Sul senso di colpa nella scrittura delle donne, di Anna Lombardo

Frances Flora Bond Palmer, Curvando sul Mississipi, 1866_risultato

Sul senso di colpa nella scrittura delle donne, di Anna Lombardo.

     

     

Uno dei temi discussi a latere durante il festival internazionale di poesia a Nagpur, in India, organizzato da Rati Saxena e il suo giornale on line Kritja, riguardava il senso di colpa sotterraneo nella scrittura femminile. La domanda che veniva posta era come o se esso poteva aver influito nella marginalizzazione della scrittura femminile mettendo in dubbio la stessa ‘capacità’ delle donne di poter scrivere a livello professionale come la loro controparte maschile. Il riferimento letterario suggerito era uno degli scritti meno noti di Virginia Woolf uscito postumo, The Angel in the House, che riletto oggi, a distanza, presenta delle risonanze notevoli.[1]

Il tema richiede una breve incursione nel vocabolario. Secondo il vocabolario della lingua italiana, lo Zingarelli, la ‘colpa’ è la ‘responsabilità conseguente a un’azione che contravviene a una norma morale o giuridica’, mentre il ‘senso di colpa’ viene sintetizzato come errore o imperfezione. Nella teoria psicoanalitica, in particolare secondo Freud, il ‘senso di colpa’ risulta dal conflitto atavico tra Eros e Thanatos (in greco morte), una tensione fra l’Io e il Super-Io che si manifesta con quello che noi comuni mortali chiamiamo e percepiamo come ‘senso di colpa’ o ‘bisogno di punizione’ per atti non conformi alla ‘morale costituita’. Per capire o riflettere su cosa e come questo senso di colpa ha operato e/o continua ad operare nella scrittura di genere, bisogna considerare sia le tappe compiute fin qui dall’emancipazione –o non emancipazione– della donna, sia individuare quali norme morali o giuridiche quell’attività andava o va a confliggere. Pur in assenza di una storia generale completa della letteratura occidentale gender- oriented, ancora tutta da scrivere (essa, infatti, è storia recente) noi, donne di ‘parola occidentale’ diamo per scontato che la scrittura delle donne e quella poetica in particolare non faccia più scandalo, non produce emarginazione o meraviglia.[2]

Quindi, potremo concludere che essa non ‘confligge’ con norme di qualsiasi tipo che la società si è data. Davvero è così? Indiscutibilmente, le attuali condizioni raggiunte, almeno nel mondo occidentale, che si riflettono anche nell’ambito delle ‘attività creative’, affondano la loro forza e radice nelle lotte compiute in diversi ambiti dalla prima ondata del femminismo (e le successive) e in quelli per i diritti civili della fine del secolo diciannovesimo e ventesimo. Linfa giunse pure dalle varie rivoluzioni/evoluzioni politico-sociali così come pure dall’avvento della scuola di massa che aprì la porta a generazioni di giovani donne delle classi medio-basse. Non da ultimo lo sviluppo tecnologico-scientifico diede una mano consistente aprendo,da un lato le porte al mondo del lavoro esterno alla casa (un tempo prerogativa e diritto solo maschile) e dall’altra ‘liberando in modo significativo il tempo delle donne.[3] Tutto ciò congiuntamente, ha permesso quell’emancipazione economica e sessuale che rimane ancora una delle tappe fondamentali anche per l’affermazione di una scrittura di genere più consapevole, continua e duratura capace di costituire punto di riferimento per le generazioni successive. Se Una stanza tutta per se di Virginia Woolf rappresentò il faro che aiutò molte donne a navigare nel procelloso mare del riconoscimento e dell’affermazione della propria indipendenza scritturale, il suo The Angel in the house, e in particolare il dettato che la scrittrice raccomandava alle scrittrici — ‘Killing the Angel in the House’–, mette a nudo i conflitti interiori che l’attività creativa stessa riservava alle donne.[4] Attraverso l’esperienza scritturale con i suoi implacabili imperativi, Woolf non sperimenta e scopre solo ‘l’altra’, lo scomodo doppio, il modello femminile di perfezione che dovrà alla fine eliminare se vuole sopravvivere, ma entra in una esperienza che investe lei stessa nel profondo, lei come corpo.[5] Lo scritto preparato per un discorso d’apertura alla Società Nazionale delle Donne nel 1931 non offre alcuna soluzione al dilemma ma segnala quanto pesasse quella ‘scoperta’ sull’autrice e sulla donna Virginia che si suiciderà nel 1941. Singolare che dall’altra sponda, in Francia, per la scrittrice e artista Colette, che tanto fece scandalo agli inizi del novecento con la sua condotta ‘spregiudicata’, l’esperienza della scrittura era invece dichiaratamente esperienza sensuale ‘una compenetrazione tra la lingua del mondo, tra lo stile e la carne.’[6] Questa dimensione più ‘corporea’ insita nella scrittura di molte donne (ma anche di molti uomini a cui è ‘concesso’ però oltrepassare la soglia del contatto) gioca e ha giocato una parte non indifferente nello scatenare sensi di colpa a cui verosimilmente non tutte seppero reagire. Se i modelli femminili proposti erano quelli della domesticità stessa della donna con l’unico pensiero dominante teso a soddisfare i bisogni esclusivi del suo nido familiare, e della cura in generale, è evidente come, la scrittura, che già poneva delle sue ferree leggi legata alla ricerca di un proprio stile o registro, di una propria voce personale e indipendente, (difficile soprattutto in mancanza di modelli autorevoli e riconosciuti), sollecitasse un senso generale di inadeguatezza. Senso di inadeguatezza che aveva il suo punto debole nel tempo ‘messo a disposizione’ e quindi ‘sottratto’ ai ‘doveri’ femminili imposti dalla società. Altro nodo, diciamolo chiaro, veniva anche dai confini ‘i boundaries’ posti alla stessa scrittura dal canone letterario, esclusivamente ‘forgiato’ da menti maschili. Tutto ciò che non rientrava entro quei modelli o che poteva anche lontanamente sovvertirli, (come poteva per esempio fare la scrittura lesbica di una Amy Lowell agli albori del secolo scorso o dopo quella di Adrien Rich, per citarne alcune) era bandito.[7]

Quel sentimento di ‘inadeguatezza’ che acuiva il senso di colpa, ogni giorno scalfiva la già esile stima di sé, (altro punto cruciale per la donna) aggravata dalla mancanza di aiuto o comprensione da parte del mondo circostante, sia esso famiglia, amici, mariti, figli, nonché l’assenza di una comunità poetica di genere più o meno autorevole e riconosciuta. Nella stessa epoca di Virginia Woolf ma dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, la scrittrice Charlotte Perkins Gilman lottava con altri fantasmi che disvela e distrugge nel suo terribile e surreale racconto The Yellow Wall-Paper (1892). La storia, che descrive gli effetti dell’isolamento sulla mente della narratrice confinata nella sua casa a causa di una temporanea ‘depressione’, mette in luce la sofferenza e la pena che spesso toccava a quelle donne che volevano ‘usare la penna’. Questo senso di frustrazione, di rifiuto e colpa creava un distinguo, uno spartiacque tra quella che diventava, se agita da un uomo, la ‘professione’ di scrittore, e semplicemente la scrittura occasionale ‘di donna’ se agita da donna.[8] La scrittura femminile è sempre stata considerata, in fatti, un ‘qualcosa’ che a loro non appartiene, non si addice e anche molto ‘pericolosa’ per la salute mentale soprattutto se usata per denunciare o mettere in luce soprusi o relazioni a due imbarazzanti.[9] Solo se riusciva a piacere/soddisfare “to please”, a non uscire dal seminato, a non attraversare la soglia, alla scrittura femminile veniva concesso ascolto e pubblico riconoscimento. Non può quindi sorprendere che molte donne, soffocate e appesantite da questo ricatto sottile e costante, decidessero di sottrarvisi con ogni mezzo e a volte con risvolti tragici. La storia della scrittura femminile è storia di iniquità, di diritti negati, di sopraffazioni e di sensi di colpa appunto poiché il seguire la propria ‘vocazione’ portava emarginazione e disapprovazione sociale e familiare. Alcuni risvolti tragici nella vita di autrici del secolo scorso, di diversi paesi, molto note e amate da tutti coloro che hanno avuto modo di leggere e gustare i loro versi e i loro scritti senza pregiudizi di genere, gettano una luce inquietante sul peso reale della dimensione omofobica che affliggeva il ‘reame dell’arte’. Mi riferisco in modo particolare alla russa Marina Cvetaeva (1882 1941), alle americane Anne Sexton (1928 1974) e Sylvia Plath (1932 1963), alle argentine Alfonzina Storni (1892-1938)e Alejandra Pizarnik (1936 -1972), all’italiana Amelia Rosselli (1930-1996) , per citarne alcune, tutte accumunate da una fine tragica e voluta. Se non sempre con il suicidio, queste donne dalla voce e dall’esperienza scomoda, provarono a sottrarsi con la pazzia, come nel caso della poetessa italiana Alda Merini (1931-2009) o rinunciando alla loro arte o semplicemente isolandosi dal mondo. [10] Quest’ultimo è il caso eclatante dell’americana Emily Dickinson che volontariamente si rinchiuse in una sorta di autoemarginazione punitiva, –secondo i seguaci di Freud– di dedizione totale alla sua scrittura dal sapore quasi mistico –secondo altri.

Quasi da tutti i testi di queste autrici traspare però, a ben leggere, il velo di impotenza e la rabbia trattenuta assieme ad una innocente sorpresa di fronte all’ottusità che il mondo mostrava nei loro riguardi. Tuttavia, è proprio per quelle poche o tante che per nostra fortuna levarono alte le loro voci, sottraendosi alle rigide regole del sistema letterario maschile (favorite indiscutibilmente spesso da uno status sociale elevato), che si può oggi parlare con un sentimento meno oppressivo di quei fantasmi, di quei lacci che da sempre costringono la donna a rimanere stretta dentro il ruolo per lei intessuto dalla morale sociale. Oggi si può affermare che, almeno nella scrittura, la donna non appare certo più come musa ispiratrice secondo il ‘canone’ di Harold Bloom ma è soggetto attivo e vivace.[11] Essa ha un suo peso sebbene, anche laddove la scrittura non è più vista come ‘peccato’e non grida allo scandalo, per venire alla luce, per acquisire status di esistenza, deve ancora ‘conformarsi’ e confrontarsi con le regole vigenti –i modelli o i vari canoni accettati o addirittura pretesi dal sistema editoriale e dal complesso patto sociale organizzato attraverso la relazione domanda-offerta, prodotto-consumo. Questo sistema duale è ovviamente supportato dall’immaginario tutto virile dei rapporti di forza. Tuttavia, i problemi legati all’editoria (che comunque penalizzano sempre di più le aspirazioni artistiche delle donne) e le difficoltà che continuano ad incontrare scrittrici, poetesse e artiste provenienti da altre aree geografiche (mi riferisco in modo particolare a quelle dei paesi sotto dittatura islamica dove chi scrive rischia dall’esilio alla pena di morte) deve farci riflettere su come, forse, il ‘senso di colpa’ sia ancora vigile e funzionante e costringe le donne a gesti estremi o comunque ad autocensure che non fanno per nulla bene alla ricerca e alla creatività artistica nonché al tanto sbandierato diritto occidentale della libera espressione. Non solo, esse sottraggono testimonianza, narrazione alla partecipazione di ogni donna nella società. Esse impediscono di ‘ascoltare’ l’altra parte della storia.

Ripensando al senso di colpa sotterraneo e senza penetrare troppo nell’area interpretativa di tipo psicoanalitico, ritengo interessante riflettere per esempio sulle inquietudini mosse dal conflitto che si sviluppa anche all’interno dei modelli in vigore e accettati, quantunque non più considerati come imperativi dalla maggioranza delle donne, e quali le conseguenze nelle loro vite reali. A questo si può inserire un’altra riflessione che la globalizzazione, la crisi economica nonché il cambio dello scenario geopolitico a livello mondiale ci propone: l’emigrazione di diversi popoli e gruppi sociali Questo spostamento, voluto o forzato, dal proprio luogo d’origine, ha concesso alla scrittura in generale e a quella femminile la possibilità di confrontarsi/incontrarsi, arricchirsi e contaminarsi. In Italia da meno di un decennio, settori editoriali, diversi da quelli interessati solo all’aspetto sociale del fenomeno, cercano di dare spazio a queste scritture “nomadi”. Nel 2007 è apparsa sul mercato una antologia che raccoglieva i testi di alcune poetesse arabe di culture e tradizioni diverse provenienti dall’Iraq al Marocco,dalla Siria allo Yemen. Il titolo del libro fece molto scalpore: Non ho peccato abbastanza.[12] Dalla lettura dei testi si capiva che la grande e unica ‘colpa’ di queste poetesse era proprio la loro scrittura. Molte di loro si trovavano in situazioni difficili in patria a causa di questa attività, altre erano da tempo in esilio. Probabilmente il ‘fantasma’ di quell’angelo del focolare, di cui Woolf parlava un secolo prima, ancora oggi provoca incubi e profondi disagi visto che si frappone tra il ‘dettato’ esterno, la necessità o la spinta a ‘please’ soddisfare, accontentare e (accontentarsi) nei ruoli coniugali e familiari etero centrici e quello interno di realizzazione del sè che passa necessariamente, come sanno bene, indipendentemente dal genere, tutti coloro che scrivono, attraverso una ‘esperienza’ tutta per se e attraverso se. Probabilmente è questa condizione centrica che ancora è mal digerita, poco sopportata nella società di tipo patriarcale che non si rassegna a superarsi. Vorrei concludere con una citazione tratta dal testo presente proprio in questa antologia della mia amica poetessa siriana Maram al-Masri che da anni vive esiliata a Parigi: Ti guardo

(…)

5

Che meraviglioso delitto
Ho commesso?

Ho goduto di un corpo
Che mi ha donato
Un fiume inebriante
E una ribellione di vita.

         

___________________________________

[1] Pubblicato postumo, nella raccolta dal titolo The Death of the Moth and Other Essays , prende a prestito la protagonista del poema di Coventry Patmore dedicato alla moglie considerata la donna ideale per la sua capacità di sacrificarsi e confortare il suo uomo nell’ambito domestico appunto.
[2] Perfino nel così detto ‘nuovo continente’ pare che una storia della letteratura femminile abbia visto le stampe solo recentemente, grazie ad Elaine Showalter che con il suo volume A Jury of her Peers. Celebrating American Women Writers from Anne Bradstreet to Annie Proulx. Vintage Books, Random House, Inc., New York, 2010, ha segnato una svolta cruciale nella storia delle donne scrittrice americane.
[3] Sulle ricadute socio-ambientali dei nostri processi scientifici e tecnologici si discute da molti anni. Le teorie e gli approcci sono diversi ma la domanda allarmante su dove tutto ciò porterà il destino del pianeta se la pongono ormai in molti. La situazione ambientale è sempre nelle agende dei grandi incontri internazionali dei paesi, salvo poi arrivare sempre ad accordi e posizioni più cauti e meno sensibili verso il rischio di estinzione non solo della flora e fauna ma anche della stessa specie umana.
[4] L’opera, il cui titolo originale è A room of One’s own, fu pubblicata nel 1929.
[5] Nel testo Woolf uccide ‘l’angelo’ strangolandola, impedendole quindi di parlare, di confondere la sua voce con la propria. In questo ‘delitto’ molto intrigante, Woolf mette in scena una forza tutta di tipo maschile.
[6] Julia Kristeva, Il Genio Femminile: Colette, Melaine Kleine, Hannah Arendt,. Roma: Donizzelli Editore. 2004, p.5.
[7] Il problema del canone, è ancora purtroppo il grosso nodo da sciogliere. Solo recentemente alcune critiche femministe hanno iniziato ad affrontarlo in modo più sistematico. Su questo punto vedi il libro di Joyce Warren e Margaret Dickie. Challenging Boundaries. Gender and Periodization . Athens (Georgia), The University of Georgia Press, 2000. Il volume non ancora tradotto in italiano, contiene numerosi saggi di diverse tendenze che esaminano i ‘vizi’ del canone e della periodizzazione letteraria così cara ai nostri critici.
[8] E’ singolare come il primo rilevamento generale sugli scrittori negli Stati Uniti compiuto nel 1879 dedicava non più di qualche riga alle autrici fino ad allora note; addirittura la poetessa , scrittrice e critica letteraria del tempo che coeditò l’undicesimo volume della raccolta pose solo le iniziali del suo nome per non tradire la sua identità e, pare, che nessuno dei suoi contemporanei se ne accorse.
[9] Rilevante come nei primi anni del novecento, la medicina supportò questa idea di ‘fragilità emotiva’ della donna rispetto alla scrittura. I medici sconsigliavano alle donne di scrivere ritenendo che l’energia necessaria alla procreazione potesse essere distratta da questa occupazione per via dell’eccitazione dello sforzo creativo.
[10]“ Il XX è stato anche il secolo che ha affrontato, con una lucidità a sua volta senza precedenti, la follia propria della mente umana. Con la scoperta dell’inconscio freudiano, per la prima volta nella storia, la follia diventa oggetto di studio”. Julia Kristeva , Il genio Femminile. Colette, Donzelli Editore, Roma, 2004 (pag. 7)
[11] Harold Bloom , Il Canone Occidentale, Milano, Bompiani, 1996.
[12] Maram al-Masri. In Non ho peccato abbastanza. A cura di Valentina Colombo. Milano: Oscar Mondadori,2007.

                          

Frances Flora Bond Palmer, Il Mississipi in tempo di guerra, 1862, in apertura Curvando sul Mississipi, 1866
Frances Flora Bond Palmer, Il Mississipi in tempo di guerra, 1862, in apertura Curvando sul Mississipi, 1866

3 thoughts on “Sul senso di colpa nella scrittura delle donne, di Anna Lombardo”

  1. Interrogarsi su quell’imposizione dei “rapporti di forza”. E sabotarla. Per raggiungere altre vie di domanda. Domande fondate su valori che non escludono l’uno e l’altra, e che non caricano pezzi di mondo su valori d’esclusione, altro volto del vivere bellico che l’ Occidente (visto che questo è il pezzo di mondo che stiamo vivendo) trova sempre nuove sbarre da gabbia. E continuare a raccogliere il patrimonio letterale del genere, e quanto più possibile, antologizzarlo.

  2. poiché di fatto non hanno colpe, le donne, scatta in loro il senso della colpa per assoluta responsabilità di quanto fanno, pensano, desiderano. Si inizia dall’atto della raccolta, quella mela che di fatto ha spalancato la porta alla consapevolezza, alla presa di posizione e anche alla condivisione. Adamo, già allora si allontanò dalla compagna, che per lui l’aveva colta, la consapevolezza dico, non certo quella mela, cattiva traduzione di un frutto ancora acerbo di certo.Serviva tutta la storia per rendersi conto dell’immaturità del compagno, della sua sciatteria nel considerare la faccenda nella sua interezza e nelle sue conseguenze.
    Le donne si massacrano ieri come oggi proprio perché vedono chiaro, vedono mancante quel legame, quel ponte tra sé e i compagni sempre pronti a giocare.

  3. Credo che il senso di colpa stia tutto dentro ai rapporti di forza tra uomo/donna e società intera che ha coltivato per secoli Il pregiudizio nei confronti del femmnile e che ci ricorda come le donne siano state relegate al ruolo designato di buona madre e moglie. Qualsiasi fuga fuori dal ruolo è stato visto con sospetto,(con paura?) da tenere sotto controllo, senza esclusione di campo, compreso quello della scrittura. Sovvertire questo peso è atto di una tale ribellione, da non essere facilmente sostenibile e da non poter sfuggire al famigerato senso di colpa. Certo oggi le donne si sono affrancate culturalmemte, prendendo in mano la propria vita, ma non escluderei che sotto le ceneri della nostra società occidentale così liberale, non covino ancora pulsioni di dominio feroci e che non possano riemergere altre rivalse mai assopite totalmente.Vale ancora il detto “o ci salviamo tutti insieme, o non si salva nessuno”.Condivido il pensiero dell’autrice Maram- al -Masri, chiusa perfetta all’articolo di Anna Lombardo.

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