Sull’oralità della poesia, intervista a Alessandra Racca

Dismaland, opera di Brock Davis,  foto di Gimez

Sull’oralità della poesia, intervista a Alessandra Racca, a cura di Paolo Polvani.

    

   

Da chi è composto il pubblico degli slam e degli spettacoli di poesia?

E’ un pubblico eterogeneo che varia a seconda delle situazioni e dei luoghi. Ho fatto reading davanti a un pubblico di ogni età e genere, da situazioni più popolari a luoghi che radunavano un pubblico più colto e smaliziato; nella mia esperienza non c’è un tipo di pubblico, ho avuto esperienze positive in contesti molto diversi, dal centro sociale, alla piazza, al bar, alla libreria. Per quanto riguarda lo slam il discorso è piuttosto analogo, il pubblico varia a seconda del contesto, anche in questo caso ho visto di tutto. Per quanto riguarda il torneo che da anni organizziamo qui a Torino, si tratta per lo più un pubblico di coetanei, trenta-quarant’enni, fruitori di teatro, cinema, lettori, un pubblico curioso, che vede molte cose, piuttosto avvezzo alla dimensione live della poesia.

     

Tu pensi che attraverso queste forme di diffusione, le persone si possano avvicinare alla poesia “scritta”, quella dei libri, dei classici per intenderci, e dei contemporanei?

Da un lato mi viene da risponderti di sì. Se vado ad ascoltare uno slam o un reading e mi rendo conto che mi piace e mi interessa, magari innanzitutto inizierò ad approfondire e leggere quello che ho ascoltato, se lo troverò piacevole e interessante è facile che andrò a cercare ancora quel tipo di esperienza, in altri libri e autori, mi farò più scaltrito come fruitore del linguaggio poetico e andrò magari a cercare indietro e in orizzontale, fra i contemporanei. Dall’altro lato mi viene da domandarti: perché mi fai questa domanda? Perché sotto sotto c’è il pregiudizio che quello della poesia live sia il livello elementare della poesia? Perché scritto vale più di qualcosa che viene scritto per essere letto o performato? Accademia vale più di sperimentazione o di popolare? Io quando leggo o ascolto qualcosa voglio solo che quell’opera d’arte, accadimento, evento, esplori con un linguaggio interessante ciò che l’autore o gli autori hanno deciso di esplorare. Voglio provare piacere o che le mie idee sul mondo entrino in risonanza o in collisione con ciò che mi viene proposto. Voglio la qualità. Perciò ti dico anche questo: forse queste forme di diffusione non porteranno lettori alla poesia classica e contemporanea di altro genere e tipo, forse porteranno fruitori a questo genere di linguaggio stesso, forse – e me lo auguro – porteranno altri a voler utilizzare queste forme e a farlo sempre meglio, con maggiore qualità, rigore, inventiva e profondità. Io spero che da questo mondo della “lettura ad alta voce” si formino ed emergano voci potenti. Che si usi la poesia letta in pubblico per parlare di questo benedetto mondo in cui viviamo, di noi, di ciò che amiamo e temiamo, della nostra storia, della morte, dell’universo, del nostro linguaggio. Che lo si faccia con onestà e arte e curiosità. Questo mi interessa. Ne siamo capaci, ne saremo capaci? Il piagnisteo sui numeri scarsi di lettori della poesia “alta”, “ufficiale”, “con il pedigree” e le querelle poesia scritta vs poesia orale invece inizia ad annoiarmi.

    

Ci racconti la tua esperienza?

Ho iniziato a fare reading come ricerca di un confronto. Interessava, quello che scrivevo, ad altri? Un po’ perché appassionata di teatro, un po’ perché mi pareva difficile, prematuro, pubblicare, ho deciso di rispondere a questa domanda così, leggendo davanti ad altri. Ho sperimentato che funzionava, tramite i reading potevo comunicare, tramite le mie poesie, con altre persone. Ciò che scrivevo era interessante anche per altri. Ho pubblicato, ma la dimensione live ha continuato a interessarmi. Mi sono fatta domande su ciò che facevo, ho cercato sempre di evolvere, migliorare, imparare da quello che facevo e vedevo fare. Fare questo mi ha portata a conoscere altri che facevano questo. Questa conoscenza è stata fondamentale e bellissima, mi ha insegnato molto. Parallelamente ho scoperto che esisteva lo slam, che era un altro modo di declinare la lettura e la performance. Alcune cose dello slam mi piacevano molto, altre meno. Mi sono messa a organizzare slam perché volevo andare nella direzione di ciò che trovavo interessante. Continuo e credo continuerò a utilizzare la pratica performativa come strumento di diffusione del mio lavoro, sperimentazione, conoscenza, fonte di piacere ed evoluzione.

    

Esiste secondo te il rischio di una grossa mistificazione? cioè che gli spettacoli siano divertenti, coinvolgenti, tante risate, ma poi, in quanto a poesia, ci sia davvero poco?

Io veramente non capisco. Uno si trova davanti a uno spettacolo che è divertente, coinvolgente, tante risate, quindi di fronte a un accadimento che lo diverte, lo coinvolge e lo fa ridere e si domanda “Mmmmh, oddio, sto ridendo, ma… c’è abbastanza poesia qui?” No, io spero che rida, si coinvolga e sia grato a chi riesce a farglielo fare. Poi, magari, visto che è una persona intelligente e magari anche colta, va a prendersi un libro di poesia di altro genere, tutt’altro genere, legge, ne gode, diversamente, ma ne gode. E fa un’altra esperienza. E siccome è una persona intelligente riesce ad avere a che fare con entrambe, rendendosi conto delle differenze e anche delle diverse intenzioni degli autori. Poi, magari, decide, che una gli interessa di più e andrà a cercare quel tipo di esperienza. Capisci cosa voglio dire? Chiedi a un cantautore di farti fare la stessa esperienza di un ascolto di musica concreta o classica? No. Se sei una persona curiosa, riesci ad ascoltare tutto senza arrabbiarti con il cantautore perché non sta facendo un concerto di archi e viceversa. Inoltre, se sei una persona curiosa che mette in moto il cervello, ti costruisci una conoscenza delle varie cose che ascolti e ne ricaverai delle preferenze, un gusto personale e saprai perché pensi che quel cantautore sia meglio di un altro, apprezzerai uno perché usa un linguaggio popolare in un certo modo e l’altro perché è ricercato. Oppure dirai che a te i cantautori proprio non interessano perché ti interessa un altro tipo di esperienza, per esempio quella che ti fa fare il jazz e tu ascolti solo jazz. Punto. Il resto, per me, veramente, ha poco senso. Vogliamo, per stare più sereni e goderci ciò che il variegato mondo della poesia contemporanea offre, inventarci una macchina che misura il tasso di linguaggio poetico presente nei testi? Così avremo dei bei resoconti: tasso poetico 10, 5, 2. Tireremo fuori dei bei grafici. Daremo patenti di poeticità. E poi?

     

Qualcuno dice che si tratta di un ritorno alle origini, quando la poesia era essenzialmente orale, legata alla musica, e offerta in maniera spettacolare. Sei d’accordo?

Risposta negativa. Tutta la storia dell’arte, in ogni ambito, è fatta di recuperi e rielaborazioni, non mi pare questa una grande novità, se di nuovo dobbiamo dirci questo per giustificare che se lo facevano gli antichi lo possiamo fare anche noi.
Risposta positiva. L’analisi del contemporaneo in relazione a ciò che è venuto prima è interessante, tuttavia in questo domandarsi chi siamo e da dove veniamo credo possa fornirci qualche elemento più utile la storia della poesia più vicina (le avanguardie, gli anni sessanta, la cultura beat…), l’indagine sull’influenza di altre arti (la musica sopra tutte), il prendere in considerazione il contesto socio-culturale da cui nascono determinati fenomeni, considerare come e in che modo ci influenza l’era digitale, confrontare il contesto italiano con altri.

    

Pensi che in futuro il fenomeno della spettacolarizzazione della poesia si diffonderà ulteriormente?

Potrebbe, sì.

     

Un certo filone buffonesco, ironico e addirittura comico è sempre esistito. Ci sono dei motivi secondo te per cui l’attuale società ne favorisce l’espansione?

Ti rispondo con delle domande. L’attuale società ne favorisce l’espansione? Abbiamo forse parecchio bisogno di ridere? Abbiamo dei problemi con la risata? Abbiamo dei problemi con ciò che ridicolizza, scherza, gioca con o tramite qualcosa che riteniamo serio? Abbiamo dei problemi con il fatto che la poesia possa far ridere o sorridere? Sappiamo distinguere fra vari tipi di comicità? Abbiamo mai smesso di considerare ciò che è comico qualcosa di inferiore? Pensiamo che ciò che è comico sia necessariamente superficiale?

     

Tutto questo viene definito nazional – popolare, ti ritrovi in questa definizione?

Cosa intendiamo, esattamente per nazional popolare? Treccani on line: nazionàl-popolare (o nazionale-popolare) agg. – 1. Propriam., che è insieme nazionale e popolare, con specifico riferimento alla concezione estetica di A. Gramsci (1891-1937), secondo la quale le opere letterarie o artistiche, e in generale usi, costumi o manifestazioni di una civiltà, devono esprimere i caratteri distintivi della cultura nazionale in modo da essere riconosciuti come rappresentativi di tutto il popolo e contribuire così alla presa di coscienza dell’identità concettuale di nazione e popolo: in Italia è sempre mancata e continua a mancare una letteratura nazionale-popolare, narrativa e d’altro genere (Gramsci). 2. estens. Con valore riduttivo, di tutto ciò che rappresenta gli stereotipi e gli aspetti più superficiali di un gusto e di una presunta identità nazionali.
Se per nazional-popolare intendiamo questo no, non riconosco il mio lavoro rientrare in nessuna delle due definizioni. E no, non mi pare che nemmeno il lavoro dei miei colleghi sia nazional-popolare. Forse popolare, nel senso che può parlare e parla a molti, forse perché fa propri riferimenti e linguaggi della cultura pop e se ne nutre.

                   

Dismaland, opera di James Joyce - in apertura opera di Brock Davis,  entrambe le foto di Gimez
Dismaland, opera di James Joyce – in apertura opera di Brock Davis, entrambe le foto di Gimez

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