevolenza umana nei suo versi, quando parla della condizione di queste personae costrette a fuggire dai loro paesi di origine, ma c’è anche un giudizio negativo attorno al nostro modo di percepire questa realtà e di rifiutarla nel nostro inconscio, e lo leggiamo in questi versi della poesia “Autobus n. 7″:


Nel sette si respira la paura dell’animale
braccato senza via di fuga, occhi attenti
a scansare gli occhi dei migranti, odori aspri
di pelli e vestiti dei nemici, si respira

silenzio e ostilità, tacita avversione, ansietà,
si viaggia tutti a batticuore, tutti ignoranti,
stranieri e distanti, nella notte,

                          tutti senza amore.

Ma il giudizio di Sassetto e la sua analisi di questo problema sociale non sono scevri da un giudizio morale sui comportamenti assunti da qualcuno degli stranieri residenti nel nostro paese, ed egli nota come in alcuni di essi si sia ormai realizzata l’assimilazione degli atteggiamenti più illegali vigenti del nostro Paese, come quando nella poesia Shakil mostra al lettore come questa persona viva ignorando gli aspetti di qualsiasi fede religiosa pensando solo al modo per fare profitto senza pagare le tasse, perché “Shakil da Dhaka/ nelle vene il sangue del vincente“, o ci presenta la cinesina Yan Lin che si prostituisce in qualche stanza a Marghera, sperando in tal modo di coronare il suo sogno di fare il lavoro di “estetista diplomata“ , o della marocchina Assira, che, abbandonata dal marito, ha “il giovane corpo da riaffittare al miglior offerente“, e anche Radu, albanese che imbestialito per i comportamenti indipendenti della sua donna “Irina, sedici anni, bocciata tre volte, qui/al Ctp per il suo riscatto, per imboccare/ una porta, l’ultima, per una vita normale” esplode in queste gride in lingua mista tra l’albanese ed il veneto:
“Io ti amasso, putana, el ghe ga sigà dosso a Irina// Un patòn sul muso, col s-ciòco, dopo che Radu/ la gavéva tocàda e ‘l rideva forte smargiasso/… stai tenti, voi sempre chiamo polisia,/ no in Albania, noi fare le cose noi,/no polisia, noi fare noi in Albania/ stai tenta putana che io ti masso.“

La visione degli avvenimenti e la conseguente posizione da assumere collettivamente nei confronti del problema degli stranieri nel nostro paese che l’autore ci sottopone, è decisamente amara. Sembra, il suo, uno sguardo senza la speranza che si possa manifestare qualsiasi tentativo di comprensione da parte nostra, per quanto riguarda l’assimilazione del problema della lingua, e infatti nella poesia Esame de la Prefetura nel quale gli immigrati vengono sottoposti ad un test per stabilire la loro capacità di intendere la nostra lingua, egli scrive:


Xe tuto finìo, rancurémo mùci de carte, femo
ben i pachéti, metémo il timbro sora le buste.
Vardo un momento quei fògi co tutti quei segni

sora i quadréti, me par che i ghe somègia un fià
a i campi de crose in mezo le montagne
                          piantaè sensa nome

Nel caso della poesia Manifestazione a Mestre , anche sotto l’aspetto della tolleranza e dell’accettazione delle normali esigenze di una neo collettività che ha richiesto al comune il permesso di riservare un’ora alla domenica per il nuoto nella piscina alle donne musulmane, il conflitto emerge nella sua gravità e i versi che chiudono sono terribilmente sconfortanti:


la legge, l’autorità è assente, la gente boccheggia,
                     si dice qua e là di incontro di civiltà,
             tolleranza e integrazione
                     uomini e donne di buona volontà

Qui si appresta la prova generale
                     il preludio di un massacro che si farà
globale nel rispetto vintage di ogni cultura,
nell’ossequio vile ad ogni pensiero, credo e religione
                  qui si dà ragione per pigrizia e comodità

                   si benedice l’orrore che verrà.

Si avverte in questi versi tutta la triste consapevolezza di un uomo e di un intellettuale quale è Sassetto che capisce che senza un vero e profondo cambiamento dentro ognuno di noi e di conseguenza dentro le istituzioni, la rassegnazione non può che impadronirsi progressivamente di noi tutti come succede alle Fògie di questa stupenda poesia che alla fine, dopo un destino comune vissuto sui rami di un albero, si poseranno al suolo per decomporsi, ormai straniere l’une alle altre:

Ancùo go vardà come se mola
le fògie da i àlbari in autuno. 

Un svolo zalo de farfàe che va zo e
se pusa in tera 

Una sora l’altra, un tapéo lizièro.

Lassàr el so ramo cussì, le altre fògie,
el cielo lontàn, sensa far rumòr.
apena un rèfolo, un fis-cio de vento
che ghe dise de ‘ndàr,
un giro de stagión, come che vol
natura, destìn o chissà.

Lassàr tuto cussì, savendo solo
che altre fògie domàn cascarà,
                                 altre,
co un altro sol,
nassarà. 

Ho concluso questa mia appassionata lettura di un libro importante ma per molti aspetti sconfortante, e non vedo come l’osservazione del nostro tempo potrebbe condurci ad una sensazione differente. E’ una visione pessimista quella di Sassetto, ma sottoscrivibile, e l’immagine della Venezia violentata da milioni di turisti nell’indifferenza del mondo intero, malgrado tutte le vuote parole che si spendono quotidianamente attorno a questa situazione, non può lasciarci indifferenti. Leggiamo cosa egli scrive in Riva S-ciavóni

Da qua se vede ben tuta la canàia
che qua comanda par davero, del la Piassa
a la riva intièra cresse la cancrena
benedìa da sindaco e giunta comunàl

i novi dogi qua governa a ociàe
a fis-ci, col walkie talkie in man e
‘l tirapugni sconto, el conto in banca
da ingrassàr, e xe guera, temporàl, xe 

‘na scravassàda de forsa criminàl che
desfa e magna belessa e umanità,
che cópa ‘na cità za martoriàda

cadavere spussolénte de anime e
alghe marsìe, de ributàr in mar

             da desmentegàr 

Questa di Sassetto mi sembra in sintesi la miglior risposta a tutti coloro che hanno sempre sostenuto che al Nord, qui da noi in Veneto, la mafia non esiste.

9788889709290
in apertura opera di Maurizio Caruso

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: