Sunday bloody sunday, racconto di Luana Lamparelli

Ivo Mosele, Crociera

SUNDAY BLOODY SUNDAY

racconto di Luana Lamparelli

                

Porto un nome che, come ha già detto qualcuno in un film – e come puntualmente, al momento opportuno, ripete il mio commercialista – “sottende ambizioni”.

La battuta è di Jep Gambardella, dal film di Sorrentino “La grande bellezza”. Quando è approdato nelle sale, io l’ho visto sette volte. Sì, ho pagato solo una volta il biglietto; poi il proprietario del cinema, visto il mio entusiasmo e le chiacchierate tirate fino a notte fonda, tra riferimenti storici, citazioni, intuizioni dovute alle sinapsi che funzionavano meglio per il refrigerio delle ore piccole, mi ha invitata a tornare in sala, sua ospite, ogni volta che avessi voluto. Così ecco che s’è fatto quel numero, sette: la spiritualità,  l’intuizione, la capacità di fondere magia e realtà, la capacità di “realizzare” il magico nel quotidiano.

Subito ho allertato il mio commercialista, lui che è bravo nel far di conto e di parole, di vita frivola e vita meditata. “Devi andare a vederlo”. Gli è piaciuto. Ne abbiamo straparlato. I riconoscimenti alla pellicola sono arrivati parecchio dopo, intanto fra noi la battuta era già passata alla storia, con la malizia che le appartiene, più la nostra ironia.

“Un nome che sottende ambizioni.”

E così sì, sono una che porta un nome che sottende ambizioni. E del resto di ambizione ne ho molta. Forse la sua scelta, da parte dei miei genitori, ha impresso un marchio su di me.

Mi definisco ottimista realista: insomma, se la realtà fa schifo, non puoi certo illuderti. È sempre questione di premesse: se sono buone, puoi pensare al meglio, lavorare puntando più in alto. Altrimenti, la scelta è più facile: accettare o girare i tacchi.

Dicono io sia troppo razionale, poco spazio per emozioni e sentimenti. Non mi rivedo in questa definizione, non mi riconosco in questo rimprovero, poco spazio a quel che sento e provo, però se gli altri me lo dicono certamente deve essere vero, alla fine mi hanno convinta. Del resto è indiscutibile che parli di me sempre per cose accadute, fatti collegati e dati oggettivi, cause ed effetti, premesse, tesi, sintesi passando pure per le antitesi. Mi sono detta, fino a non molto tempo fa, che sono gli altri a non capire: semplicemente non parlo del mio vissuto sentimentale ed emotivo perché non ne vedo il motivo. Voglio dire: saranno pure fatti miei, o no? Odio lo sbandierare la propria intimità. Lo trovo assurdo come certe pubblicità che vogliono il consenso del pubblico vendendo fuffa. Certo, i sentimenti non sono fuffa: però passano, cambiano. Come le pubblicità. Non proprio tutti, sì. Ma non possiamo ancorarci troppo ai sentimenti, scordando che la vita scorre e noi la perdiamo.

Se proprio devo parlare di me, descrivermi, riconduco tutto alle certezze che da sola ho costruito: il lavoro importante, la mia casa accogliente e confortevole, i miei amici, i miei interessi, le feste e la vita mondana a cui a volte do buca (con grande delusione di tutti). In più: sono insofferente cronica alla televisione (la “televiziata” la chiamava mio nonno). Quando capito a casa dei miei, o di amici, ed è accesa, mi meraviglio di come tramite pubblicità e programmi passino certe informazioni, certi messaggi, certe insinuazioni. Resto sempre costernata e indignata. Ma ci trattano da idioti? L’ammorbidente per i capi d’abbigliamento presentato come se fosse un elisir d’amore e bellezza, sensualità e incanto, cose che nemmeno Giambattista Basile avrebbe mai architettato. I reality per dimagrire, cuccare, imparare a vestirsi, curarsi. E dall’altra parte dello schermo noi, tutti buttati sul divano a vivere le vite finte degli altri. La verità è che ci preoccupiamo dei modelli, invece che delle nostre singole esistenze. Siamo una razza animale assurda.

Vedete, se devo proprio usare la parola “sento” per parlarvi di me, ecco: sento che non sarò mai una femminista. Penso che le femministe attuali siano solo donne che odiano gli uomini (e anche sé stesse, un pochetto). Si lotta tutti insieme, uomini e donne, gli uni affianco alle altre. Gli uomini sono ottimi alleati per le donne, oltre che grandi amici. Certo, non tutti: alcuni sono sempre – ancora – stronzi, ma credo che sia solo per non lasciare sole le stronze. Insomma, qualcuno dovrà pur far loro compagnia! Devo dirvi però che sento anche questo: il mondo è ancora troppo maschilista. Agli uomini sarà sempre concesso tutto quello che per le donne ha costituito, costituisce e costituirà fonte di giudizio negativo o conseguenze disdicevoli. Il vero problema, oggi, non è l’emancipazione delle donne: è il blocco monolitico degli archetipi, specialmente per i maschi, questi esseri ancora ancestrali nei geni che a tutt’oggi non riescono a tagliare il cordone ombelicale con l’inconscio collettivo.

Non ho mai considerato il matrimonio come il meglio auspicabile per una donna, la sua massima espressione e realizzazione. Sin da bambina non ho mai pensato alla mia vita con un uomo affianco: perché mai un uomo è tanto necessario nelle nostre esistenze? – me lo sono sempre chiesto. Anche vedere coppie felicemente sposate non mi ha mai scoraggiata dal pensarla così. Se un uomo c’è, ok; ma se non c’è, nessuno è meno di altri. Non so come spiegarlo: è come se, in un momento preciso della mia infanzia, il mio “io” sia diventato refrattario al “noi”. Perché io, queste cose, le penso da quando avevo cinque anni, badate bene. Sì, ho sempre nutrito avversione per la TV e l’omologazione, ho sempre avuto una testa pensante e uno sguardo ampio, al di là dei miei limiti e delle mie contraddizioni. Sin da bambina, i più mi hanno sempre ritenuta ribelle e inarrivabile, sicura e determinata. Io in verità non mi riconosco nemmeno in queste parole, ma questo è un altro capitolo. Tornando alla questione “un uomo al mio fianco”, certamente ho tutte le carte in regola per avere un fidanzato, un marito, invece no: anche questo l’ho deciso da bambina, mentre giocavo a fare l’adulta tra aziende da gestire e donne in gamba come amiche. Niente legami sottoscritti da firme allo scadere di certe età, no. Probabilmente perché trovo mille difetti in chiunque voglia creare con me un rapporto solido.

Sì, sono razionale. Ma poi, cosa significa “sei troppo razionale”? Non è che io sia esente da emozioni, sentimenti, fregature, notti insonni e occhi gonfi di pianto, eh. Badate bene. Solo, contengo, e tengo per me. Già i nostri assilli sono tali per noi stessi, se poi ci mettiamo a condividerli a mo’ di alcolisti anonimi … stiamo bene!

Poi una donna mi ha spiegato. “Sei troppo razionale significa che scacci via quel che senti: quello urla dentro di te e tu fingi di non sentirlo, giri la testa dall’altra parte. Non puoi continuare a farlo, non puoi rinunciare per sempre a te stessa.”

Sette mesi fa. In quel momento preciso qualcosa si è smosso dentro di me.

Una sequenza fedele alle pubblicità, alle convenzioni, alle pellicole tradizionali, non mi avrebbe resa felice: ognuno di noi è fatto a modo suo, ho pertanto il diritto di cucirmi addosso la felicità che mi veste meglio.

Non voglio un film già girato, un copione già recitato: voglio la mia vita. Anche ora, come sempre.

Sembra uno slogan, invece è la mia tesi inconfutabile, anche se sottende incoerenze e discrepanze. Un po’ come la discrepanza tra il mio nome e il mio carattere. Quando penso al mio nome e a me stessa, sorrido ricordando la malizia di chi fa battute e allusioni al riguardo, con convinzione e inconsapevole dichiarazione della propria superficialità, e la bellezza dei legami costruiti nel tempo con chi mi conosce davvero.

Una sera, poco dopo essere rientrata a casa da lavoro, mentre cercavo di capire se volessi andare o meno a una festa già in corso, ho capito cosa desiderassi davvero, e da troppo tempo. Ho preso il telefono, composto un numero. Dopo, ho aspettato che il citofono squillasse. Ho parlato chiaramente; l’altro volto mi ha sorriso, complice. Poi è stato un bellissimo silenzio intenso. L’indomani mi avrebbero tutti chiesto che fine avessi fatto la sera prima.

Io e lui non siamo marito e moglie, non siamo fidanzati, né abbiamo legami con altre persone. Potremmo definirci amanti, ma probabilmente è una parola troppo impegnativa, a tratti ambigua e incomprensibile all’esterno. Non sono le definizioni a dare forma alla realtà: sono i contenuti. So che siamo le persone giuste per far nascere un meraviglioso segreto. Fra cinque mesi conoscerò il suo sorriso.

Sono razionale, sì, anche nel gestire emozioni e sentimenti, desideri e fatica. Perché? Perché voglio il bello della vita, tralascio i fronzoli.

Ho un nome che sottende ambizioni.

Mi chiamo Chantal.

         

Ivo Mosele, Crociera
Ivo Mosele, Crociera

One thought on “Sunday bloody sunday, racconto di Luana Lamparelli”

  1. Luana, non resisto a scrivere un commento : grazie per questo nuovo scritto, dopo “rougenoir” ! Se dovrei ritenere una sola frase, è quella : “Non sono le definizioni a dare forma alla realtà: sono i contenuti”… mi colpisce molto, per vari motivi ed espressa perfettamente “le fil conducteur” del tuo racconto, mi pare ! Forse avro’ la fortuna di parlarne con te in Parigi, Orleans o… Puglia ! Flo (un francese, amico di Teresa C., che impara ancora a scrivere l’italiano, mi dispiace :-(. Nell’attesa di poter leggere i tuoi libri, Flo

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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