Sul distacco, di Giulia Niccolai

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Sul distacco, stralcio da un inedito di Giulia Niccolai.

   

   

[…]
L’ultimo giorno del ritiro, nel silenzio assoluto della prima meditazione, dalle 6 alle 8, udii qualcuno che rastrellava la ghiaia di un giardino.
Il rumore mi parve anch’esso celestiale, come quello della sabbia setacciata, due settimane prima. Associai subito la possibile metafora tra i due: la sabbia setacciata era togliere i grumi, le imperfezioni dalla mia coscienza mentale. Terminato l’impegno, il rastrello alla fine, era “pettinare”, ordinare il sentiero del giardino (il cammino spirituale?).
Così mi resi anche conto che l’appagamento che quella sabbia ritmicamente setacciata mi aveva dato, non era solo contrasto tra la delicatezza di quel suono e la violenza del trapano.
La sabbia setacciata, quel fruscio, era sublime di per sé, come il filo di granelli della clessidra che sta a indicare lo scorrere del tempo?
Il verso di una supplica buddhista dice: “perciò ascolta con mente concentrata in modo univoco”.
Ecco, per spiegare quel termine “univoco”, in quegli attimi di grazia stavo forse riuscendo ad ascoltare il rumore del rastrello in modo univoco?
Non solo il mio udito, tutta la mia coscienza mentale, tutte le mie cellule, tutta me stessa, ascoltando quel rumore, lo percepivano come la cosa in assoluto più incantevole al mondo.
Quel rumore aveva qualcosa di sacro. Era come se avesse il potere di benedire tutte le persone che avevo sentito usare il rastrello nel corso della mia vita. Non c’era più alcuna dualità tra quel rumore e me. Ero quel rumore e quel rumore era beatitudine.
Dicendo mentalmente a me stessa queste cose, avevo cominciato col formularle così: “ la bellezza di quel rumore benedice tutte le rastrellate…” scartai subito “rastrellate” perché suonava troppo come botte di rastrello date in testa a qualcuno.
Così cominciai col dire “rastrellamen..” e mi bloccai di colpo, attonita:
Dio mio, cosa sto dicendo? RASTRELLAMENTI?
Ma la beatitudine si era già trasformata in smisurato senso di compassione per tutti coloro che avevano subito, nel tempo, l’empietà di un rastrellamento.
La vastità della compassione è ancora più incomparabile della meraviglia della beatitudine.

E’ in questi attimi di rivelazione, quando scompare la mente dell’ Io (e di conseguenza: io/tu, questo/quello, l’uno/l’altro), e al suo posto sorge una mente non-duale tra sé e ogni altra cosa, che si coglie l’essenza della vita.

Questo è il risultato di un vero distacco: la visione della vacuità.
Il soggetto (la mente realizzata – anche se per pochi attimi), e l’oggetto vacuità diventano indivisibili.
Non c’è più spazio, né distanza tra i due.
Come versare l’acqua nell’acqua.
La mente, che non è materia ed è senza forma, diventa la stessa cosa della parola udita o pensata, o del rumore, o dell’immagine, o del sapore, o dell’odore o di ciò che la tocca (dunque, del tatto).
La mente si identifica nell’oggetto di ognuno dei 5 sensi (forse anche di tutti e 5 assieme, ma questo non lo so).
Invece, la mente non distaccata dal corpo è sempre concettuale: mischia tra loro significante e significato, l’oggetto sedia e il suono della parola “sedia”.
Solo realizzando la vacuità abbiamo la visione dell’effettiva costante illusione (approssimazione) dei nostri 5 sensi.

Senza saperlo, senza saperlo(?), la poesia è sempre alla ricerca della vacuità?

              

Daniele Pezzoli, "Mucche"
Daniele Pezzoli, “Mucche”

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