Tecnica di sopravvivenza – Per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene. Recensione di Stefano Iori

1 non lo so 2 Albino De Gasperi 3 Giancarlo Castelnuovo 4 Settimo Tabarini

Tecnica di sopravvivenza – Per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, Arcipelago itaca Edizioni, 2015.
Storia come allegoria, Storia in controtempo. Recensione di Stefano Iori.

     

     

L’opacità degli avvenimenti rivela e denuncia quella del linguaggio. Questa la citazione (da Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio) che Giovanna Frene ha scelto di iscrivere, a mo’ di premessa, nel testo conclusivo relativo a Tecnica di sopravvivenza – Per l’Occidente che affonda, sua ultima silloge pubblicata nel 2015 da Arcipelago itaca Edizioni.
Opacità del linguaggio, dunque. Per scrivere attorno alla Storia. Quella Storia che l’autrice stessa definisce … il luogo dove si esprime la massima presenza del nulla che ci assedia.
Allora una domanda: perché dire del nulla, e perché farlo se il linguaggio è opaco?
La risposta è anticipata dall’autrice nel risvolto di copertina: La dimensione dell’assurdo è avere raggiunto una coscienza tale che alla fine si ha anche sempre la sensazione in realtà di pattinare su una superficie, senza riuscire a penetrare alcunché, perché non c’è niente da penetrare.
L’assurdo e il nulla non sono sinonimi. Anzi, si potrebbe dire che in presenza del secondo, il primo è l’unica via per dare autorevolezza alla voce poetica. Anche se la Storia è invenzione, anche se l’Occidente affonda, anche se attorno a noi c’è solo il nulla, la voce resta. È e risuona, inventa, ricompone, compie l’astrusa azione del ricordare.
L’opera di Giovanna Frene è voce pura. È voce svincolata da ogni legame ritenuto realistico dall’umanità. Dice di Storia senza che questa sia ritenuta esistente come dato di realtà condivisibile. Dice anche del sé dell’autrice, per sua stessa ammissione, poiché essa lavora …sempre più da vicino attorno all’idea di potere e di storia; il fatto che vi sia un richiamo centrale, in questo libro, alla Prima guerra mondiale non è casuale, al di là del fatto contingente del Centenario del suo inizio ricorrente quest’anno (2015 ndr): io stessa sono nata e cresciuta all’ombra dell’Ossario monumentale del Monte Grappa, e dunque necessariamente sono stata spinta a cercare un punto di incontro, allegorico, tra la mia storia e la Storia – con la dubbiosa presunzione di trovare nella Storia una perfetta allegoria della mia storia personale. Perché, d’altro canto, io non posso essere che io, per quanto sia increscioso e limitante.
È cosa buona e saggia che Giovanna Frene abbia deciso, sebbene al termine del suo componimento poetico, di dare qualche spiegazione al lettore circa l’intento della sua voce.
A chi legga la nota datata ottobre 2015, posta alla fine del libro (il titolo è Storia come allegoria), si offre infatti una condivisibile chiave di lettura per avvicinarsi all’intento poetico dell’autrice. Si comprende il valore dell’immaginazione come interpretazione della Storia e della scrittura della stessa. Non a caso, probabilmente, i due primi brani della silloge terminano nel medesimo modo, con la frase ma non è (mai) così. L’immaginazione, anche applicata alla Storia, è opinabile, è invenzione, è rappresentazione di ricordi. Dunque la verità che tanto l’umanità sbandiera come valore universale non sarebbe che voce di questo o di quella, mai dato verificabile scientificamente e altrettanto scientificamente assumibile come vero.

Torno da capo. La voce è vera, il ricordo, pur nella sua variabilità intrinseca, ha sembianza (rappresentata) di verità. Null’altro.
Ed ecco che, condivise con l’autrice quelle che potremmo definire le premesse del suo lavoro, possiamo leggere con pieno appagamento le righe poetiche e le sestine riportate nel volume.
Quando poco sopra scrivevo premesse, intendevo quelle legate all’idea, allo spunto strutturale di un testo, al suo scheletro e al suo senso. E qui mi sovviene l’Idea hegeliana che è fondamentalmente divenire. La legge che regola tale divenire è la dialettica che risulta essere non solo la legge di sviluppo della realtà, ma anche la legge di comprensione di tale realtà. Il tutto affidato, di volta in volta, all’interpretazione di ciascuno. E al mondo siamo miliardi e miliardi.
I testi poetici di Giovanna Frene divengono così nella lettura, instaurano possibilità di dialettica, offrono spunti di comprensione, anche di ciò che, alla fin fine, nasce come incomprensibile. La Storia non è forse incomprensibile? Chi mai la riscriverebbe quale la conosciamo dai libri di testo? Chi mai commetterebbe errori catastrofici come la guerra (penso a quella del 15/18, esplicitamente evocata dall’autrice). Chi mai vorrebbe olocausti come quelli che sembrano fare da boe allo sviluppo della “nostra” Storia. L’autrice no di certo. Forse per questo essa ritiene che valga la pena dire della Storia. Che valga la pena fornirne immagini crude, dure, assolutamente prive d’ironia a corredo di fatti che hanno segnato luttuosamente epoche anche a noi vicine. Un modo per dire “no” all’orrore della guerra? Sì, ma non solo. L’analisi poetica e il pensiero di Giovanna Frene procedono non il linea retta, ma iscritti in un vortice elicoidale che tocca tasti molteplici e orizzonti mentali sconfinati. In un tempo senza calendario. È il caso della Sestina bosniaca, o del penultimo giorno dell’umanità, come del paragrafo Sentieri partigiani sul Monte Grappa (quattro testi sul dubbio della memoria) da cui vogliamo riportare il primo testo: Bronzo di Augusto Murer (pag. 27):

monumento ai denti digrignati, che non sono tutti uguali: ci sono
denti più digrignati di altri, la lirica di massa, informe, poltiglia:

denti paterni e superiori VS denti figliali e inferiori
denti allineati e solari VS denti aspri e intricati
– e non hanno identica Patria, o non sono per la Patria uguali denti?

a morsi, a frammenti mai ricomposti il basso striscia proteso in alto
legato sopra la porta stretta, estrema retta di coraggio,
retta anche la posta in gioco – sì, ma a quale tavolo?
non si ricorda una memoria, che è così con-divisa

anche così si rimuore e solamente
ma anche così il morire è sotto sotto
solo un morire

Morire e rimorire sono atti che travalicano il tempo e lo annullano. Lo scenario poetico si declina in un caleidoscopio di pensieri che si accavallano, senza contrastarsi, anzi fornendo al lettore una somma poliforme di interpretazioni e di memorie, acquisite, o addirittura d’altri.

Lo stile poetico di Giovanna Frene ci parla con strumenti iconografici e stilistici di grande originalità in cui l’aspetto formale è strettamente connesso a quello ermeneutico. Ne viene una poesia-prosa potente e di grande efficacia, sebbene non facile da assorbire. Si tratta di righe da soppesare e non certo da azzannare con ingordigia. Il risultato finale è però luminoso, come merita un’autrice di cui Marco Giovenale ebbe a scrivere, recensendo un precedente lavoro della Frene, Il noto, il nuovo, (“Il manifesto”, 15 febbraio 2012) … rielabora e fissa in fotografie come di gelo l’inaggirabilità (materiale) del dolore, e della responsabilità che avvertirlo comporta: una responsabilità disperante, perché chi si confronta con i segni di sofferenze proprie e altrui ingaggia comunque una battaglia persa dal principio, sia contro una oggettiva finitezza e un negativo creaturale o sociale, di cui Frene è sempre stata una delle più sanamente implacabili disegnatrici in versi.

Segnalo, infine, come il volume Tecnica di sopravvivenza – Per l’Occidente che affonda sia corredato, nella prima parte, da sei immagini fotografiche di Orlando Myxx. Si tratta di due coppie di fotogrammi: tre con vista sull’esterno, da un edificio probabilmente appena costruito, o abbandonato, e tre relative a interni, forse del medesimo edificio. Capirò nel tempo, all’ennesima rilettura, come tali immagini riescano ad accostarsi felicemente, in gentile assonanza, ai testi dell’autrice. Interno-esterno, verità-illusione, opacità-lucidità, anima-mondo, uno-due, la base binaria della conoscenza e della poesia, forse.

frene

3 thoughts on “Tecnica di sopravvivenza – Per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene. Recensione di Stefano Iori”

  1. indigeribile, piuttosto che non facile da assorbire, e per questo ininfluente. Esternazioni ieratiche di stati di coscienza privati, circonfuse dal nulla.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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